Don’t Let the Sun (Catch You Crying) (2025)
- michemar

- 21 mag
- Tempo di lettura: 5 min

Don’t Let the Sun (Catch You Crying)
Don’t Let the Sun
Svizzera Italia 2025 dramma 1h40’
Regia: Jacqueline Zünd
Sceneggiatura: Jacqueline Zünd, Arne Kohlweyer
Fotografia: Nikolai von Graevenitz
Montaggio: Gion-Reto Killias
Musiche: Marcel Vaid
Scenografia: Nicole Hoesli
Costumi: Edoardo Rossi Caiati
Levan Gelbakhiani: Jonah
Maria Pia Pepe: Nika
Agnese Claisse: Cleo
Karidja Touré: Ana
TRAMA: In un mondo futuro il caldo non dà tregua e costringe l’umanità a vivere di notte e a stare ritirata di giorno. Cleo, preoccupata per la solitudine della figlia Nika, si affida a un’agenzia per chiedere che la ragazzina abbia un padre. Viene così chiamato l’impiegato più bravo di tutti, Jonah, abituato a offrire protezione e conforto agli sconosciuti. Inizialmente Nika rifiuta la sua presenza, ma poco alla volta tra i due si forma un legame che metterà in crisi soprattutto le barriere emotive dell’adulto.
VOTO 6,5

La scena iniziale mostra una coppia di anziani che osservano un giovanotto che si siede a tavola per cenare con un’orata cotta al forno mentre loro gli indicano come mangiarla e i gesti che preferiscono vedere, segno evidente che l’ospite non è una di famiglia ma che hanno chiamato per sostituire momentaneamente un figlio che non c’è più, che vogliono ricordare come se non lo avessero perso. Innegabile che questo incipit ricordi Alps, il quarto film di Yorgos Lanthimos in cui un gruppo di quattro persone offrivano, dietro pagamento, un supporto particolare alle famiglie che avevano perso i propri cari e in un clima di annullamento totale delle loro personalità, rimpiazzavano i defunti nelle attività quotidiane, ne ripetevano gesti e abitudini e ne rinsaldavano i legami con chi li circondava, in modo da non far pesare la loro assenza.

Entrambi i film, infatti, esplorano il bisogno umano di sostituire, simulare o reinventare una presenza affettiva perduta, ma mentre il regista greco osserva questo meccanismo con un distacco glaciale e disturbante, questo film lo trasforma in un gesto intimo, fragile, quasi terapeutico. In filigrana, il film della svizzera Jacqueline Zünd dialoga con l’altro perché anche qui il centro emotivo è un’assenza che chiede di essere colmata. Ma se nel film di Lanthimos la sostituzione affettiva diventa un rituale meccanico, quasi clinico, la Zünd la osserva come un movimento fragile e necessario: i suoi servizievoli soccorritori non imitano nessuno, non recitano ruoli, ma inventano piccoli gesti per sopravvivere al vuoto che li circonda. È la stessa ferita, ma guardata da un’altra angolazione, dove lo straniamento lascia spazio a un’intimità che non consola, ma illumina.

Qui non siamo in un mondo normale e corrente in quanto la storia è ambientata in un futuro prossimo dove, per effetto dei cambiamenti climatici, il giorno è diventato insopportabilmente caldo. Per questo, tutta la vita sociale è stata spostata di notte, quando la temperatura risulta un po’ più tollerabile. Si va a lavorare di notte, le scuole aprono di notte, la spesa la si fa di notte. Tutto accade di notte, mentre di giorno si dorme e la città si svuota, con il divieto tassativo per i più giovani e per i più anziani di uscire di casa, per i rischi che correrebbero a quelle temperature. Per questi motivi si ode per le strade, visivamente fredde (un contrappasso) fotografate da una bianca luce abbagliante che accentua l’afa, e condomini tristemente stilizzati la voce della speaker (tipo Grande Fratello) per cui pare – come scrivono in tanti ma su cui non sono molto d’accordo – di essere in una realtà distopica.

