Dante (2022)
- michemar

- 21 mag 2023
- Tempo di lettura: 7 min

Dante
Italia 2022 biografico 1h34’
Regia: Pupi Avati
Soggetto: Giovanni Boccaccio (saggio)
Sceneggiatura: Pupi Avati
Fotografia: Cesare Bastelli
Montaggio: Ivan Zuccon
Musiche: Lucio Gregoretti, Rocco De Rosa
Scenografia: Laura Perini
Costumi: Andrea Sorrentino
Sergio Castellitto: Giovanni Boccaccio
Alessandro Sperduti: Dante da giovane
Carlotta Gamba: Beatrice Portinari
Enrico Lo Verso: Donato degli Albanzani
Nico Toffoli: ser Manetto Donati
Ludovica Pedetta: Gemma Donati da giovane
Erika Blanc: Gemma Donati da anziana
Alessandro Haber: abate di Vallombrosa
Mariano Rigillo: Meneghino Mezzani
Paolo Graziosi: Alighiero di Bellincione
Leopoldo Mastelloni: Bonifacio VIII
Elisa Pierdominici: Violante
Antonella Ferrari: madre di Violante
Patrizio Pelizzi: Fazio da Micciole
Rino Rodio: Simone de' Bardi
Valeria D'Obici: suor Beatrice
Romano Reggiani: Guido Cavalcanti
Patrizia Salis: Cilia di Gherardo Caponsacchi
Giulio Pizzirani: Dante da anziano
Gianni Cavina: Piero Giardino
Cesare Cremonini: Lottieri
TRAMA: Nel 1950, circa 30 anni dopo la morte di Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio si reca a Ravenna alla ricerca della figlia Beatrice alla quale deve consegnare dieci fiorini d'oro della Compagnia di Orsanmichele come risarcimento per l'ingiusto esilio.
Voto 6

“Questi fu quel Dante che fu dotato di speciale grazia da Dio. Quel Dante per cui la morta poesia si può dire rinata. Così Giovanni Boccaccio dava inizio al racconto della vita di Dante Alighieri denunciando la somma riconoscenza che avrebbe universalmente meritato e al contrario la somma ingiustizia che aveva patito. Se non ci fosse stato quel legame di così indissolubile amore che provò per lui Giovanni Boccaccio, non avremmo avuto questa storia da narrare.”
Il film di Pupi Avati inizia quando Giovanni Boccaccio riceve l’incarico dalla confraternita di Firenze dei Capitani di Or San Michele di portare 10 fiorini d'oro a suor Beatrice, figlia di Dante Alighieri, monaca a Ravenna nel monastero di Santo Stefano degli Ulivi. Dante è morto nel 1321 e i suoi ultimi 20 anni sono stati segnati dalla difficoltà e dalla sofferenza di cercare ospitalità dopo una condanna al rogo e alla decapitazione inflitta sia a lui che ai suoi figli maschi, fuggiti a loro volta da Firenze. A questo servono i 10 fiorini, un risarcimento simbolico per la confisca dei beni e l'ingiusta condanna. Contro quella parte del mondo ecclesiale che considera la Divina Commedia opera diabolica, Boccaccio accetta l'incarico di raggiungere suor Beatrice, anche per poter svolgere un'indagine su Dante che gli permetta di narrarne la vicenda umana e le ingiustizie patite. Nel suo lungo viaggio, oltre alla figlia, incontrerà chi, negli ultimi anni dell'esilio ravennate, diede riparo e offrì accoglienza al Sommo Poeta e chi, al contrario, lo respinse. Ripercorrendo dalla città toscana a Ravenna quello che fu il tragitto di Dante, sostando negli stessi conventi, negli stessi borghi, negli stessi castelli, nello spalancarsi delle stesse biblioteche, nelle domande che pone e nelle risposte che ottiene, Boccaccio ricostruisce la vicenda umana di Dante, fino a poterci narrare la sua intera storia.

