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Cure (1997)

Immagine del redattore: michemar
michemar
38 minuti fa
Tempo di lettura: 7 min

Cure

Kyua

Giappone 1997 thriller/horror 1h51’

 

Regia: Kiyoshi Kurosawa

Sceneggiatura: Kiyoshi Kurosawa

Fotografia: Tokushô Kikumura

Montaggio: Kan Suzuki, Asako Takatsuka

Musiche: Gary Ashiya

Scenografia: Tomoyuki Maruo

Costumi: Hiroshi Kotô, Ryûsui Morita

 

Kōji Yakusho: det. Kenichi Takabe

Masato Hagiwara: Kunio Mamiya

Tsuyoshi Ujiki: dr. Makoto Sakuma

Anna Nakagawa: Fumie Takabe

Misayo Haruki: Tomoko Hanaoka

Denden: Oida

Yoriko Dôguchi: Akiko Miyajima

Masahiro Toda: Toru Hanaoka

Kei Yukijiro: Ichiro Kuwano

Akira Otaka: det. Yasukawa

 

TRAMA: In una Tokyo attraversata da omicidi inspiegabili, tutti segnati da una misteriosa incisione a X, il detective Takabe indaga su una catena di delitti privi di movente. L’incontro con il giovane Mamiya, studente di psicologia affetto da amnesia, apre la pista inquietante dell’ipnosi e della manipolazione mentale. Mentre la verità si fa più sfuggente, Takabe scivola in un territorio dove il male sembra diffondersi come un contagio invisibile.

 

VOTO 7,5

 

 

Film da considerarsi basilare non solo nella carriera di Kiyoshi Kurosawa e non solo per la definitiva affermazione di un attore amato come Kōji Yakusho, ma anche (soprattutto?) per l’influenza fondamentale per il cinema giapponese degli anni 1990, che insieme a Ringu (uscito l’anno dopo). diede forte impulso alla nascita del fenomeno j-horror che negli anni a seguire ha avuto molti emuli. Scrivendo le mie considerazioni, è d’obbligo che mi soffermi sull’estetica dell’opera di Kurosawa, sui particolari e sulle inquadrature, perché essi spiegano molto sia del film che dell’idea di questo cinema che possiamo considerare e definire meta-cinema.

 

 

Il motivo della definizione scaturisce dal fatto che il film non racconta solo una storia di omicidi e ipnosi, ma riflette anche su come le immagini influenzano chi le guarda. Mostra personaggi che perdono il controllo dopo aver “assorbito” gesti, parole o simboli, proprio come lo spettatore può essere guidato, confuso o manipolato da ciò che vede sullo schermo. Kurosawa usa la trama per farci notare il funzionamento del cinema stesso: un mezzo che crea suggestioni, cambia la percezione e può far emergere parti nascoste della mente. In questo modo il film parla del male, ma anche del potere delle immagini, trasformandosi in una storia che osserva se stessa mentre agisce.

 

 

Una serie di omicidi sconvolge Tokyo: le vittime presentano tutte una profonda incisione a forma di X sul collo, e gli assassini – persone comuni, spesso legate alle vittime – vengono trovati in stato confusionale, incapaci di spiegare il proprio gesto. Il detective Kenichi Takabe (il sempre formidabile Kōji Yakusho), già provato dalla malattia mentale della moglie Fumie, si immerge nel caso con crescente ossessione. Grazie allo psicologo Sakuma, emerge l’ipotesi che gli omicidi siano stati compiuti sotto ipnosi. Le indagini conducono a Kunio Mamiya, un enigmatico studente di psicologia che soffre di amnesia e sembra aver incontrato tutti i responsabili dei delitti. La sua casa rivela esperimenti inquietanti e un interesse profondo per il mesmerismo. Durante gli interrogatori, Mamiya destabilizza Takabe con domande sulla sua vita privata, insinuando dubbi e incrinando le sue certezze. Il detective, pur resistendo alla sua influenza, avverte un crescente senso di vulnerabilità.

