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Carlito’s Way (1993)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 10 feb
  • Tempo di lettura: 6 min

Carlito’s Way

USA 1993 gangster 2h24’

 

Regia: Brian De Palma

Soggetto: Edwin Torres (romanzi Carlito’s Way e After Hours)

Sceneggiatura: David Koepp

Fotografia: Stephen H. Burum

Montaggio: Kristina Boden, Bill Pankow

Musiche: Patrick Doyle

Scenografia: Richard Sylbert

Costumi: Aude Bronson-Howard

 

Al Pacino: Carlito Brigante

Sean Penn: David Kleinfeld

Penelope Ann Miller: Gail

John Leguizamo: Benny Blanco

Ingrid Rogers: Steffie

Luis Guzmán: Pachanga

Viggo Mortensen: Lalin

Adrian Pasdar: Frankie Taglialucci

Joseph Siravo: Vincent “Vinnie” Taglialucci

Frank Minucci: Tony Taglialucci

James Rebhorn: giudice Bill Norwalk

Paul Mazursky: giudice Feinstein

Richard Foronjy: Pete Amadesso

Jorge Porcel: Saso

John Ortiz: Guajiro

Rick Aviles: Quisqueya

John Finn: Duncan

Brian Tarantina: Speller

Jaime Tirelli: Valentin

 

TRAMA: Carlito Brigante è un ex spacciatore portoricano. Nel 1975 esce in anticipo di prigione e vuole condurre una vita senza guai, risparmiare e trasferirsi in un’isola ai Caraibi per gestite un autonoleggio. Prende in gestione un locale finanziato dal suo avvocato e amico David Kleinfeld. Riprende a frequentare Gail, la sua ex fidanzata, ma una serie di circostanze, suo malgrado, lo costringeranno a fare i conti di nuovo con la criminalità

 

VOTO 8,5

 

 

Al Pacino sentì parlare per la prima volta del personaggio di Carlito Brigante nel 1973 mentre lavorava al film Serpico. Incontrò il giudice della Corte Suprema di NY Edwin Torres, che stava scrivendo i suoi romanzi. L’attore li lesse e rimase affascinato dal protagonista. Anni dopo la sceneggiatura fu affidata a David Koepp e adattata dal romanzo After Hours ma come titolo del film si scelse quello dell’altro libro, Carlito’s Way, per evitare confusione con il film After Hours (Fuori orario) di Scorsese. Il produttore Martin Bregman aveva in mente Abel Ferrara per la regia ma invece venne chiamato Brian De Palma, che lesse il copione con riluttanza e non appena vide che c’erano personaggi di lingua spagnola temeva di scivolare in un film troppo simile a Scarface. Poi però si innamorò del progetto e lo immaginò come un noir. Al Pacino, quindi, diventa Carlito Brigante. Arrivava al film dopo l’Oscar vinto con Scent of a Woman - Profumo di donna e l’attore immaginava il personaggio con una coda di cavallo ma cambiò idea e studiò invece personalmente il look con barba e cappotto di pelle nera. Per Pacino si trattò della seconda collaborazione cinematografica con De Palma, dopo Scarface nel 1983.

 

 

Nel 1975, il criminale portoricano Carlito Brigante viene rilasciato dopo aver scontato solo cinque anni di una condanna trentennale, grazie a un cavillo legale sfruttato dal suo avvocato e amico Dave Kleinfeld (Sean Penn). Deciso a cambiare vita, vuole lasciare New York e mettere da parte abbastanza denaro per trasferirsi ai Caraibi. Ma il passato lo richiama subito: accompagnando il giovane cugino Guajiro (John Ortiz) a un affare di droga, Carlito finisce in una sparatoria e si salva a fatica, prendendo però i 30.000 dollari del cugino per investire in un nightclub. Nel locale rifiuta le avances di Benny Blanco (John Leguizamo), un giovane gangster ambizioso e irrispettoso, scelta che scatena tensioni crescenti. Intanto lui ritrova Gail (Penelope Ann Miller), ex fidanzata e ballerina, con cui ricostruisce un rapporto fragile ma sincero. Dave, sempre più corrotto e dipendente da alcol e cocaina, lo trascina in un piano disperato: aiutare un boss mafioso a evadere dal carcere. L’operazione degenera quando l’avvocato uccide il boss e suo figlio, condannando entrambi alla vendetta della mafia.

 

 

Carlito decide di fuggire con Gail, ora incinta, ma la polizia lo incastra e Dave lo tradisce per salvarsi. Quando Dave viene poi assassinato dai mafiosi, Carlito capisce che il tempo è finito: recupera i soldi nel suo club, ma viene braccato dagli uomini dei Taglialucci in una lunga caccia attraverso la metropolitana fino a Grand Central, dove riesce a eliminarli. Sta per raggiungere il treno per Miami, dove Gail lo aspetta, ma ci sono anche gli altri.