È così che il film diventa un biopic di riflesso, per persona interposta, non un classico racconto biografico con il protagonista al centro della narrazione ma tramite il suo devoto ed ispirato ammiratore discepolo Giovanni Boccaccio (Sergio Castellitto) e noi possiamo in tal modo venire a conoscenza di tutto quello che nessuno di noi studenti abbiamo potuto apprendere a scuola, dove didatticamente è stato imposto con un approccio che non ci ha fatto mai capire davvero chi fosse l’essere umano, che tipo di uomo, cosa pensasse veramente, come abbia sofferto una vita non facile. Pochissimi di noi sapevano, per esempio, che era povero e ha fatto il soldato e ha combattuto per Firenze a fianco del fidato amico Guido Cavalcanti (Romano Reggiani), con cui in seguito ebbe dei dissidi, allorquando Dante si schierò con i Ghibellini nemici dei Guelfi, in cui militava l’altro. O che riuscì, nonostante l’appartenenza al partito dei Bianchi (quindi nemico dei poteri fiorentini), a farsi nominare come uno dei Sei Priori per il Sesto di Porta San Piero per due anni, nel luglio del 1300, in qualità di esperto dell’Arte degli Speziali. È tramite la sincera devozione di Boccaccio ed il suo lungo percorso, buona parte in compagnia di Donato degli Albanzani (Enrico Lo Verso), che si ripercorre la sua vita con numerosi flashback, a partire dalla fanciullezza in cui restò, a soli 9 anni, fulminato dalla grazia di Beatrice (Carlotta Gamba) e se ne innamorò all’istante. Bellissima la sequenza in cui, finalmente, lei gli rivolse lo sguardo affettuoso e gli disse l’unica frase che intercorse tra i due: “Vi saluto”. Una scena romanticamente molto intensa e significativa che porta Boccaccio a ricordarla così “Nel loro sguardo c’è l’emozione del mondo.”.

Il film assume in tal modo la forma del road movie, inquadrando il lungo e faticoso viaggio di un Boccaccio piuttosto malandato perché affetto dalla scabbia, ma non pentito di dover sopportare i disagi pur di adempiere al compito che si era assunto e portare quel simbolico risarcimento alla figlia suor Beatrice, la quale, una volta giunto a destinazione, inizialmente non lo volle ricevere in quanto non voleva accettare quella somma, non avendo mai perdonato ai fiorentini le condanne inflitte al padre. Con la meraviglia dell’affaticato e deluso viandante: “Una suora che non sa perdonare!”. Per fortuna, ci ripensò e quella notte lei si presentò nel buio, essendosi resa conto di quanto Boccaccio si fosse dedicato per la difesa del Poeta: “Io a vostro padre devo l’amore della poesia, l’unica vera gioia della mia vita e, malgrado la sua misteriosa grandezza, quando lo penso, io lo so immaginare soltanto… ragazzo.” Dante si era illuso che gli sarebbe bastato concludere la sua immensa e meravigliosa divina opera per poter far ritorno nella sua Firenze ed essere laureato poeta. Malgrado fosse tanto malato era ancora in grado di illudersi. Sequenza finale molto bella e commovente, in cui l’uomo è felice di aver adempiuto al suo dovere e di conoscere la figlia del suo sommo ispiratore. Che “conosceva il nome di tutte le stelle”. E nel frattempo il regista ricama l’inquadratura finale come un quadro vivente in cui, intorno ai due personaggi che si parlano nel buio, brillano stelle come lucciole.

