Il mago del Cremlino – Le origini di Putin (2025)
- michemar

- 1 giorno fa
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Il mago del Cremlino – Le origini di Putin
Le Mage du Kremlin
Francia USA UK 2025 dramma 2h21’
Regia: Olivier Assayas
Soggetto: Giuliano da Empoli (Il mago del Cremlino)
Sceneggiatura: Olivier Assayas, Emmanuel Carrère
Fotografia: Yorick Le Saux
Montaggio: Marion Monnier
Scenografia: François-Renaud Labarthe
Costumi: Jürgen Doering
Paul Dano: Vadim Baranov
Alicia Vikander: Ksenija
Jude Law: Vladimir Putin
Jeffrey Wright: Lawrence Rowland
Will Keen: Boris Berezovskij
Tom Sturridge: Dmitrij Sidorov
Andrei Zayats: Igor Sechin
Kaspars Kambala: Aleksandr Zaldostanov
Magne-Håvard Brekke: Ėduard Limonov
Andris Keišs: Evgenij Prigožin
George Sogis: Boris Yeltsin
Emmanuel Carrère: intellettuale francese
TRAMA: Un giovane regista russo diventa il consigliere di Vladimir Putin mentre questi sale al potere nella Russia post-sovietica, navigando nella complessità e nel caos della nuova era.
VOTO 6,5

Premessa necessaria: non è una storia biografica, è piuttosto quel tipo di narrazione che viene definita roman à clef di genere storico-politico, cioè un romanzo che verte attorno a personaggi reali o a fatti realmente accaduti, ma descritti alterandone dei dettagli, in modo da renderli irriconoscibili, ad esempio, attraverso l'uso di nomi fittizi, proprio come succede nel nostro caso. La “chiave” della definizione è quel mezzo che permette di eliminare la facciata di finzione narrativa e di identificare i referenti. Il soggetto, infatti, è il romanzo-esordio narrativo di Giuliano da Empoli, già professore di politica comparata e saggista, scrittore italiano nato in Francia. La caratteristica che mi ha colpito e che trovo strana è che il film è essenzialmente francese (scritto appunto dal regista e da Emmanuel Carrère che qui ha un piccolo cameo) ma è stato interpretato in inglese: né russo, né francese.

La scelta è del regista e la ragione è legata alla strategia produttiva e narrativa del film, essendo una produzione francese ma pensata per il mercato internazionale, con un cast anglofono e un impianto drammaturgico modellato come political thriller globale, non come film russo o francese. Anzi, è una scelta ben precisa perché si parla della Russia moderna e del potente “zar” che governa con la forza (praticamente un regime) ma è come parlare alla moglie affinché suocera intenda: qui la Russia è un “teatro del potere”, e l’inglese rende la storia leggibile come parabola contemporanea, non come ricostruzione filologica. Vale per tutti. Altro aspetto da cogliere, a mio parere, è che Olivier Assayas, con questo tipo di soggetto, si allontana dagli argomenti che ha sempre prediletto e, immancabilmente dato il tema del romanzo, ha messo a fuoco un tema potentemente politico, trattando il potere politico in rapporto, o meglio, in antitesi, alla potenza finanziaria.

Al proposito, c’è una frase chiarificatrice che dice il protagonista Vadim Baranov (infatti è lui, non Putin): “In Occidente si vuole il denaro. In Russia si vuole il potere”. È la frase chiave, è la sintesi del pensiero dello spin doctor che domina il film: l’idea che l’Occidente sia dominato dalla logica del profitto, mentre la Russia viva in un sistema dove il potere politico è la vera valuta, l’unica che conta. Baranov pronuncia questa frase per spiegare che il denaro, in Russia, non è un fine, ma un mezzo subordinato al potere; che il sistema putiniano non è una cleptocrazia “occidentale”, ma una verticale (termine usato più volte) del potere dove la ricchezza è concessa o tolta dal centro; che l’élite russa non è motivata dall’accumulazione economica, ma dalla vicinanza al sovrano. È una delle linee più citate del romanzo perché condensa la sua tesi politica in modo netto e memorabile. E Baranov ne è la personificazione: lui, che parte come regista teatrale d’avanguardia, molto ambizioso, si avvicina al personaggio Putin e raggiunge, con la sua continua e ininterrotta presenza, il potere, perché “vicino” e condizionante al potere.

