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Crimini e misfatti (1989)

Immagine del redattore: michemar
michemar
10 ago
Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 11 ago

Crimini e misfatti

Crimes and Misdemeanors

USA 1989 commedia drammatica 1h44’

 

Regia: Woody Allen

Sceneggiatura: Woody Allen

Fotografia: Sven Nykvist

Montaggio: Susan E. Morse

Scenografia: Santo Loquasto

Costumi: Jeffrey Kurland

 

Woody Allen: Cliff Stern

Martin Landau: Judah Rosenthal

Mia Farrow: Halley Reed

Alan Alda: Lester

Daryl Hannah: Lisa Crosley

Anjelica Huston: Dolores Paley

Claire Bloom: Miriam Rosenthal

Caroline Aaron: Barbara

Joanna Gleason: Wendy Stern

Jenny Nichols: Jenny

Jerry Orbach: Jack Rosenthal

Sam Waterston: Ben

 

TRAMA: Un affermato oculista frequenta una donna ossessiva e decide di rivolgersi al mondo criminale per liberarsene. Nel frattempo un regista di documentari assiste al trionfo di un personaggio televisivo privo di morale.

 

VOTO 7,5

 

 

Questo film è uno snodo cruciale nella filmografia di Woody Allen: un’opera che segna il passaggio definitivo dal suo periodo più apertamente comico‑romantico degli anni Ottanta a una fase più cupa, filosofica, moralmente inquieta. Siamo nel 1989, dopo Hannah e le sue sorelle e Radio Days, quando Allen decide di confrontarsi con una domanda che i più affezionati al suo cinema hanno sempre considerato centrale nella sua poetica: cosa succede quando l’etica incontra il caso, quando la colpa non trova punizione, quando la vita non risponde alle categorie della morale? Ecco la risposta più matura, più lucida, più spietata che Allen abbia mai dato.

 

 

Il film intreccia due storie parallele. Da una parte c’è Judah Rosenthal (Martin Landau), stimato oculista, uomo di successo, marito devoto, la cui vita perfetta viene minacciata da una relazione extraconiugale che rischia di diventare pubblica. La sua vicenda è una lenta discesa nella paura, nel senso di colpa, nella tentazione di un gesto irreparabile. Dall’altra c’è Cliff Stern (Woody Allen), documentarista idealista e squattrinato, sposato ma infelice, che si innamora di una produttrice televisiva mentre cerca di realizzare un film “puro” in un mondo dominato da compromessi, vanità e mediocrità. Le due linee narrative non si toccano quasi mai, ma dialogano continuamente: sono specchi morali, variazioni sul tema della responsabilità, della giustizia, dell’amore e dell’autoinganno.

 

 

Coloro, come me, che più amano Allen considerano la pellicola uno dei suoi vertici assoluti, e non a torto. È un film che riesce a essere, contemporaneamente, una commedia brillante e un dramma etico di rara profondità. Woody orchestra il tutto con una sicurezza che impressiona: ogni scena è calibrata, ogni dialogo è una lama affilata, ogni personaggio è costruito con una precisione psicologica che non concede scorciatoie.

 

 