Pupi Avati ci fa viaggiare assieme al protagonista (un eccellente Sergio Castellitto, molto compenetrato nel ruolo, da sempre più bravo come attore che come regista) mostrandoci, attraverso gli occhi e le sensazioni di Boccaccio, quali difficoltà incontrò Dante nel suo cammino da esiliato e la estrema delusione per il trattamento subito dai suoi concittadini, anche a causa delle infiammate rivalità politiche nel popolo toscano diviso aspramente tra bianchi e neri, tra pro e contro il Papa, tra Guelfi e Ghibellini, culminate, tra le tante battaglie, in quella di Monteaperti contro la Repubblica di Siena. Credo fermamente che solo gli appassionati e gli studiosi conoscano in profondità la vita privata di Dante, che qui si rivela molto interessante ed istruttiva, realizzata – finalmente – dopo qualche decennio dall’eterno sogno del regista, che ha avuto sempre nel cuore il desiderio di portare a termine il progetto, avendolo amato sin da piccino. “Il mio primo approccio è dettato dalla riconoscenza che si deve a una persona che ha attraversato il dolore che gli ha riservato la vita da quando bambino perse la madre, a quando ha perso Beatrice, fino all’esilio e all’accattonaggio perenne che ha vissuto per 20 anni durante la composizione della Divina Commedia. Direi che attraverso tutti questi dolori è pervenuto alla forma più alta, più ineffabile della misura poetica, alla quale nessun poeta è mai arrivato. La sua è una sorta di onniscienza misteriosa che rende sacro questo testo e quindi mi approccio a questo film del tutto speciale e credo unico non solo nella mia filmografia ma anche nella filmografia italiana, con l’ambizione di poter raccontare finalmente e in qualche misura, l’uomo. Volevo raccontare l’essere umano che è totalmente assente da tutte le biografie accademiche che ho letto. Ho passato più di vent’anni della mia vita a studiare Dante, accompagnato da tutti i dantisti più emeriti e loro stessi mi hanno in qualche modo ringraziato per aver individuato in Boccaccio, l’esegeta, il sodale più vicino a Dante di quanto un poeta possa essere vicino a un altro poeta. Ho deciso di raccontare questo essere umano immaginandolo perennemente ragazzo, perché credo che Dante sia quel giovane che un giorno vide Beatrice e che di fronte alla Chiesa di Santa Margherita dei Cerchi, si ferma, si gira, la guarda.”
L’autore ha prodotto un film che è un insieme del suo cinema, solitamente fatto di nostalgici fatti storici e biografici (normalmente i suoi privati, della sua giovinezza, come tanti suoi) e l’istinto che lo ha sempre portato all’horror territoriale e provinciale, altra sua passione. Elementi che qui si fondono in un’opera che analizza la psicologia e la mentalità del Dante giovane e maturo nell’ambito di un ambiente illustrato con caratteristiche a volte macabre: il colera, morti con i segni evidenti della malattia, sepolture, cadaveri delle persone morte a causa della peste nera e non riconosciute parcheggiati in loculi scoperti e visibili nella Torre del Guardamorto, e così via. Dirige molto bene gli attori e ci conduce in località tra le più belle dell’Italia centrale: Umbria, Emilia-Romagna, Lazio, in una galleria di borghi, castelli, feudi, chiesette e affreschi, e quindi Firenze, Perugia, Montecalvello (Viterbo), Foligno, Bevagna, le Valli di Comacchio e Ravenna. Un percorso medievale meraviglioso ottimamente fotografato.
Purtroppo, non tutto risulta armonicamente coniugato, incorrendo Avati in saliscendi narrativi che in non pochi momenti rallentano l’attenzione, concretizzando una discontinuità e disomogeneità che si avverte fastidiosamente. Peccato, perché avevo iniziato con scetticismo (non amo particolarmente questo regista) per poi ricredermi nel corso della visione, gustando la bontà della confezione, ma trovando anche alcuni spezzoni non all’altezza del resto. L’atmosfera e l’ambientazione risultano molto apprezzabili, molto ben ispirate ai tempi e alla vena del terrore instaurato sia dalla politica e dalle conseguenti rivalità che dalla gravissima peste. Sergio Castellitto domina la recitazione, totalmente nel personaggio, contorniato da uno stuolo nutritissimo di attrici e attori, alcuni dei quali vecchie conoscenze di Avati, a cominciare dal vecchio e malato Gianni Cavina, già gravemente ammalato che raggiungeva il set su un letto e morto dopo un mese dalle riprese. Ottima la riscoperta di Carlotta Gamba, una sorta di Marine Vacth italiana, inquadrata con molta attenzione dal regista per esaltarne la bellezza pulita e luminosa, specialmente nella sequenza del famoso sguardo tra i due innamorati che Avati (come da lui stesso spiegato) ha voluto montare con il ralenti per allungarne la durata, da lui ritenuta troppo bella e significativa per restare breve. Ricordando, dal punto di vista letterario, che questa coppia viene molto tempo prima di quella di Giulietta e Romeo.
Film in parte affascinante, in parte molto meno, con momenti catalizzanti ed altri mediocri, da fiction, direi Ma nel complesso un lavoro prima di tutto istruttivo e quindi molto interessante, scritto con passione e devozione: anche questo un piccolo ma significativo risarcimento sotto forma di tributo.
Nessuno aveva mai girato un film sulla vita del Sommo Poeta.

Riconoscimenti:
David di Donatello 2023
Candidatura miglior trucco














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