 

 

Sakuma scopre che Mamiya potrebbe aver recuperato le tecniche ipnotiche di Suejirō Bakuro, occultista del XIX secolo capace di indurre all’omicidio con semplici gesti e suggestioni. Quando Mamiya evade dal carcere, Takabe lo insegue fino a un ospedale abbandonato, luogo legato agli antichi rituali di Bakuro. Qui il detective trova Sakuma morto e affronta Mamiya, che gli rivela di averlo attirato lì con un “ordine” ipnotico. Takabe, ormai al limite, lo uccide, ma prima di morire Mamiya traccia nell’aria la fatale X davanti ai suoi occhi. Il detective ascolta un cilindro fonografico con la voce di Bakuro, come se il passato stesse riemergendo per completare la sua opera. Intanto, alla clinica, un’infermiera scopre il cadavere di Fumie con la stessa incisione sul collo. Giorni dopo, in un ristorante, Takabe accende una sigaretta: la cameriera, improvvisamente, afferra un coltello e avanza verso una collega, suggerendo che la catena di suggestioni non si è mai interrotta.

 

 

Se il lettore mi permette, mi sento in dovere di spiegare cos’è il mesmerismo, perché neanch’io conoscevo il termine, ed è un concetto (im)portante, in quanto nel film diventa l’idea che permette di capire perché gli omicidi sembrano “passare” da una persona all’altra senza un vero motivo. Non è usato come una tecnica magica, ma come un modo per mostrare quanto la mente possa essere fragile e influenzabile. Mamiya non controlla le persone con gesti teatrali: le mette a disagio, le confonde, le svuota, finché non restano senza difese e fanno emergere la parte più oscura di sé. Questo meccanismo colpisce anche Takabe, che più indaga più si sente trascinato in qualcosa che non riesce a fermare. Così il mesmerismo diventa il simbolo di un male che non ha un volto preciso, ma si diffonde silenziosamente, come un’idea che si insinua e cambia chi la subisce.

 

 

Un esempio dello sguardo del regista e che fa intendere meglio il suo meta-cinema è tutto nel finale. Lì vediamo Takabe seduto in un ristorante, apparentemente tranquillo, mentre fuma una sigaretta. È una scena calma, quasi banale, ma Kurosawa la usa per farci capire che qualcosa è cambiato dentro di lui. Il luccichio della sigaretta, che nel film, sotto altre forme luccicanti, è sempre stato un segnale di “attivazione” dell’ipnosi, ora brilla davanti ai nostri occhi: non è più solo un dettaglio, è un indizio che Takabe potrebbe aver assorbito la stessa forza che muoveva Mamiya. Quando la cameriera afferra un coltello, capiamo che il “male” non è stato sconfitto: si è semplicemente spostato, come un’idea che passa da una mente all’altra. Kurosawa non mostra l’aggressione, perché gli interessa di più farci sentire che la catena non si è interrotta. Il film finisce così, sospeso, come se la storia continuasse fuori dallo schermo e noi stessi fossimo diventati parte di quel meccanismo di suggestione. (Per inciso: il regista aveva girato un finale più dimostrativo, ma, per qualche particolare visivo, non piacque, ora il finale parrebbe monco, ma secondo me ha aumentato il suo fascino, lasciando allo spettatore dedurre cosa succede effettivamente prima dei titoli di coda. Anch’essi fatti scorrere nello squarcio del semibuio – come d’altronde buona parte del film – dell’inquadratura.)

 

 

È un thriller che passo dopo passo diventa un vero horror, ma sotto la superficie è un film che parla del potere delle immagini e di come il cinema può influenzare chi guarda. Kurosawa costruisce la storia usando vuoti, silenzi, ripetizioni e piccoli scarti che ci mettono in uno stato di attenzione strana, quasi ipnotica. È come se il film ci “educasse” a guardare in un certo modo, proprio mentre racconta di persone che vengono manipolate senza accorgersene. Questo è il suo lato meta‑cinematografico: non si limita a mostrare l’ipnosi, la pratica. La mette in scena attraverso il linguaggio del cinema, facendoci provare la stessa sensazione di smarrimento dei personaggi. Ogni taglio, ogni inquadratura che si ripete, ogni dettaglio che ritorna è un modo per farci capire che il cinema può essere un mezzo che non solo racconta una storia, ma la fa “accadere” dentro di noi. È un film che parla del male, certo, ma anche di come le immagini possono insinuarsi nella mente e cambiare la nostra percezione del mondo. E lo attua con una fotografia “ferrosa”, di un grigio scuro che predomina sempre, in molti momenti, peggio ancora negli interni che spesso sono come dei sotterranei che dilatano la percezione dello sprofondo della mente dei vari personaggi. Di cui non c’è alcuno che possa sfuggire al destino e alla ipnosi. Per questo il film è così affascinante!