In questo mondo bollente, il caldo torrido dell’aria contrasta con il gelo delle relazioni umane, sempre più distanti, sempre più svuotate di affettività e di emotività. Jonah (Levan Gelbakhiani), il protagonista della storia, lavora per una delle varie agenzie che cercano di sfruttare questa condizione di isolamento e solitudine per offrire a clienti privati, donne e uomini soli e barricati in casa, il servizio di attori professionisti in grado di assumere il ruolo di stretti familiari senza generare le tensioni emotive che un vero figlio o marito potrebbero scatenare. Un giorno a Jonah viene chiesto di assumere il ruolo di compagnia, se non proprio di padre, verso la piccola e tormentata Nika. La madre Cleo, infatti, accetta il servizio offerto dall’agenzia a cui si è rivolta con la speranza che in questo modo la bambina superi la sua malinconica insofferenza e si apra un poco alla vita. Diventa così un viaggio in un germoglio imprevedibile di relazione che chissà mai se riuscirà a dischiudersi.

L’inizio è sconfortante perché la sveglia e intelligente Nika, trovandosi di fronte questo giovanotto, ribadisce immediatamente che non ha bisogno di un padre (è nata da una madre single che ha scelto la fecondazione assistita) e che quindi non le interessa la presenza di un estraneo. Ovviamente Jonah sa che ciò rientra nelle eventualità e, serio, silenzioso e diligente, non batte ciglio e continua nel suo compito. Giorno dopo giorno, anche se ignorato dalla piccola, prosegue il suo lavoro che alterna nella compagnia alla altrettanto triste (lo sono tutti, in realtà) Ana, che invece è felice di essere sempre accompagnata dall’uomo, in tutte le attività. Ma il film si concentra sul rapporto tra Jonah e Nika, in cui lentamente qualcosa cambia anche se in maniera impercettibile: sarà che lui è bravo e le regala uno skate, che la porta a prendere un gelato, o a giocare nel labirinto degli specchi, fatto sta che lei si lascia conquistare se non addirittura (incredibile!) ad affezionarsi. L’imprevisto è che questo succede anche a lui, il quale quando avverte questo strano sentimento che è l’affetto, si spaventa e si ritrae, non facendosi più trovare nonostante le ricerche e le insistenze della madre. La sua vita programmata e sotto controllo inizia a vacillare.
Quello che non doveva succedere e che non era previsto sta accadendo: Nika si accorge che non può più fare a meno di Jonah, mentre lui è smarrito davanti alla propria reazione psicologica che non conosceva e che non si attendeva. È fuori pista, fino al punto di isolarsi e farsi del male esponendosi al sole. Il legame nasce e si rinsalda anche grazie ad un negozio che espone esemplari di gufi e civette che amano essere accarezzate – simbolo di come anche un volatile abituato alla notte e poco incline agli incontri con estranei, sappia apprezzare l’attenzione degli sconosciuti. A questo punto il film si smaterializza in un racconto senza dialoghi e diventa rarefatto, e perde anche quel minimo di ritmo che aveva fino a quel punto. La regista prosegue la narrazione in un climax sospeso, tra immagini attenuate e musiche d’atmosfera molto congeniali e, nonostante il rigore formale, il film punta a un cinema ricco di emozioni, facendo sì che, tra questa sorta di distopia e poi parabola e studio dei personaggi, la regista riesce comunque, in un vero tour de force, a realizzare un encomiabile lavoro sulla distanza che tocca profondamente. Controllato, delicato, trasportato da una disperazione sorda: è lì che la regista compie il lieve e malinconico miracolo di un piccolo film che tocca, però solo a patto di sintonizzarsi.
L’isolamento di questi personaggi ci dice chi siamo quando mancano gli altri e come invece si rivela un mondo differente quando ci apriamo, come fa la brava Nika, man mano che alza lo sguardo senza paura verso il viso di quell’estraneo che le entra nella vita quando pensava che questa doveva continuare e concludersi senza sorprese.

La regia di Jacqueline Zünd è una bella sorpresa e gli attori sono davvero bravi: in primis Levan Gelbakhiani, che ha riscosso apprezzamenti al Festival di Locarno 2025 dove è stato presentato; encomiabile poi, come succede spesso con i ragazzini, la prova della piccola napoletana Maria Pia Pepe. Di produzione svizzero-italiana, girato a Genova, il film è interpretato da un cast internazionale in lingua inglese, pronunciato senza accenti particolari, asettico, tipo scolastico avanzato. Quindi facile anche a vedersi in originale.
Non lasciare che il sole (ti sorprenda a piangere).














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