Una battaglia dopo l’altra (2025)
- michemar
- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 9 min
Aggiornamento: 2 giorni fa

Una battaglia dopo l’altra
One Battle After Another
USA 2025 dramma d’azione 2h41’
Regia: Paul Thomas Anderson
Soggetto: Thomas Pynchon (Vineland)
Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
Fotografia: Michael Bauman
Montaggio: Andy Jurgensen
Musiche: Jonny Greenwood
Scenografia: Florencia Martin
Costumi: Colleen Atwood
Leonardo DiCaprio: Ghetto Pat Calhoun / Rocketman / Bob Ferguson
Sean Penn: col. Steven J. Lockjaw
Benicio del Toro: Sergio St. Carlos
Regina Hall: Deandra / “Lady Champagne”
Teyana Taylor: Perfidia Beverly Hills
Chase Infiniti: Willa Ferguson / Charlene Calhoun
Wood Harris: Laredo
Alana Haim: “Mae West”
Paul Grimstad: Howard Sommerville / “Billy Goat” / “Gringo Coyote”
Shayna McHayle: “Junglepussy”
Tony Goldwyn: Virgil Throckmorton
John Hoogenakker: Tim Smith
Eric Schweig: Avanti
TRAMA: Bob, un rivoluzionario in declino, vive in uno stato di confusione sopravvivendo ai margini della società insieme alla sua vivace e indipendente figlia Willa. Quando, dopo 15 anni, il suo acerrimo nemico colonnello Lockjaw riappare e rapisce la ragazza, l’ex militante radicale si lancia in una disperata ricerca.
VOTO 8,5

Il, per me, grandissimo Paul Thomas Anderson (il mio preferito subito dopo Denis Villeneuve) dopo 11 anni da Vizio di forma torna su un libro di Thomas Pynchon, scrittore definibile come visionario, postmoderno e paranoico, che nel suo personale realismo contaminato da delirio e complotti è un maestro dove storia, complotti e caos convivono in un’unica spirale narrativa. Con un montaggio frenetico, preciso e senza sbavature ed un commento musicale che domina l’intera visione del film, quello di Jonny Greenwood, qui alla sesta collaborazione, partita sin dai tempi dell’immenso Il petroliere, costruisce una sceneggiatura ed una direzione di altissimo livello. Tramite un cast che si rivela adeguato a rappresentare questo dramma d’azione, il regista realizza un film che non lascia respirare, un film in cui ogni personaggio è una “sagoma”, una storpiatura delle figure che normalmente ci attendiamo di incontrare nella vita. Tutto pare esagerato e paranoico e pure la narrazione si sviluppa in vicende paradossali proprio perché le figure che vi agiscono sono agli estremi politici della società che abitano. Da una parte una formazione di radicali rivoluzionari, armati e organizzatissimi, dall’altra una lobby di suprematisti bianchi, estremisti (se possibile) più di quegli altri, intenzionati ad eliminare gli avversari, senza mezze misure, che fanno persino fatica a pensare e rivelare la remota ipotesi che un bianco possa unirsi carnalmente con una donna di colore, “sporcando” così l’”uccello”.
In questo panorama, descritto in maniera troppo riduttiva rispetto alla reale movimentatissima situazione, si svolge una complicata storia: di rivoluzione da parte di associazioni segrete pronte a tutto pur di raggiungere gli scopi; di restaurazione da parte di apparati militari e politici di profonda appartenenza fascista che tende alla valorizzazione di tradizione, religione, gerarchie; di personaggi dalla psicologia degna di uno studio approfondito di uno specialista, che vanno dal colonnello Steven J. Lockjaw (Sean Penn), ottuso ipersessualizzato represso grottesco parodistico, al protagonista Bob Ferguson (Leonardo DiCaprio), personaggio impulsivo e idealista, guidato più dall’istinto che dalla strategia, sempre in bilico tra coraggio e imprudenza, e per tutto ciò caotico. Per completare il panorama c’è un lungo elenco di personaggi tra i più vari, su cui spiccano la donna di Bob, Perfidia (Teyana Taylor), elettrizzata magnetica ispiratrice erotica pronta a tutto, Sergio (Benicio del Toro), figura emblematica caricaturale ma porto sicuro come approdo e di amicizia e fedeltà all’obiettivo, ma soprattutto colei che inizia piano e diventa l’assoluta protagonista del finale: il bellissimo personaggio della bellissima Willa (Chase Infiniti), che nonostante la giovane età è la voce razionale del gruppo, una presenza lucida e pragmatica che si esalta nelle difficoltà e sa trovare la soluzione nei momenti più scomodi e rischiosi.
