Demetra in esilio (2026)
- michemar

- 20 ore fa
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Demetra in esilio
Italia 2026 dramma 1h19’
Regia: Maria Giovanna Cicciari
Sceneggiatura: Maria Giovanna Cicciari
Fotografia: Alessandro Abate
Montaggio: Valentina Andreoli
Musiche: Santiago e Eva Rivas Bao
Scenografia: Elisa Gelmi
Costumi: Elisa Gelmi
Ioana Miruna Drajneanu: Lia
Roberta Rovelli: Daria, la mamma
Michele Di Stefano: Ade
TRAMA: È estate a Milano, la città è silenziosa. Daria e Lia, una madre e la giovane figlia, vivono la routine delle loro giornate. Daria non esce più di casa e ha ricreato un piccolo ecosistema di piante all’interno dell’appartamento. Lia esce solo per fare la spesa e per lavorare al suo progetto artistico ispirato al mito di Demetra e Persefone. Sono le immagini che filma fuori casa a condurla, a poco a poco, al riconoscimento del proprio destino.
VOTO 6

83.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2026 – Sezione Biennale College.
Per inquadrare l’esordio nel lungo della regista, esordiente nel lungo, Maria Giovanna Cicciari, necessita partire dalle figure di Demetra (Cerere per i romani) e Persefone (Kore o Proserpina), che rappresentano due delle figure più centrali della mitologia greca. Il loro mito è legato alla natura, al ciclo delle stagioni, all’agricoltura e ai misteri della vita e della morte. Demetra è la dea dell’agricoltura, dei raccolti, della fertilità della terra e delle leggi sacre. È la madre protettiva e nutrice. Persefone è la figlia di Demetra e Zeus e simboleggia il germoglio della primavera e la vegetazione, ma diventerà anche la regina degli Inferi per quello che le accadrà. Difatti, Ade, il dio degli Inferi, si innamora di Persefone e, con il consenso implicito di Zeus, la rapisce mentre raccoglie fiori in un prato, trascinandola nel suo regno sotterraneo. Disperata per la scomparsa della figlia, Demetra vaga sulla terra per nove giorni tenendo in mano fiaccole accese. Nel suo dolore, trascura i suoi doveri divini: la terra diventa arida, le piante appassiscono e si scatena una terribile carestia che minaccia l’umanità. Vedendo la terra morire, Zeus ordina ad Ade di restituire Persefone. Tuttavia, prima di lasciarla andare, Ade offre a Persefone alcuni chicchi di melograno. Aver mangiato il cibo del regno dei morti la lega per sempre all’Oltretomba. Per risolvere la crisi, si giunge a un compromesso: Persefone trascorrerà una parte dell’anno (in genere un terzo o la metà) sottoterra con Ade, e il resto dell’anno sulla terra con sua madre Demetra. Ecco allora le origini delle stagioni dell’anno.

Partendo da questa mitologia, la regista ci offre un lungo e soffermato sguardo alla vita limitatissima e ritirata di una madre e di sua figlia, Daria e Lia. La signora è in una profonda depressione, fino al punto che giace spesso a letto e senza voglia di levarsi in piedi. È la figlia Lia che la sveglia ogni mattina intorno alle 11, dopo che lei stessa è andata a far la spesa e ha dato un’occhiata al cortile del condominio dove abitano. La madre si fa puntualmente il bagno e la figlia la aiuta, poi le prepara il pranzo, scambiando appena due chiacchiere. Durante il giorno, Lia dedica il tempo al confezionamento di un video girato con una piccola telecamera e cura anche i vasi delle tante piantine che la madre ama tenere in ogni stanza, nessuna esclusa. Eventualmente, imparando dai video di YouTube, ripara persino il guasto della lavatrice o come montare un vecchio proiettore che ha trovato abbandonato.

Lia, insomma, trova sempre qualcosa da fare per trascorrere il tempo, mentre Daria è come assente e si presenta solo per i pasti o per fare il bagno. Ma ciò che attrare maggiormente la ragazza è, transitando nel cortile condominiale, è il pozzetto tra la poca vegetazione, il cui coperchio è a volte aperto. È giusto in quella zona che, a volte, stando dietro la finestra dell’appartamento, ode rumori o voce maschile, che non solo la incuriosiscono ma le attirano fortemente l’attenzione. Che diventa attrazione. Un giorno scopre la tuta con cui ha visto un misterioso uomo dagli occhi di fuoco e ne è attratta addirittura sensualmente, che la porta anche all’autoerotismo.

