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Dove osano le aquile (1968)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 6 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

Dove osano le aquile

Where Eagles Dare

UK USA 1968 guerra 2h38’

 

Regia: Brian G. Hutton

Soggetto: Alistair MacLean (romanzo)

Sceneggiatura: Alistair MacLean

Fotografia: Arthur Ibbetson

Montaggio: John Jympson

Musiche: Ron Goodwin

Scenografia: Peter Mullins

Costumi: Yvonne Blake, Arthur Newman

 

Richard Burton: John Smith

Clint Eastwood: Morris Schaffer

Mary Ure: Mary Elison

Patrick Wymark: Wyatt Turner

Michael Hordern: vice ammiraglio Rolland

Robert Beatty: caporale Cartwright Jones / generale George Carnaby

Anton Diffring: Paul Kramer

Donald Houston: Olaf Christiansen

Derren Nesbitt: maggiore von Hapen

Ingrid Pitt: Heidi

Peter Barkworth: Berkeley

William Squire: Thomas

Brook Williams: Harrod

Neil McCarthy: MacPherson

Ferdy Mayne: generale Rosemeyer

Victor Beaumont: colonnello SS Weissner

Olga Lowe: tenente Anne-Marie Kernitser

 

TRAMA: Gli agenti alleati organizzano un’audace incursione in un castello dove i nazisti tengono prigioniero il generale americano George Carnaby.

 

VOTO 6,5

 

 

In un certo senso, il film rappresenta il compendio del cinema bellico‑avventuroso classico: un film che non punta alla verosimiglianza psicologica, ma alla costruzione di un melodramma d’azione ordinato, riconoscibile e deliberatamente adattato per attrarre e intrattenere il pubblico. Brian G. Hutton assembla l’opera come un congegno spettacolare, più vicino a un manuale di tecniche cinematografiche che a un racconto autoriale.

 

 

Il film procede come un’antologia di situazioni tipiche del genere - assalti impossibili, fughe rocambolesche, colpi di scena a catena - e lo fa con energia. La durata imponente e la ripetizione degli schemi narrativi potrebbero stancare lo spettatore medio, ma è proprio in quella soglia di eccesso che l’appassionato di cinema trova il suo piacere: la consapevolezza di assistere a un gioco di stile, a un esercizio di artigianato spettacolare che discende direttamente dalle origini del mezzo.

 

 

Durante la Seconda guerra mondiale, un gruppo scelto dell’MI6 viene inviato sulle Alpi bavaresi per una missione apparentemente semplice: liberare un generale americano catturato dai tedeschi e rinchiuso nella fortezza inespugnabile di Schloß Adler, accessibile solo tramite funivia. Il maggiore John Smith (Richard Burton) e il tenente americano Morris Schaffer (Clint Eastwood) guidano la squadra, ma fin dall’inizio qualcosa non torna: morti sospette, identità ambigue e movimenti contraddittori fanno intuire che la missione nasconde un secondo obiettivo.

 

 

Una volta infiltratisi nel castello, Smith rivela la verità: il generale è un impostore e l’operazione è in realtà una trappola per smascherare infiltrati tedeschi all’interno dei servizi britannici. Ne segue una lunga serie di colpi di scena, doppi giochi e fughe spettacolari tra funivie, corridoi del castello e boschi innevati, fino allo scontro finale che rivela il vero traditore e permette alla squadra di tornare in patria.

 

 

Hutton miscela location alpine grandiose con artifici di studio, miniature e trucchi ottici che non nascondono la loro natura, anzi la esibiscono con un fascino rétro. Richard Burton e Clint Eastwood vengono utilizzati più come icone che come interpreti, pedine perfette in un meccanismo che privilegia la situazione al personaggio.

 

Il risultato è un film “fabbricato”, non personale, ma costruito con tale perizia da trasformare l’accumulo di azione in un’esperienza con intenti di coinvolgimento e, paradossalmente, divertente. Un’opera che sfiora il ridicolo senza mai caderci, e che proprio per questo, forse, conquista.

 


 
 
 

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