 

 

Ci sono film che invecchiano insieme a te, e altri che ti sorprendono perché, a distanza di anni, li ritrovi più lucidi, più asciutti, più veri di quanto ricordassi. Il film di De Palma è uno di questi. Negli anni ‘90 lo vivevo come un gangster movie elegante, malinconico, quasi fuori tempo massimo. Oggi, invece, lo sento come un film che parla direttamente a me: della fatica di cambiare rotta, del peso del passato, della bellezza e crudeltà del destino quando decide di non mollarti. Riguardandolo, mi accorgo che è uno dei rarissimi film di genere capaci di riscrivere le proprie regole mentre le applica. Non è solo un noir, non è solo un gangster movie: è un film che si interroga sulla possibilità stessa della redenzione. E lo fa con una sincerità che, nel cinema di De Palma, non è affatto scontata.

 

 

Certo, le citazioni ci sono (la sequenza della stazione richiama The Untouchables - Gli intoccabili, ma con un’intensità quasi insostenibile) però qui De Palma sembra meno interessato al virtuosismo (quante volte abbiamo ammirato e parlato della sequenza nella stazione?) e più alla tragedia. La macchina da presa non è più un giocattolo, ma il destino che avvolge Carlito, lo accompagna, lo chiude in un cerchio che sappiamo già come finirà. La voce fuori campo è un lamento, un’autocritica continua. Carlito sa di essere già perduto, eppure prova a cambiare. È questo che mi commuove ogni volta.

 

 

La sequenza della stazione è celebre, ma quella che mi porto dietro è un’altra: la scena del biliardo. Carlito accompagna il cugino Guajiro per un affare, capisce che c’è un’imboscata, e improvvisa un piccolo teatro per guadagnare tempo. Usa gli occhiali a specchio di un tizio per controllare cosa succede alle sue spalle, mentre la musica salsa sale, un sicario si prepara nella toilette, e tutto si muove come in una coreografia letale. È una scena inverosimile? Forse. Ma funziona perché De Palma conosce i tempi del cinema come pochi altri. E perché Carlito, in quel momento, sembra davvero il regista della propria sopravvivenza.

 

 

E poi, io, fan totale di Joe Cocker, mi sciolgo come un cubetto di ghiaccio al sole e mi commuovo nella emozionante sequenza d’amore. È una notte che sembra trattenere il fiato. New York non fa rumore, o forse è Carlito che non lo sente più: ha un solo pensiero, una sola direzione, una sola porta da raggiungere (osserviamolo bene). Le scale che salgono verso l’appartamento di Gail non sono gradini, ma battiti lenti, pesanti, pieni di speranza e paura insieme. La pioggia scivola sui vetri come una mano che accarezza, e la voce di Joe Cocker, calda e graffiante, riempie il corridoio come un ricordo che ritorna. È una musica che non accompagna: avvolge, come se sapesse tutto di loro due, di ciò che hanno perso e di ciò che forse possono ancora salvare. Carlito avanza piano, quasi temendo che ogni passo possa spezzare l’incantesimo. La luce sotto la porta di Gail è un faro minuscolo, ma per lui è un mondo intero. Appoggia la mano sulla maniglia con la delicatezza di chi tocca qualcosa che non gli appartiene più, ma che desidera con tutta l’anima. Dentro, Gail danza da sola, ignara. “You are so beautiful to me, You are so beautiful to me, Can′t you see? You’re everything I hope for, Everything I need, You are so beautiful to me.” Che meraviglia!


(mio caro Joe!)

 

Tranne una sequenza in Florida, l’intero film è stato girato a New York. De Palma vagò per Manhattan alla ricerca di luoghi adatti. Un caseggiato sulla 115esima Strada divenne il luogo del ritorno a casa di Carlito nella scena del barrio. Il Club Paradise, il club multi-livello in stile discoteca art déco degli anni ‘70, progettato da De Palma è stato creato nei Kaufman-Astoria Studios di Long Island. Per il celebre finale il regista ha organizzato un inseguimento dal binario della stazione Harlem-125th Street (Metro-North) alle scale mobili del Grand Central Terminal. Per le riprese, i treni sono stati deviati e cronometrati in modo che Pacino e i suoi inseguitori potessero sfrecciare da un vagone all’altro.

 

 

Al Pacino enorme, di più non si può e non riesco ad immaginare nessun’altro al suo posto. Sean Penn si cala nel ruolo con ammirevole qualità, sempre capace di interpretare personaggi di questo tipo. Per Penelope Ann Miller è l’occasione della vita e, con la sua dolcezza, non la spreca. Tutto il resto è un meccanismo perfetto nelle mani di uno dei migliori Brian De Palma e dell’ottimo cast, sia degli interpreti che del crew. Diciamolo: è l’ennesima versione di Giulietta e Romeo, e tutti sappiamo come finisce. Come finisce qui, perché è la legge della strada. E alla fine Carlito si rivede un film tutto suo: è sdraiato in spiaggia, poco lontano dalla sua concessionaria, e guarda sorridendo un piccolo bambino che sgambetta sulla sabbia. Perché non è finito così? Un sogno in fin di vita che commuove, era ad un passo.

 

 

“Una delle tante cose che rende Al Pacino un attore così bravo è il modo in cui si muove. È un ballerino incredibile. Quando giravamo non vedevo l’ora di uscire e iniziare solo per vederlo camminare.” Brian De Palma.

 

 

Riconoscimenti

Golden Globe 1994

Candidatura al miglior attore non protagonista a Sean Penn

Candidatura alla miglior attrice non protagonista a Penelope Ann Miller

 


 
 
 

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