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Drop - Accetta o rifiuta (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 18 gen
  • Tempo di lettura: 5 min

Drop - Accetta o rifiuta

Drop

USA Irlanda 2025 thriller 1H35’

 

Regia: Christopher Landon

Sceneggiatura: Jillian Jacobs, Chris Roach

Fotografia: Marc Spicer

Montaggio: Ben Baudhuin

Musiche: Bear McCreary

Scenografia: Susie Cullen

Costumi: Gwen Jeffares Hourie

 

Meghann Fahy: Violet

Brandon Sklenar: Henry

Reed Diamond: Richard

Violett Beane: Jen

Jeffery Self: Matt

Gabrielle Ryan: Cara

Ed Weeks: Phil

Travis Nelson: Connor

 

TRAMA: Dopo qualche anno di vedovanza, la madre single Violet decide di concedersi il suo primo appuntamento romantico. Esce “al buio” con Henry, che la porta in un ristorante di lusso e si rivela molto più affascinante e bello di quanto si aspettasse. La chimica fra i due, tuttavia, si incrina quando Violet comincia a ricevere una serie di inquietanti messaggi anonimi sul telefono.

 

VOTO 5,5



 


Il thriller moderno si arricchisce di nuove trovate tecnologiche, il che però, purtroppo, non vuol dire che il prodotto finale possa essere migliore di quelli classici, ammesso che ci sia un modello classico di questo cinema di genere. L’espediente che il regista specialista in commedie tese o addirittura horror, tutti di mediocre resa, Christopher Landon si inventa è un marchingegno informatico per il semplice scopo che gli viene utile ai fini del racconto, che risulta alquanto fantasioso, ai limiti della credibilità narrativa. Questo è una app di messaggistica perlomeno singolare chiamata Drop, da cui il titolo, che funziona in maniera piuttosto particolare e serve ai fini della tensione continua e crescente per mandare in paranoia la bella, triste e preoccupatissima protagonista. La app non esiste nella realtà ma funziona come artificio di trama.

 

 

A Chicago, la terapeuta Violet (Meghann Fahy) sta cercando di ricostruire la propria vita dopo un passato difficile ed un marito violento morto in circostanze dubbie, e decide di tornare a frequentare qualcuno tramite un sito di incontri. Una sera, lascia il figlio con la sorella e raggiunge un elegante ristorante panoramico per un appuntamento con Henry, un fotografo conosciuto tramite la app. Mentre aspetta il suo arrivo, incrocia alcuni clienti e membri dello staff, ognuno con un proprio carattere e una propria energia. L’atmosfera sembra normale, finché sul suo telefono non iniziano ad arrivare strani messaggi chiamati “Digi‑Drops”, un sistema di comunicazione a corto raggio che può provenire solo da qualcuno presente nel locale. I messaggi, inizialmente ambigui, diventano sempre più inquietanti, insinuando che Violet sia osservata da vicino. Quando Henry (Brandon Sklenar) arriva, cerca di aiutarla a capire chi possa essere il mittente, ma la situazione si complica rapidamente: i Digi‑Drops sembrano conoscere dettagli della sua vita privata e fanno riferimento a ciò che accade a casa sua in quel preciso momento. Intrappolata in un ambiente che improvvisamente non le appare più sicuro, Violet capisce che qualcuno nel ristorante sta orchestrando un gioco psicologico pericoloso. La serata, nata come un tentativo di ripartire, si trasforma in una corsa contro il tempo per proteggere se stessa e chi ama, mentre ogni persona intorno a lei potrebbe essere coinvolta.

 

 

Trovo che il film sia un thriller compatto e adrenalinico che punta su un’idea semplice e parecchio sfruttata - un primo appuntamento trasformato in incubo da una serie di messaggi anonimi - per costruire una tensione tangibile tutta giocata nello spazio chiuso di un ristorante panoramico. Christopher Landon dirige con sicurezza, abbandonando l’ironia dei suoi lavori precedenti per un tono più cupo, pur senza rinunciare a qualche lampo di leggerezza.