I due nemici, si potrebbe definire il film: Lockjaw e Bob. Tanto rigido, inflessibile e schematizzato il primo, tanto irrequieto, imperfetto, fragile ma combattivo, svagato, “cotto” dall’erba il secondo, esatta contrapposizione dell’altro. Tra i due c’è Willa, da entrambi cercata perché entrambi si credono genitore, ma uno per distruggere la prova della sua macchia nera agli occhi dei nuovi protettori militar-politici che lo hanno accolto (esemplare come lo “sistemano” nel finale), l’altro per proteggerla. La trama, in ultima sintesi, si condensa in come i due possono raggiungere i loro scopi e consiste in un lunghissimo inseguimento (mentre uno insegue, l’altro a sua volta un altro ancora, eccetera, saranno quattro nel finale) che attraversa le particolari strade degli USA meridionali, nella regione del Texas Dip, Borrego Springs, in California, dove i saliscendi in pendenza paiono quelle delle montagne russe del luna park, dove si svolge uno degli inseguimenti più ansiogeni e lunghi della storia del Cinema, quando il dramma diventa un thriller on the road e solo la trovata scaltra della ragazza porta alla svolta.
Il film segue Pat “Ghetto” Calhoun, o comunque come vogliamo chiamarlo, ex militante radicale degli anni ’70, che vive nascosto sotto falsa identità insieme alla figlia Willa. Il loro passato riemerge quando il colonnello Steven J. Lockjaw, figura autoritaria e ossessiva legata alle operazioni di contro‑insurrezione del governo, torna sulle loro tracce una quindicina d’anni dopo i primi contatti, deciso a eliminarli. Pat e Willa sono costretti a fuggire attraverso la California, cambiando nomi e alleanze, mentre vecchi compagni della loro organizzazione, i French 75, riappaiono con motivazioni ambigue. La storia alterna presente e passato, mostrando come Pat sia stato tradito e manipolato dalla sua donna, l’avvenente Perfidia, la quale riesce a sedurre il militare per salvare solo se stessa durante gli anni della repressione politica. Nel presente, la tensione cresce quando una milizia suprematista si unisce alla caccia, trasformando la fuga in una vera guerra personale. Willa, più lucida del padre, cerca di mantenere la rotta mentre lui è diviso tra proteggere la figlia e regolare i conti con il nemico. Il film culmina in uno scontro finale che intreccia vendetta, memoria e identità, chiudendo il cerchio della loro lunga fuga “di battaglia in battaglia”.
Nonostante il film duri 160 minuti, non c’è attimo di tregua seppure qualche momento di pausa sia dedicato alle manie ora dello svagato protagonista, ora del colonnello. Per ciò che mi riguarda ho finito la visione quasi stanco fisicamente perché è normale che ci si lasci coinvolgere dalla tensione del film, che, non va trascurato e come avviene spesso con PTA, è anche una commedia nei tratti in cui l’ironia marchia i lati più tragicomici dei caratteri e dei comportamenti dei personaggi più patetici. Perché, e questo deve essere secondo me lo sguardo principale, è un film politico. Il romanzo, soggetto del film, è ambientato negli ’80 durante la rielezione del Presidente Ronald Reagan e attraverso i flashback dei suoi personaggi, che sono stati giovani negli anni Sessanta, la storia racconta lo spirito di ribellione di quel decennio e descrive i tratti della repressione fascista nixoniana e della guerra alla droga portata avanti dall’amministrazione federale e vi aggiunge la descrizione delle repentine trasformazioni avvenute nella società americana tra gli anni Sessanta e Ottanta. Invece questa trama va rapportata ai nostri giorni, pur se in una nuova ambientazione e adeguando parallelamente gli stessi argomenti e i pari problemi sociali e politici. Ribellione rivoluzionaria e repressione, libertà sessuale e sesso represso, personalità e comportamento da hippie contro rigidità militaresca, tradimenti di amicizie segrete ed esecuzioni come pene capitali. La differenza tra i due nemici si rispecchia negli ambienti rispettivi, come nel modo di concludere la loro avventura.
Mentre il Bob di DiCaprio - di eccelsa inettitudine, a metà strada tra il mitico Dude dei Coen e il Doc Sportello di Vizio di forma - vaga per quasi l’intero film in vestaglia, la mise che aveva al momento della fuga sotterranea e mai più tolta in nessuno dei posti dove si reca (in casa dell’amico Sergio, per strada, in prigione, in auto all’inseguimento) e che diventa il poster del film, il tratto caratteristico del Lockjaw di Penn, sia in divisa che in borghese, è la sua andatura: rigida sulle gambe arcuate e caracollante nella camminata. Pare la caricatura perfetta del rigore militare deformato dalle mille battaglie e la sua maschera finale è degna dei mostri di ogni tempo. Sean Penn ne fa un personaggio memorabile, ai confini tra il ridicolo e il dramma umano, ma anche sociale. Leonardo di Caprio è in trance recitativa come gli era successo in The Wolf of Wall Street e soprattutto con Revenant: scatenato, alterato, mai fermo e sempre disordinato dentro e fuori, che non ricorda neanche le parole segrete per mettersi in contatto con l’organizzazione che deve proteggerlo: che cacchio di ora è adesso? Questa è la domanda seria che ricorderemo! CHE ORE SONO??? Ma cosa ne può sapere di password uno come lui dopo tanti anni di erba e alcol?
