Il terzo omicidio (2017)


Il terzo omicidio
Sandome no satsujin
Giappone 2017 dramma/thriller 2h4’
Regia: Hirokazu Kore-eda
Sceneggiatura: Hirokazu Kore-eda
Fotografia: Mikiya Takimoto
Montaggio: Hirokazu Kore-eda
Musiche: Ludovico Einaudi
Scenografia: Yōhei Taneda
Costumi: Kazuko Kurosawa
Masaharu Fukuyama: Tomoaki Shigemori
Kōji Yakusho: Misumi
Suzu Hirose: Sakie Yamanaka
Kōtarō Yoshida: Daisuke Settsu
Shinnosuke Mitsushima: Kawashima Akira
Mikako Ichikawa: Sasabara Itsuki
Izumi Matsuoka: Hattori Akiko
Isao Hashizume: Shigemori Akihisa
Hajime Inoue: Ono Minoru
Aju Makita: Shigemori Yuka
TRAMA: Shigemori è un brillante avvocato che assume la difesa di Misumi, su cui pende un’accusa di omicidio. Poiché non è la prima volta che viene accusato di assassinio, Misumi rischia la pena di morte ma Shigemori comincia ad avere sospetti sulla sua colpevolezza.
VOTO 7,5

Hirokazu Kore-eda si allontana – almeno in apparenza – dai suoi consueti drammi familiari, tante volte anche con i bambini e gli adolescenti comprimari nella trama, che hanno segnato una parte importante della sua carriera e affronta il terreno del thriller giudiziario, ponendo però in primo piano una delicata questione: la verità. Nel 2019 aveva anche mescolato i due argomenti nell’unico film del suo carnet girato in Francia, che si chiamava appunto Le verità. In questo caso invece ne fa un tema essenziale e primario, che, guarda caso, sposa in pieno il mio pensiero perché sono sempre stato convinto che la verità vera, quella obiettiva e assoluta, che è sempre una e unica, è quasi impossibile stabilirla e conoscerla. Chiedendo perdono per la mia digressione, secondo me, chi la conosce, specialmente nel caso di un crimine? Solo chi lo ha commesso. Tutti gli altri – testimoni, investigatori, inquirenti, giudici, avvocati – cercano solo di dedurla e si basano su elementi oggettivi eventualmente concatenati, ma non si può escludere di poter essere sviati da altri elementi di disturbo che danno impressioni diverse. In tribunale, per esempio, si ascoltano le testimonianze e i periti ed alla fine si traggono le conclusioni. Come si possono escludere errori? Impossibile: la verità la conosce solo chi ha commesso il reato. Questo penso. Infatti, anche Kore-eda parte dal concetto che la corte di un tribunale non è il luogo dove stabilire la verità. Nessuno, quindi, può conoscerla.

Torniamo al film. Perché il caso in esame è complicato e psicologicamente contorto, reso maggiormente enigmatico dalle differenti versioni che l’imputato fornisce agli inquirenti e principalmente al suo avvocato. Tant’è che questo ennesimo film del regista giapponese si può definire come un raffinato legal thriller psicologico che, a differenza dei classici film gialli, non si concentra tanto su chi è il colpevole, bensì sull'impossibilità di raggiungere una verità oggettiva all'interno del sistema giudiziario. Per giunta in quello giapponese in cui, come si ascolta verso la fine, il giudice ha fretta di concludere per soddisfare le esigenze di efficienza che le Autorità si aspettano da quel sistema. Infatti, quando ad un certo punto l’imputato decide di ammettere che non ha commesso l’omicidio, il giudice, invece di iniziare un nuovo processo, lo unifica e lo alimenta con il nuovo argomento, purché si faccia in fretta e si concluda il prima possibile. Non possono permettersi il lusso di farlo durare troppo a lungo. (Un altro pianeta rispetto all’Italia…)

Il film inizia sulle rive di un fiume dove un uomo di mezza età. Takashi Misumi colpisce a morte il suo datore di lavoro, ne brucia il cadavere e gli ruba il portafoglio. Egli confessa immediatamente il crimine alla polizia, non lo nega. Però l'uomo ha un passato pesante. Ha già scontato 30 anni di prigione per un duplice omicidio commesso in gioventù e avendo commesso un altro reato simile in questo momento, ed unito alla rapina, secondo le leggi giapponesi ora rischia quasi certamente la pena di morte. La difesa viene affidata a Tomoaki Shigemori, un avvocato d’ufficio pragmatico e riflessivo. Questi non è interessato a scoprire la verità morale del delitto, ma ha interesse principalmente alla strategia legale da adottare per ottenere perlomeno la commutazione della condanna a morte in ergastolo. Il caso è particolare anche perché fu proprio il padre di questo avvocato, un vecchio giudice ora in pensione, che trent’anni prima aveva evitato di comminare la pena capitale allo stesso imputato perché aveva alcuni dubbi e non riteneva umanamente giusto togliere la vita ad un colpevole condannato

