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Cronaca familiare (1962)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 13 giu 2020
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 15 ott 2022


Cronaca familiare

Italia 1962 dramma 1h53’

Regia: Valerio Zurlini

Soggetto: Vasco Pratolini (romanzo)

Sceneggiatura: Mario Missiroli, Valerio Zurlini, Vasco Pratolini

Fotografia: Giuseppe Rotunno

Montaggio: Mario Serandrei

Musiche: Goffredo Petrassi

Scenografia: Flavio Mogherini

Costumi: Gaia Romanini

Marcello Mastroianni: Enrico

Jacques Perrin: Lorenzo

Salvo Randone: Salocchi

Sylvie: nonna

Valeria Ciangottini: Sandra

Miranda Campa: Elsa

Nino Fuscagni: soldato

Marco Guglielmi: medico

TRAMA: Enrico riceve una telefonata che lo informa della morte del fratello Lorenzo ed allora si ricorda dei tempi passati, del loro lungo e difficile rapporto; Enrico cresciuto dalla loro povera ma affettuosa nonna, Lorenzo tirato su come un vero gentiluomo da un ricco aristocratico del luogo, che lo affida al suo maggiordomo. Riuniti a Firenze negli anni Trenta, il viziato Lorenzo viene mantenuto da Enrico, quest'ultimo sempre ossessionato da un senso di colpevole responsabilità verso un fratello che ama e odia simultaneamente. Una strana e progressivamente fatale malattia di Lorenzo farà emergere in Enrico tutto il suo profondo attaccamento e amore per il fratello morente.

Voto 7,5


Valerio Zurlini dirige per la seconda volta un romanzo di Vasco Pratolini (dopo Le ragazze di San Frediano) dove ha modo ancora una volta di esprimere al meglio il suo cinema, caratterizzato dalla difficoltà di espressione dei sentimenti più intimi dell’uomo, proprio come avvenne magistralmente dieci anni dopo con il bellissimo La prima notte di quiete (recensione). Come quello, anche questo film è fatto di silenzi e sguardi, ma è qui che si avverte maggiormente la sua propensione a riversare gli affetti nel suo linguaggio artistico e a mostrare la complessità delle espressioni affettive tra le persone che pur si vogliono bene ma non riescono a sintonizzarsi.


Il regista adotta volutamente una tecnica di ripresa, se si osserva attentamente, che anticipa i movimenti degli attori, che hanno un comportamento e una recitazione alquanto statica, di tipo teatrale, con un copione scritto con battute lunghe di tono letterario. Credo che in fondo questo modo di far cinema sia stato la cifra stilistica costante del regista e anche in questo bel film si avverte costantemente un sentimento di fine, di irreparabilità, ricostruito eccezionalmente con le inquadrature, anche con i dialoghi, certamente, ma soprattutto con la fotografia, i movimenti, la costruzione dello spazio. In queste scene chi emerge è ovviamente Marcello Mastroianni, attore che esprime come al solito situazioni di questo genere con estrema bravura ed è un valore aggiunto al film, disperato e silenziosamente assordante, che di per sé proviene da un bel romanzo.


A tal proposito mi piace raccontarvi un aneddoto raccontato da uno dei registi più delicati e sensibili che abbiamo in Italia e che ama molto scrivere di cinema, Gianni Amelio.

Egli racconta così:

"Con tutti i festival che ci sono in giro, capita che a far da giurati chiamino quasi sempre le stesse persone. Oggi mi giudichi tu, ma attento che domani può toccare a me... Per quanto mi riguarda ho detto basta da un pezzo e sono fuori causa. Ma quando tanti anni fa mi trovai di fronte a una giuria con tre registi italiani, un illustre critico scrisse che partivo in vantaggio dato che fra i tre c'era Valerio Zurlini, col quale avevo, a suo dire, parecchie affinità. Invece queste affinità erano molto scarse, se si eccettua una speciale attenzione per gli attori e per i disagi dell'adolescenza, e Zurlini fu il primo a bocciarmi. Di persona lo avevo già incontrato a Locarno, dove alla fine degli anni '70 era in concorso un mio lavoro poco memorabile che lui, stavolta presidente di giuria, sconsigliava pubblicamente a chiunque, compresi gli altri membri, di vedere. Dato che in fondo ero del suo stesso parere, incrociandolo per strada lo salutai e, preso alla sprovvista, Zurlini mi invitò a bere qualcosa (champagne, addirittura) e attaccò un discorso tra il filosofico e l'irritato in cui saltava agli occhi un suo malessere molto serio, che nascondeva dietro un bicchiere di troppo e una finta scontrosità. Parlammo di cinema senza mai nominare il titolo di un film, limitandosi Zurlini a una sorta di soliloquio amaro sul mestiere che entrambi avevamo scelto di fare, sulla sua precarietà, sulle chimere che le persone più fragili ci costruiscono sopra. Io gli ricordavo ‘Estate violenta’ e ‘La ragazza con la valigia’ e lui faceva di tutto per svicolare, aveva fastidio a parlare di sé. A un certo punto quasi si arrabbiò: lo sai che cosa ho fatto la sera che m'hanno dato il Leone d'oro per ‘Cronaca familiare’? - mi confessò. Un bel pianto, in albergo, e poi mi sono addormentato ubriaco fradicio. Mi voleva mettere in guardia, era chiaro: lascia perdere finché sei in tempo. Ma una certa mia aria non proprio docile dovette convincerlo a non darmi spago. Ci lasciammo come c'eravamo presi, senza simpatia. E quando tre o quattro anni dopo lo incontrai di nuovo (ancora a un festival), fece finta di non conoscermi. Già non stava molto bene. Quello che non gli dissi mai fu che Cronaca familiare lo avevo visto non so quante volte e, spinto dal film, avevo comprato anche il libro di Pratolini. Ma, come succede, lo avevo lasciato da qualche parte senza trovare il tempo di aprirlo. Un giorno lo vidi in mano a mia madre, che aveva la terza elementare e non aveva mai letto un libro in vita sua. «Sono tutti belli così i libri?», mi domandò. lo feci di no con la testa, e quando pochi mesi dopo lei morì (a trentotto anni) giurai che non ne avrei mai letto un rigo, ma che sarebbe stato il libro della mia vita."


Malinconico ma asciutto apologo di Zurlini su una generazione che, tra fascismo, guerra e dopoguerra, aveva conosciuto solo sconfitte. Leone d’Oro a Venezia 1962.




 
 
 

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