Il tema centrale è la moralità come costruzione fragile. Judah è l’uomo che crede nella propria rettitudine finché non viene messo alla prova; Cliff è l’uomo che crede nella propria integrità artistica finché non scopre che il mondo non premia chi non scende a compromessi. Entrambi vivono un confronto con la realtà che li costringe a guardarsi allo specchio, e Allen non offre consolazioni: la vita non è un film morale, e la giustizia non è garantita. La grandezza del film sta proprio nella sua ambiguità. Allen non giudica, non punisce, non salva, ma racconta. E nel mostrare, lascia allo spettatore il compito di interrogarsi. È un cinema che non cerca l’applauso, ma la riflessione; non cerca la risata facile, ma quella risata amara che nasce dal riconoscere la fragilità umana. I protagonisti delle due storie non si conoscono ma si incrociano solo nella sequenza finale, in cui provano ad isolarsi dalla confusione e dalle chiacchiere di un party, dove tra l’altro Cliff scopre che la sua desiderata Halley non sarà mai sua, donna a cui aveva confidato “L’ultima donna in cui sono stato dentro è stato quando ho visitato la Statua della Libertà.”. Invece, lo scambio dei dialoghi finali tra i due uomini è la summa del contenuto morale del film con amare considerazioni sulla vita e gli errori che si commettono, tra sentimenti e religione. “Per tutta la vita siamo messi di fronte a decisioni angosciose, a scelte morali. Alcune di esse importantissime, la maggior parte meno importanti. E noi siamo determinati dalle scelte che abbiamo fatto; siamo in effetti la somma totale delle nostre scelte. Gli avvenimenti si snodano così imprevedibilmente, così ingiustamente. La felicità umana non sembra fosse inclusa nel disegno della Creazione: siamo solo noi, con la nostra capacità di amare, che diamo significato all'universo indifferente. Eppure la maggior parte degli esseri umani sembra avere la forza di insistere e perfino di trovare gioia nelle cose semplici: nel loro lavoro, nella loro famiglia e nella speranza che le generazioni future possano capire di più.

 

 

Dal punto di vista stilistico, è un’opera di equilibrio: alterna momenti di ironia irresistibile (le scene con Alan Alda sono un manuale di comicità narcisistica) a sequenze di tensione morale che ricordano il cinema di Bergman, uno dei riferimenti più amati da Allen. La fotografia di Sven Nykvist, non a caso, dona al film una luce morbida e inquieta, perfetta per raccontare la zona grigia della coscienza.

 

 

La regia di Woody Allen è sobria, chirurgica, impeccabile. Non cerca virtuosismi, ma costruisce un ritmo narrativo che tiene insieme due film in uno senza mai perdere coesione. La capacità di far dialogare commedia e tragedia, leggerezza e profondità, è qui al suo massimo livello. Mentre le interpretazioni sono tutte di altissimo livello: Martin Landau offre una prova monumentale: il suo Judah è un uomo che si sgretola dall’interno, e lui lo rende con una gamma di sfumature che va dalla paura alla freddezza, dalla disperazione alla rassegnazione. Woody Allen, nei panni di Cliff, è perfetto nel ruolo dell’intellettuale ironico e sconfitto, una maschera che conosce come nessun altro. Alan Alda, un altro dei fedelissimi del regista, è irresistibile: il suo Lester è un concentrato di vanità, superficialità e successo televisivo, una caricatura che diventa simbolo. Dal suo canto, Anjelica Huston porta una tensione emotiva che dà al film una vibrazione drammatica essenziale.

 

 

Nel complesso è uno dei film più completi, più maturi e più profondi di Woody Allen: un’opera che unisce la sua vena comica più brillante alla sua riflessione filosofica più cupa. È un film che resta, che cresce nel tempo, che continua a interrogare lo spettatore. Una vetta del cinema americano degli anni Ottanta e uno dei titoli imprescindibili per capire la complessità del suo autore. Utile ricordare che il regista tornerà ampiamente negli anni Duemila sul dilemma colpa e punizione con diversi film: Match Point, Scoop, Sogni e delitti, ma soprattutto con Irrational Man, il più dostoevskiano di tutti.

 

 

Riconoscimenti

Oscar 1990

Candidatura per il miglior regista

Candidatura per la miglior sceneggiatura originale

Candidatura per il miglior attore non protagonista a Martin Landau

Golden Globe 1990

Candidatura per il miglior film drammatico

David di Donatello 1990

Migliore sceneggiatura straniera

Candidatura per il miglior film straniero

Candidatura per il miglior regista straniero

Candidatura per la migliore attrice straniera a Mia Farrow

Candidatura per il miglior attore straniero

 


 
 
 

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