 

 

Ribaltiamo le osservazioni e ripartiamo dalle scene iniziali, che paiono misteriose ed invece aprono gli squarci del prosieguo. “Chi sei tu?”, chiede insistentemente Mamiya al malcapitato giovanotto sulla spiaggia. Quando quel personaggio inquietante pone la domanda non sta cercando una risposta logica: sta facendo crollare le certezze di chi ha davanti. È una domanda che scava, che mette a nudo, che toglie appigli. Nel film diventa un modo per mostrare quanto le identità dei personaggi siano fragili, come se bastasse una crepa per far entrare qualcosa di oscuro. Ma è anche una domanda che Kurosawa rivolge al suo mondo: a una Tokyo spenta, a un Giappone che sembra aver perso direzione, e al cinema stesso, che qui si guarda allo specchio e si chiede cosa può ancora mostrare, cosa può nascondere, cosa resta fuori dall’inquadratura. In quella frase, ripetuta con calma e quasi con innocenza, c’è l’idea che il male non abbia un volto preciso: è qualcosa che ti attraversa, ti confonde, ti svuota, finché non sai più nemmeno chi sei. Per fortuna nostra e per capire meglio il contenuto, ci pensa il detective Kenichi Takabe a dimostrarcelo immergendosi, senza accorgersene, in toto nel problema che vuole risolvere e tra l’audio del già accennato cilindro fonografico con la voce di Bakuro e il personale coinvolgimento mentale ci conduce come un novello Caronte – più che un Virgilio – nei fondali oscuri della mente assassina.

 

 

Deus ex-machina è il formidabile attore che corrisponde al nome di Kōji Yakusho, qui al suo primo film con il regista, diventando così un suo punto di riferimento fino al punto di ottenere altre 5 partecipazioni ed una sesta per un tv-movie. Egli, ancora agli inizi della carriera pur se già 41enne, si muove con grande padronanza nel suo impermeabile che pare la divisa d’ordinanza dei tenenti di polizia occidentali d’una volta. Recita con la sicurezza di grande attore ed offre una eccellente prestazione sofferta, tra i problemi familiari e quelli professionali. Come suo solito, lavora in modo essenziale, quasi in sottrazione, sua caratteristica. Le sue doti, finalmente per lui, si sono poi rivelate vincenti ancor più in là, quando ha preso parte nel numeroso cast del bellissimo Babel (2006) di Alejandro G. Iñárritu, nell’interessantissimo Il terzo omicidio (2017) di Hirokazu Kore'eda e nel trionfante Perfect Days (2023) di Wim Wenders. Ora, ormai, è un interprete conosciuto in tutto il mondo.

 

 

Di Kiyoshi Kurosawa mi sono già espresso descrivendo come abbia concepito e realizzato il film, confermando i suoi grandi meriti di regista e non solo, se si considera come abbia saputo scrivere una sceneggiatura affascinante e come sia abile nella scelta delle inquadrature. Anche in quel maledetto finale che pare voglia lasciarci in sospeso: prima inquadra il detective che finisce di cenare e accende la sigaretta la cui rossa cenere attira l’attenzione della cameriera; poi ribalta l’inquadratura di 180° per mostrare lui in primo piano e lo sfondo del ristorante fuori fuoco, centrando quindi chiaramente la cameriera che si muove col coltellaccio in mano, impugnato nella maniera adatta per uccidere.

 

 

Perché questo titolo? Cure non rimanda a una guarigione, ma a un’idea di “cura” che svuota invece di salvare. Nel film la cura è ciò che Mamiya somministra alle persone: un trattamento invisibile che non aggiusta nulla, ma toglie strati, certezze, identità, lasciando emergere ciò che ognuno nasconde. È una parola scelta per contrasto, perché suggerisce qualcosa di rassicurante mentre racconta l’esatto opposto: un processo che disfa, che apre crepe, che rende permeabili. I critici hanno spesso letto il titolo come un modo per dire che il male non viene imposto dall’esterno, ma liberato dall’interno, come se la “cura” fosse proprio questo: eliminare le difese e lasciare che il buio faccia il resto.

Tant’è che il personaggio malefico centrale, Kunio Mamiya, dice “Tutte le cose che prima erano dentro di me... ora sono tutte fuori.” Brividi.

 

 

Riconoscimenti

Tokyo International Film Festival 1997

Miglior attore Kōji Yakusho

 


 
 
 

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