The Ring (1998)
- michemar

- 7 mar
- Tempo di lettura: 3 min

The Ring
Ringu
Giappone 1998 horror 1h36’
Regia: Hideo Nakata
Soggetto: Kôji Suzuki
Sceneggiatura: Hiroshi Takahashi
Fotografia: Junichirō Hayashi
Montaggio: Nobuyuki Takahashi
Musiche: Kenji Kawai
Scenografia: Iwao Saitô
Nanako Matsushima: Reiko Asakawa
Hiroyuki Sanada: Ryûji Takayama
Rikiya Otaka: Yôichi Asakawa
Katsumi Muramatsu: Kôichi Asakawa
Yutaka Matsushige: Yoshino
Rie Ino’o: Sadako Yamamura
Yoichi Numata: Takashi Yamamura
Miki Nakatani: Mai Takano
Masako: Shizuko Yamamura
TRAMA: Una misteriosa videocassetta, che mostra una serie di immagini inquietanti e surreali, provoca la morte di chi la guarda dopo 7 giorni. La giornalista Reiko indaga sul decesso della propria nipote, trovandosi presto essa stessa in pericolo di vita, quando le indagini la conducono nel luogo dove la maledizione ha avuto inizio: un’isola in cui viveva una bambina di nome Sadako, considerata una strega e morta in giovane età.
VOTO 7

Un vero cult del genere horror - dall’omonimo romanzo di Kōji Suzuki - imitato e prolungato in altre opere che hanno sfruttato la scia di successo di quello che è divenuto un franchise. Basti pensare che in Giappone sono stati girati due sequel (The Spiral e Ring 2) e poi un prequel (Ring 0: The Birthday), seguito da uno spin-off (Sadako 3D) e il suo sequel Sadako 3D 2). Insomma una vera saga che ha sempre attirato l’attenzione degli autori e dei tanti fans del genere. Perfino un remake americano (The Ring) con Naomi Watts che a tanti è addirittura piaciuto più dell’originale.
Questo, diretto da Hideo Nakata, è il film che ha ridefinito l’orrore giapponese contemporaneo, trasformando una leggenda metropolitana in un incubo collettivo. Con un’estetica minimale, un ritmo ipnotico e un’idea di maledizione che si diffonde come un virus narrativo, il film ha imposto un nuovo immaginario: il terrore non più come esplosione, ma come infiltrazione lenta, silenziosa, inevitabile. È il punto di svolta che ha portato il J-horror nel mondo.
Reiko Asakawa (Nanako Matsushima), giornalista televisiva, indaga su una leggenda metropolitana che parla di un misterioso “video maledetto” capace di uccidere chiunque lo guardi nell’arco di una settimana. La storia, inizialmente relegata al folklore urbano, prende una piega inquietante quando Reiko scopre che la nipote Tomoko è morta in circostanze inspiegabili proprio dopo aver visto quel video insieme a tre amici. Seguendo le tracce delle quattro ragazze, Reiko arriva a una villa isolata a Izu, dove il gruppo aveva soggiornato pochi giorni prima. Qui trova una videocassetta anonima, composta da immagini disturbanti e prive di logica apparente. Appena la guarda, riceve una telefonata muta: il segnale che la maledizione è iniziata.
Spaventata ma determinata, Reiko coinvolge l’ex marito Ryûji (Hiroyuki Sanada), dotato di una sensibilità paranormale. Insieme cercano di decifrare il significato delle immagini, scoprendo un collegamento con Shizuko Yamamura (Masako), una sensitiva che anni prima aveva attirato l’attenzione dei media per le sue presunte capacità profetiche. Le indagini li conducono fino a Izu Oshima, dove emergono frammenti del passato di Shizuko e della figlia Sadako (Rie Ino’o), una giovane dotata di poteri inquietanti e incontrollabili. Intanto, la situazione precipita quando anche Yoichi (Rikiya Otaka), il figlio di Reiko, finisce per vedere il video. Con il tempo che scorre inesorabile, Reiko e Ryuji cercano un modo per spezzare la maledizione, convinti che la chiave sia nascosta nel trauma di Sadako e nel luogo in cui la sua storia si è interrotta. La ricerca li porta a confrontarsi con un orrore che non appartiene più al mondo dei vivi, ma che continua a reclamare attenzione, memoria e vittime.
Resta un’opera fondativa perché sposta l’orrore dal visibile all’invisibile, dal mostro alla maledizione, dal gesto al contagio. Nakata costruisce un film che vive di sottrazione: niente effetti, niente sovraccarico, solo un’atmosfera che si stringe addosso allo spettatore come un presagio. La forza del film sta nella sua capacità di trasformare un oggetto quotidiano - una videocassetta, una televisione accesa nel buio - in un varco verso l’ignoto. È un horror che non spaventa con il colpo di scena, ma con l’idea che il male possa essere trasmesso, replicato, condiviso. E che, una volta visto, non si possa più dimenticare.
Per quanto riguarda la mia personale esperienza, posso solo dire che è uno dei film più terrificanti che abbia mai visto, senza perdere di vista il giudizio che merita: è fatto davvero bene! Per questo, i veri cultori dell’horror non devono perderlo.






























Commenti