Il Sergio stralunato e scanzonato sensei di Benicio del Toro ha richiesto un atteggiamento surreale quasi comico, sia per gli atteggiamenti che per la recitazione ma senza mai perdere l’approccio deciso dei suoi soliti, ma lontanissimo dal piglio del killer di Sicario. Formidabile com’è, PTA lo ha atteso, anche sospendendo le riprese quando lui era impegnato con l’omonimo Anderson in La trama fenicia. Teyana Taylor sfoggia tutta la sua grinta per Perfidia, mai nome più adatto ad una donna dalle risorse le più varie. Una breve comparsa anche per Alana Haim protagonista del film precedente del regista. La vera sorpresa però è Chase Infiniti: una vera chicca di giovane attrice che merita di essere seguita, un esordio coi fiocchi che la lancia nel futuro: che forza! La vedremo sicuramente ancora in primo piano. Tutti personaggi carichi di caratteri, senza dimenticare le tante suore che di suore non hanno nulla e che vivono in un convento che è in pratica un campo paramilitare allo scopo di riparo e addestramento dei French 75. Un insieme, insomma, di figure paradossali ai limiti del concepibile, tutte utili a costruire l’ambientazione e l’atmosfera di un thriller che si sposta in tanti posti in continuazione freneticamente, tra alti e bassi (anche stradali), erba e armi, bianchi e neri, potenti eredi dei caucasici europei e ispanici sfruttati (i primi cacciatori, i secondi prede), militari ossessionati e immigrati clandestini, suprematisti e povericristi. C’è di tutto e di tutti.
Paul Thomas Anderson confeziona un film appassionante con gran mano, facendo partecipare a questa festa tanti personaggi – dato che il suo forte, tra gli altri, è il film corale - in un meccanismo a prova di orologio, alternando con maestria scene e sequenze alla pari di un giallo intraprendente, pieno di svolte e trabocchetti e di personaggi spiazzanti, nessuno dei quali pare una persona normale. Nessuno. Prodotti ovviamente della sua penna. Autore che non delude mai, neanche in questo suo primo action-movie che si rivela viscerale come i suoi personaggi, specialmente nella relazione tra Bob e Willa, che è il cuore pulsante, che scatena tutta la trama, un rapporto da una parte quasi morboso - come tanti genitori - e dall’altra ribelle, come tutti gli adolescenti del mondo, che vogliono bene ma vogliono anche essere lasciati in pace, come quando è uscita con gli amici e non è più tornata a casa. La sua presenza dà al film una dimensione ulteriore, un respiro generazionale che lo rende ancora più attuale e, quando sparisce, Bob, eroe in vestaglia (in vestaglia da quel giorno!) risorge da un letargo lungo quindici anni. Una regia magnifica che magnifica l’Arte del Cinema, che omaggia Gillo Pontevorvo, che con La battaglia di Algeri beatificava la legittima rivoluzione dei nativi contro i colonialisti francesi, che esalta il ritmo narrativo con la continuità necessaria affinché l’attenzione del pubblico non cali mai, aiutato dal formidabile commento ritmato di Jonny Greenwood.
Un film che ognuno di noi o ogni rivista specializzata o ogni critico può classificare nel genere che gli pare ma che prima di tutto è un film politico, politico al 100%, perché è un thriller paranoico negli USA di Trump, in cui Sean Penn (una prova mostruosa) rappresenta semplicemente, e paurosamente, il frutto attuale di un’America che ha perduto anima e ragione. Per la fortuna di tutti Chase Infinity è invece la speranza di una nuova lotta per un futuro diverso destinato alle giovani generazioni.
PTA, non mi hai mai deluso!
“What time is it?”
“Oh, fuck!... You know, I don’t, I don’t, I don’t remember that part, all right?”
Riconoscimenti
Oscar 2026
Candidatura al miglior film
Candidatura al miglior regista
Candidatura al miglior attore protagonista
Candidatura al miglior attore non protagonista
Candidatura al miglior attore non protagonista
Candidatura alla miglior attrice non protagonista
Candidatura alla miglior sceneggiatura non originale
Candidatura alla miglior fotografia
Candidatura alla miglior scenografia
Candidatura al miglior montaggio
Candidatura al miglior sonoro
Candidatura alla miglior colonna sonora originale
Candidatura al miglior casting
Golden Globe 2026
Miglior film commedia o musicale
Miglior regista
Miglior attrice non protagonista a Teyana Taylor
Miglior sceneggiatura
Candidatura al miglior attore in un film commedia o musicale a Leonardo DiCaprio
Candidatura alla miglior attrice in un film commedia o musicale a Chase Infiniti
Candidatura al miglior attore non protagonista a Benicio del Toro
Candidatura al miglior attore non protagonista a Sean Penn
Candidatura alla miglior colonna sonora originale












