La vita quotidiana è monotona e ripetitiva, a maggior ragione perché Maria Giovanna Cicciari ripete con ostinazione le scene di tutti i giorni, senza sosta, richiamando alla mente l’ossessiva ma meravigliosa ripetitività del mitico Cavallo di Torino di Béla Tarr, ovviamente senza paragoni, per carità. Per via di questa ciclicità che si replica ogni giorno non si può fare a meno di dedurne una non facile rigorosità che vorrebbe essere autoriale. La regista costruisce tutto su gesti ripetuti, inquadrature fisse, azioni che tornano identiche giorno dopo giorno. È una scelta consapevole, certo, ma finisce per soffocare la tensione invece di farla crescere. Ogni variazione è minima, quasi impercettibile, e il film sembra muoversi dentro una gabbia formale che non si apre mai davvero. Anche l’elemento mitologico, che dovrebbe portare slancio, resta intrappolato in un metodo troppo controllato. La regista poteva osare di più ed invece rimane fedele a un rigore che alla lunga diventa monotono. È come se il film non trovasse mai la sua autonomia, restando sempre un passo indietro rispetto alle sue ambizioni.

Ciononostante, si resta fino alla fine in attesa di qualcosa, che infatti – seguendo la mitologia ricordata all’inizio – accade. Prima di tutto con l’incontro con l’uomo misterioso che la circuisce per un breve rapporto sessuale, ma alla fine, Lia, sempre attratta dal pozzetto, decide d’un tratto di prendere una decisione sorprendente. Un atto di liberazione dalla monotonia della vita e della casa? Dalla madre, amata ma limitante e castrante e senza un futuro visibile? Un atto di ribellione, o forse semplicemente una presa di coscienza e quindi di crescita caratteriale e di indipendenza. Tutto può giustificare l’importante decisione.

Se ne può dedurre che la regista abbia voluto rielaborare in chiave contemporanea il mito di Demetra e Persefone, ispirandosi (come lei stessa ha rivelato) ai racconti fiabeschi che il poeta tedesco Heinrich Heine scrisse immaginando il destino degli dei pagani dopo l’avvento del cristianesimo, raccolti in un libro dal titolo Gli dèi in esilio. È certamente affascinante il mito di dei due personaggi e per diversi motivi. Innanzitutto, c’è l’idea che il passaggio delle stagioni, l’ordine stesso delle cose, dipenda, nel mito, da qualcosa di così umano come il rapporto tra madre e figlia. C’è poi un aspetto che riguarda unicamente il mondo delle immagini: l’apparizione e la sparizione di Persefone possono sempre ricordare il rapporto, proprio del cinema, tra ciò che vediamo e il fuori campo. La sceneggiatura, sempre della regista, richiama il mito alla realtà della vita quotidiana, immaginando un’estate infinita e soffocante nella città in cui oggi viviamo, in cui l’inverno appare come un presagio doloroso per una madre, mentre una figlia trova la propria strada seguendo il richiamo della sua ricerca artistica. Se il mito originario si fonda sulla ciclicità, la struttura lo conferma nella forma del loop: le giornate di Lia, scandite dalla cura di Daria, si ripetono con piccole variazioni, lasciando affiorare, sotto la superficie della routine, un progressivo disfacimento emotivo che conduce verso un esito inevitabile. L’atmosfera è sospesa e allucinata, in cui il tempo sembra dilatarsi e il cambiamento appare prima impossibile, poi inevitabile. Al centro del film resta il desiderio di Lia, la forza invisibile che la spinge verso il proprio destino.
Posso solo dire che ci vuole coraggio e temperamento per elaborare un progetto del genere e sicuramente Maria Giovanna Cicciari queste doti le ha avute, forse anche dovute alla sua esperienza di documentarista che spiega la precisione e la costanza nel girare un film siffatto. Vedremo cosa farà in seguito. Le due attrici paiono all’altezza del compito.






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