Il film nasce come adattamento del romanzo e si presenta come un thriller politico di ampio respiro, costruito attorno al tema centrale del potere in Russia contemporanea. La struttura narrativa è modellata come un lungo dialogo tra l’accademico americano Lawrence Rowland (Jeffrey Wright) e Vadim Baranov (Paul Dano), figura fittizia ma ispirata all’ideologo Vladislav Surkov, che ripercorre la trasformazione del Paese dagli anni ’90 in avanti. Attraverso il racconto di quest’ultimo, il film ricostruisce il clima di caos seguito al crollo dell’Unione Sovietica, quando le promesse di libertà convivevano con un sistema economico e politico in piena mutazione. In questo contesto, Vadim emerge come un giovane artista che trova nel mondo dei media televisivi il suo trampolino, diventando progressivamente un professionista influente. Il suo talento comunicativo lo porta a collaborare con figure chiave dell’oligarchia, fino a incrociare il percorso di Vladimir Putin, allora in ascesa. Il film segue così la costruzione di un nuovo ordine politico, osservato dall’interno attraverso gli occhi di chi ne ha plasmato l’immagine pubblica. L’intervista dell’accademico al “consigliere” diventa il dispositivo che permette di attraversare decenni di storia recente, alternando confessioni, analisi e ricordi.

Il racconto mette al centro il rapporto tra potere, comunicazione e percezione, mostrando come Baranov abbia contribuito a definire la narrativa del nuovo “zar” attraverso strategie mediatiche e letture intuitive dell’umore collettivo. La sua figura è tratteggiata come quella di un uomo-ombra, capace di interpretare ciò che il pubblico vuole vedere e sentire, e di trasformarlo in strumenti di consolidamento politico. Il film attraversa momenti chiave della storia russa recente, sempre filtrati dalla prospettiva personale del protagonista, che osserva l’evoluzione del Paese mentre cerca di mantenere un equilibrio tra ambizione, lealtà e vita privata. La dimensione intima del personaggio si intreccia con quella pubblica, mostrando come le scelte professionali abbiano conseguenze profonde sulle relazioni e sul destino individuale. Assayas costruisce così un’opera che non punta al realismo documentaristico, ma a una lettura drammatica e simbolica del potere, dove la Russia diventa un palcoscenico e il Cremlino un luogo di rappresentazione. L’intervista fiume che dura tutto il film funge da cornice che permette di interrogare il passato, senza rivelare esiti narrativi, ma suggerendo la complessità di un sistema politico che si regge su immagini, fedeltà e silenzi.

Da notare che quando a Putin, che presiedeva il KGB, viene chiesto di entrare in politica e farsi eleggere Presidente, lui è molto scettico e non vorrebbe esporsi, soprattutto per non fallire, finale che voleva evitare, ma le insistenze e le prospettive chiarite da Baranov lo convincono e difatti gli eventi seguenti gli daranno ragione. Il giovane – sempre parco di parole, quindi essenziale nell’esposizione delle idee, ironico, sarcastico, psicologicamente tenace, irremovibile, testardo, convinto delle sue strategie, feroce demolitore instancabile delle idee altrui – condiziona molto le decisioni di Putin, il quale lo ascolta sempre e si fida dei suggerimenti, ogni volta spiegati con la logica di chi capisce tutto e tutti in anticipo, eliminando ogni ostacolo o uomo che possa dar fastidio al consolidamento del potere creato e anticipando temi molto attuali come il laborioso compito dei tecnici informatici per condizionare le scelte degli utenti della rete. Informazioni non distorte, secondo lui, bensì utili a lanciare argomenti che questi utenti attendono inconsciamente, aumentando le loro aspettative e la loro rabbia: sfruttare la loro potenziale insoddisfazione come molla e condizionare, quindi, la mentalità per le elezioni a venire, in tutta Europa. Una macchina implacabile.

Baranov si libera anche, spingendo su Putin, anche dell’uomo che deteneva la “chiavi” della televisione di stato, Boris Berezovskij (Will Keen), che lui riesce a far esiliare a Londra, fin quando non viene ritrovato impiccato nella sua regale villa nella campagna inglese. Ufficialmente perché afflitto dal fatto che non poteva più rientrare in patria. Ufficialmente. Tra le innumerevoli sedute tra lo scrittore americano e Baranov, divise a capitoli a seconda degli argomenti trattati e dei periodi storici della nazione, si inserisce anche la storia sentimentale del protagonista con la ribelle e instabile Ksenija (Alicia Vikander), che lo molla per altre avventure nell’alta società russa, per poi finire approdata nel ritorno di fiamma, fino ad avere una bella bimba con lui. Il quale, nell’ovvio colpo di scena finale ed inevitabile, subisce l’immancabile destino. Ella rappresenta un asse narrativo parallelo rispetto a quello dell’uomo e si colloca al di fuori del contesto istituzionale e politico. Proprio per questo, il suo rapporto con il protagonista introduce uno spazio diverso, in cui si intrecciano memoria privata, possibilità di distacco e confronto non mediato.