 

 

Il film, ammettendo come realistici gli avvenimenti, la tecnologia abusata e chiudendo gli occhi su più di una situazione paradossale, funziona soprattutto grazie alla performance di Meghann Fahy, che regge quasi ogni inquadratura e rende credibile la spirale di paranoia e controllo a cui è sottoposta. La tecnologia, i maledetti DigiDrop, diventa un dispositivo narrativo efficace, un modo per trasformare la modernità digitale in minaccia fisica e psicologica.

 

 

Landon costruisce un percorso da montagne russe: ritmo serrato, sospetti che si spostano di tavolo in tavolo, un uso intelligente dello spazio e una regia che accompagna lo spettatore dentro la soggettiva emotiva di Violet. La trama, se analizzata a freddo, può sembrare macchinosa, ma il film punta tutto sull’immediatezza dell’esperienza e sulla tensione continua, più che sulla plausibilità assoluta.

 

 

Ne risulta un thriller compatto, elegante e godibile, ma in qualche modo anche patinato, troppo luccicante, a momenti irrealistico, che non reinventa il genere ma lo sfrutta con consapevolezza ad uso ludopatico. È, difatti, un gioco di nervi confezionato a scopo di intrattenimento su una base facile, sostenuto da una buona protagonista un po’ troppo “televisiva” e da una messa in scena che trasforma un ristorante di lusso in una trappola scintillante. Il trucco è quello di convertire un ampio salone ristorante posto ad altezza vertiginosa in un grattacielo superlusso in una trappola di cristallo, parafrasando un celebre film, facendo diventare lo spazio sempre più angusto e claustrofobico. Da cui è possibile scappare ma dove ogni movimento condurrebbe a morte certa la sorellina di Violet e il figlioletto affidatole, ad opera di un misterioso killer, come inquadrato dalle telecamere di sicurezza che lei controlla tramite smartphone.

 

 

È una spola continua tra i tavoli e il ricevimento, tra i vari tavoli con tante coppie, tra i visi dei due della probabile futura coppia, tra le app contenute nel cellulare della donna: mille inquadrature su mille campi e controcampi, una cena andata in malora e neanche un boccone visto mandare giù dai due commensali, che, tra l’altro, non riescono a portare a termine un discorso che dicasi uno. Ogni inizio è interrotto dal “plin!” del messaggio, tramite il quale arriva l’ordine ricattatorio (ecco la causa di tutto) di avvelenare il partner della serata. Avvelenarlo? E perché mai? Beh, questo è uno dei non pochi punti del mistery vero e proprio ma anche uno delle artificiosità contenute.

 

 

Peccato: poteva essere un decente b-movie come se ne facevano una volta ed invece ecco il tentativo di un giallo poco credibile nei punti cardinali. Il motivo, comunque, per cui si lascia vedere è sempre il solito: per capire prima di tutto chi sia mai il nemico che sta manovrando i fili, dato che deve per forza essere lì nella sala; secondo, come va a finire e se la povera vittima riesce a salvare se stessa, il bell’uomo che l’ha invitata e soprattutto il suo piccolo Toby. Ovviamente il personaggio misterioso si rivelerà una forte sorpresa, ci sarà una tremenda colluttazione e sparatoria, i cristalli della torre si frantumeranno, il finale si svolgerà in una camera d’ospedale. I canoni sono stati rispettati e arriva la parola fine. Il potenziale c’era ma la sceneggiatura è troppo debole. Forse neanche b-movie, che una sua dignità l’ha sempre avuta.

 

 

Regia che sa il fatto suo, ma che non racconta nulla di nuovo e di speciale, attori dalla bellezza ed il fascino da divi di fiction TV, a cominciare dalla faccia da bel pesce lesso di Brandon Sklenar che sperava di passare una bella serata in compagnia della donna affascinante ma depressa che sogna sia la donna giusta. Che poi Meghann Fahy fosse una scream queen non lo poteva immaginare prima.

 


 
 
 

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Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

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