Buona parte del film si svolge in prigione, nella sala colloqui, con i dialoghi tra l’imputato, l’avvocato e i suoi due assistenti. Il regista punta decisamente a questo schema narrativo ed ha anche spiegato il motivo. All’inizio pensava di non voler troppe scene nel parlatorio perché sarebbero risultate troppo statiche. Nei precedenti drammi familiari, infatti, si concentrava parecchio sui movimenti delle persone nello spazio. Per questo film, il parlatorio diviso in due dalla presenza del vetro, contiene sostanzialmente persone sedute. Tuttavia, siccome i due interagiscono in maniera perfetta ed interessante, le sequenze sono molto intense assumendo così il ruolo del cuore del film. È qui che succede che Misumi inizia a manipolare, inconsciamente o volutamente, la narrazione, cambiando continuamente la versione dei fatti. Succede che racconta infatti tre versioni dell’accaduto.
Con la prima versione sostiene di aver ucciso l’uomo per rancore e per estinguere un debito di gioco con i soldi che gli porta via una volta compiuto il delitto. Nella seconda versione afferma che è stata la moglie della vittima ad assoldarlo per uccidere il marito, simulando una rapina per poi intascare i soldi dell’assicurazione sulla vita. Nella terza versione entra in scena Sakie, la giovane figlia zoppa della vittima. Shigemori scopre che Misumi aveva un legame affettivo molto stretto con la ragazza, che vedeva quasi come una figlia sostitutiva. La giovane gli aveva confidato una terribile realtà: suo padre la abusava sessualmente da anni e Misumi avrebbe quindi ucciso l’uomo per proteggerla e vendicarla. Nella scena finale l’avvocato accusa il suo cliente di aver mentito per proteggere Sakie: Misumi non conferma né smentisce, lasciando la verità sospesa.

Da qui e da queste tre “verità” scaturiscono le conseguenze e lo sbandamento nella strategia che l’avvocato deve adottare. Le tre versioni sono molto discostanti e quindi ogni volta lui, dopo la meraviglia e la rabbia per via dei cambiamenti, deve quasi ristudiare con gli assistenti come comportarsi e come agire nell’aula del tribunale, dove ovviamente sia la procuratrice dell’accusa che il giudice mostrano segni di impazienza. Nell’agitazione generale, l’unico calmo è il serafico Misumi, che con il suo sorriso imperturbabile – eccezion fatta solo per qualche occasione più emotiva da parte sua (o recita ancora? eheh…) – pare voler prendere tutti in giro, tutti affannati alla ricerca della benedetta verità. Nessuno dei vari personaggi saprà arrivarci da solo ma la maestria di Kore-eda e i magnifici ed emozionanti, illuminanti, centrali colloqui del parlatorio ci condurranno per mano e per intuito alla (probabile? ipotetica?) realtà: forse (il forse è d’obbligo) dopo aver negato decisamente, Misumi ha davvero commesso il delitto: l'uomo si è sacrificato come un “guscio”. Come afferma in quell’ultimo colloquio, lui è un guscio vuoto per accollarsi la colpa e ripulire la vita di Sakie dal fango del processo. Perché altrimenti la povera ragazzina sarebbe stata al centro di uno scandalo.

Il terzo omicidio? È il titolo del film. Ma non è detto che si riferisca semplicemente al terzo delitto di Misumi. Il terzo omicidio rappresenta quello del sistema giudiziario, che alla fine del processo preferisce condannare un uomo sulla base di convenienze procedurali e freddi calcoli di efficienza, piuttosto che comprendere ciò che è successo realmente. Qual è stata il reale comportamento della natura umana? Quali sono stati i veri fatti?
Come lo è sempre, anche qui la recitazione degli attori principali doveva essere performante e Masaharu Fukuyama e Kōji Yakusho sono fantastici. Il personaggio centrale è l’avvocato, che grosso modo rappresenta noi spettatori e testimoni, e l’attore ci offre una eccellente rappresentazione del suo personaggio, compito, intelligente, pratico ed esperto; ma chi si sa conquistare il centro della scena e dell’attenzione del pubblico è senz’altro l’enigmatico personaggio interpretato magnificamente, ancora una volta, da Kōji Yakusho. È innegabile come riesca a catalizzare su di sé, e quindi sul suo ruolo e sulla sua recitazione, l’ascolto e l’osservazione da parte nostra. Quei dialoghi divisi dal cristallo ma comunicanti tramite i fori posti al centro sono il cuore di un’indagine che è poco poliziesca e tutta psicologica, fondamentalmente basata sui caratteri e dalle esigenze personali e professionali dei due uomini. Il colpo da maestro del maestro Hirokazu Kore-eda giunge proprio nell’ultimo colloquio, allorché, con il gioco dei riflessi del cristallo divisorio, i due visi si allineano e si sovrappongono. Come a coincidere, a capirsi, ad unirsi. È il saluto di commiato: l’uno verso il patibolo, l’altro verso la quotidianità, dopo essersi soffermato ad un incrocio senza traffico e senza pedoni. Un incrocio, simile alla croce della bruciatura del corpo dell’imprenditore sul campo del greto del fiume e simile alla minuscola tomba dei volatili che l’imputato, ora definitivamente condannato, allevava nella grande gabbia a casa.

Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2017, il film segue – come voluto dall’autore – l’argomento interessante appartenente al genere forense in cui la verità vera non viene però rivelata. Solitamente un film raggiunge la verità verso la fine, invece in questo caso soltanto la procedura giuridica giunge a una conclusione, mentre i personaggi non conoscono la verità. Il film suggerisce che la società accetta un sistema imperfetto: un meccanismo che può continuare a esistere solo se alcune persone sono chiamate a giudicarne altre, pur senza poter conoscere davvero la verità.
“A questo mondo ci sono persone che non sarebbero mai dovute nascere.”
6 premi vinti e 17 candidature.






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