Come si intuisce, il protagonista è davvero Vadim Baranov, che rappresenta il fulcro della narrazione: è il centro attorno a cui si costruisce la narrazione. Il suo percorso attraversa ambiti diversi – artistico, mediatico e politico – e riflette la fluidità, ma anche la discontinuità, di un’epoca segnata da cambiamenti radicali. Lui non è un ideologo né un militante: è piuttosto un tecnico della comunicazione, capace di modellare la narrazione pubblica e di trasformarla in strumento di potere. Il film lo colloca in una posizione decisiva: non al vertice della piramide, ma nel cuore operativo di un potere che prende forma attraverso immagini, parole e silenzi. La scelta di affidargli il racconto in prima persona della propria traiettoria, a distanza di anni, introduce una dimensione retrospettiva che struttura l’intero impianto narrativo.

Nel complesso, giudico il film positivamente ma senza grande entusiasmo: è un’opera molto politica che cerca di spiegare, anche per merito della scrittura di un vero scrittore come Emmanuel Carrère, le manovre senza scrupoli di un uomo sempre più potente come Putin e la potenza delle idee di Baranov ma il problema è che il film è molto parlato e, purtroppo, troppo lungo, rischiando di far cadere l’attenzione dello spettatore. Una durata più adeguata avrebbe fatto guadagnare interesse e continuità di concentrazione. Comunque e in ogni caso, è illustrativo e interessante, spiegando ciò che noi possiamo solo immaginare di quello che succede nelle stanze enormi e segreto del Cremlino. Baranov è il mago ed è, a tratti, il burattinaio di fantasia di una grande lotta del potere, che è, poi, il vero tema del libro e del film. Il potere, quello che domina la politica di ogni nazione da sempre. Oggi, sicuramente, più di prima. Nel caso specifico, sono le origini di Putin e l’ascesa ad un trono che inquieta ora il nostro mondo occidentale. Tutti i personaggi sono attendibili e reali, solo Baranov è inventato ma è allarmante lo stesso.

Paul Dano ha quel viso tondo ed ora paffuto che si sposa perfettamente con un tipico personaggio russo ed è implacabile nella sua vera performance: ottimo lavoro di identificazione, il suo, checché ne dica Tarantino. Jude Law si atteggia e si fa assomigliare e ci riesce benissimo: sembra il sosia di Putin. Alicia Vikander si prende più volte la scena ed assolve al compito assegnatole. Come sempre Jeffrey Wright è un attore molto affidabile, lo dimostra in ogni occasione. Olivier Assayas conosce bene il suo lavoro di regia ma a mio parere è più adatto agli argomenti che ha sempre trattato, ma stavolta, assieme a Emmanuel Carrère aveva solo voglia di far aprire gli occhi sulla recente storia della Russia attuale come ammonimento per il resto del mondo.

Che figura è Baranov? È un moderno Rasputin, tenuti distinti i tempi, le culture e la provenienza? Entrambi operano nell’ombra: Rasputin presso la famiglia imperiale, Baranov (alter ego di Surkov) nel cuore del Cremlino. L’influenza carismatica si sviluppa in Rasputin attraverso misticismo e presenza magnetica, in Baranov attraverso la capacità di inventare realtà mediatiche e narrative politiche. Sono però figure ambigue e controverse: entrambi percepiti come manipolatori, enigmatici, difficili da decifrare. Non hanno potere, almeno quello non ufficiale: nessuno dei due governa formalmente, ma entrambi incidono profondamente sulle decisioni del potere centrale. A livello di mitologia personale, Rasputin è come un monaco guaritore, Baranov come eminenza grigia, spin doctor supremo, creatore di una falsa democrazia.

Nulla di eccezionale, il film, ma merita per la complessità degli argomenti, per l’interpretazione degli attori principali e per una adeguata messa in scena, dove si nota comunque la mano esperta di un gran regista.






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