Cassandra Crossing (1976)
- michemar

- 29 gen
- Tempo di lettura: 3 min

Cassandra Crossing
The Cassandra Crossing
UK Italia Germania USA 1976 thriller 2h9’
Regia: George Pan Cosmatos
Soggetto: Robert Katz (romanzo)
Sceneggiatura: George Pan Cosmatos, Robert Katz, Tom Mankiewicz
Fotografia: Ennio Guarnieri
Montaggio: Françoise Bonnot, Roberto Silvi
Musiche: Jerry Goldsmith
Scenografia: Aurelio Crugnola
Costumi: Adriana Berselli
Richard Harris: Jonathan Chamberlain
Sophia Loren: Jennifer Rispoli Chamberlain
Martin Sheen: Robert Navarro
Burt Lancaster: col. Steven McKenzie
O. J. Simpson: ispettore Haley
Ava Gardner: Nicole Dressler
John Phillip Law: maggiore Stark
Ingrid Thulin: dott.ssa Elena Stradner
Lionel Stander: capotreno
Lee Strasberg: Herman Kaplan
Angela Goodwin: suora
Thomas Hunter: capitano Scott
Ray Lovelock: Tom
Renzo Palmer: bigliettaio
Alida Valli: signorina Chadwick
Fausta Avelli: Caterina
Ann Turkel: Susan Fairmont
Lou Castel: terrorista
TRAMA: Durante un fallito attentato alla sede dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, un terrorista viene contagiato da un misterioso virus. Per evitare un’epidemia, ma anche perché la cosa non trapeli, la Cia fa precipitare da un ponte il treno su cui l’uomo si è rifugiato.
VOTO 6

Il regista e sceneggiatore George Pan Cosmatos, nato a Firenze da genitori greci, non girò molti film ma si occupò di diversi generi, anche western e d’azione: in questo caso trasporta un romanzo che sta a cavallo tra il thriller e il catastrofico, potendo permettersi il lusso di organizzare un cast molto importante.
Vi si narra di un gruppo di terroristi che tenta un attacco all’Organizzazione Internazionale della Sanità a Ginevra. Uno di loro, ferito e portatore di un ceppo di peste polmonare, riesce a fuggire e si nasconde su un treno diretto verso il Nord Europa. Quando le autorità americane scoprono il rischio di contagio, il colonnello Mackenzie (Burt Lancaster) decide di non fermare il convoglio: preferisce deviarlo verso un ex campo di concentramento in Polonia, trasformato in centro di quarantena. Per raggiungerlo, però, il treno deve attraversare il “Cassandra Crossing”, un vecchio ponte d’acciaio pericolante, chiuso dal 1948 e a rischio crollo.
A bordo, il neurologo Jonathan Chamberlain (Richard Harris) e la sua ex moglie Jennifer (Sophia Loren), insieme ad altri passeggeri, comprendono che la minaccia sanitaria potrebbe essere stata esagerata e che il vero obiettivo è eliminare testimoni scomodi. Tentano quindi di ribellarsi ai militari che hanno preso il controllo del treno.
La quasi totalità del film si svolge in treno perché il cuore della trama è ambientato sul convoglio che parte da Ginevra e viene dirottato verso la Polonia, trasformandosi in un luogo chiuso, claustrofobico e sempre più teso. Anche le scene principali - il contagio, i conflitti tra i passeggeri, le decisioni del colonnello Mackenzie, il tentativo di ribellione - avvengono tutte sul treno. Le uniche sequenze esterne sono l’inizio nel centro congressi di Ginevra (dove avviene il contagio), le scene nel centro di comando militare, e alcuni inserti di raccordo (ponti, paesaggi, operazioni militari).
Il film sfrutta il treno come spazio narrativo chiuso, quasi teatrale, per aumentare la tensione, la sensazione di prigionia e soprattutto il crescendo verso il ponte di Cassandra, che diventa il vero luogo simbolico del film. In questo modo diventa un disaster movie ferroviario ed il treno è il suo vero palcoscenico.
Guardandolo, si può avere la sensazione di trovarsi davanti a un film che punta in alto ma inciampa nelle sue stesse ambizioni. L’idea di fondo potrebbe funzionare, ma la considero talmente esagerata da rendere difficile prendere sul serio ciò che accade. Anche il cast, pur ricco di nomi davvero importanti, mi sembra usato in modo poco convincente: alcuni attori sono fuori ruolo, altri sembrano intrappolati in personaggi che non riescono a valorizzarli.

Il risultato, per me, è un thriller che alterna momenti di tensione a scelte narrative improbabili, fino a diventare più curioso che davvero coinvolgente. Rimane un prodotto spettacolare, certo, ma non all’altezza del potenziale che prometteva.




























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