Easy Rider (1969)
- michemar

- 12 set 2019
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 13 set 2019

Easy Rider
USA 1969, drammatico, 1h35'
Regia: Dennis Hopper
Sceneggiatura: Peter Fonda, Dennis Hopper, Terry Southern
Fotografia: László Kovács
Montaggio: Donn Cambern
Scenografia: Jeremy Kay
Peter Fonda: Wyatt "Capitan America"
Dennis Hopper: Billy
Jack Nicholson: George Hanson
Phil Spector: Connection
Karen Black: Karen
Toni Basil: Mary
TRAMA: Billy e Wyatt, con i serbatoi delle moto imbottiti di droga, attraversano il sud dell'America in cerca di fortuna. Arrestati per aver sfilato insieme a una banda senza l'apposito permesso, vengono aiutati da un avvocato che decide di unirsi alla loro avventura.
Voto 8


Road-movie per eccellenza, fino ad arrivare ad essere considerato puro cult del genere, il film di Dennis Hopper ci mostra amaramente la realtà degli States degli anni '60 e della paura verso la diversità. Le memorabili inquadrature dei paesaggi americani fanno da sfondo alla storia di giovani che affrontano un lungo viaggio per recarsi al Carnevale di New Orleans, accompagnati dalla immortale musica rock di quegli anni, ma l'amaro e atroce finale segna anche il confine tra l'America conservatrice e quella della rivoluzione degli anni '60. Ma vediamo nei particolari la genesi del film, le difficoltà che hanno incontrato i protagonisti per realizzarlo e perché è diventato un film importante per la storia e l’evoluzione di Hollywood. È un excursus di grande interesse, che ho potuto scoprire leggendo qui e là. Ve lo racconto.

Peter Fonda e Dennis Hopper avevano lavorato a un’idea derivata sostanzialmente dalle suggestioni e dalle immagini di I selvaggi e Il serpente di fuoco (tra i film precedenti con protagonista Fonda, assieme allo stesso Hopper, Susan Strasberg, Bruce Dern, Nancy Sinatra): due sbandati hippy partono in moto alla scoperta dell’America, con una buona scorta di droghe allucinogene nascoste nel serbatoio della benzina. “Lo produci tu, se Dennis e io lo scriviamo e lo interpretiamo?” chiese Peter a Roger Corman, il regista di quei film. Il quale lì per lì accettò senza esitare. Si misero d’accordo ma subito iniziarono le difficoltà dovute al fatto che la casa di produzione AIP del celebre Samuel Z. Arkoff si oppose alla regia di Denis Hopper in quanto Corman aveva altri impegni. La situazione si sbloccò quando Bob Rafelson e Bert Schneider, due trentenni che avevano avuto successo con una serie televisiva, presero l’impegno di produrlo. Fu a questo punto che Roger Corman, re degli indipendenti e “padre” della new wave americana anni ‘70, finì per rimpiangere il progetto che aveva rifiutato. E fu così che nacque Easy Rider, scritto, diretto e interpretato da due giovani attori parcheggiati fino ad allora tra Hollywood e la factory di Corman: Peter Fonda, figlio e fratello d’arte, che da quando aveva interpretato il motociclista de I selvaggi era diventato l’idolo dei drive-in, e Dennis Hopper, esordiente a fianco di James Dean in Gioventù bruciata e Il gigante. Insieme a loro, un altro giovane della scuderia cormaniana, Jack Nicholson, che ha avuto ruoli di secondo piano in alcuni horror e western. Quest’ultimo prese il ruolo dell’avvocato di provincia alcolizzato che fa un pezzo di strada insieme ai due protagonisti, Wyatt e Billy e che di notte, davanti al fuoco, pronuncia il discorso su libertà e paura (tanto incisivo da diventare il sottotitolo italiano). Un ruolo breve, ma di quelli che rubano la scena.

Succede poi che nel 1968 il film è pronto, ma la distribuzione esita a farlo uscire in sala ma nel maggio del 1969, il film vince il premio come miglior opera prima al Festival di Cannes. A luglio esce nelle sale americane e poco dopo in tutto il mondo. È costato, come da previsione cormaniana, 375 mila dollari e ne incasserà più di 60 milioni. Fu così che la Hollywood conservatrice, che vivacchiava e non riusciva a superare una crisi lunga ed esiziale, spalancò le braccia agli indipendenti. Incredibilmente il botto del film di Hopper e Fonda fece sì che tutto il sistema produttivo e mitico hollywoodiano venisse rimesso in discussione e così fu dato ampio spazio ad autori giovani e a registi scomodi come Altman e Peckinpah, che prima le major allontanavano; i generi si trasformarono in una rilettura critica della società americana. Nel giro di pochi anni esordirono dietro la macchina da presa Bogdanovich, Rafelson, Schatzberg, Coppola, Scorsese, Spielberg, Lucas, Pakula, De Palma, Romero, Mazursky, Ashby, Allen, Cimino, Demme, Milius, Hill, Cronenberg. Vi sembra poco?

Anni dopo, Easy Rider, che forse non è mai stato un capolavoro, è però diventato un cult movie. Allora non fu il primo film del “rinnovamento”, ma certamente fu il più esplicito e trascinante, il vero spartiacque tra due momenti della storia del cinema statunitense: era nata la “controcultura”, era nata la New Hollywood! Oggi forse questo film avrà perso buona parte del suo fascino, ma certamente non l’impatto libertario e liberatorio che riesce ancora a trasmettere, a prescindere dagli oggetti feticcio tipo moto, giubbotti, frange, soste lisergiche, libertà sessuale, la trascinante musica rock, il lungo viaggio da ovest a est. E poi, come dimenticare i paesaggi favolosi e mitici, merito di un gran direttore della fotografia, László Kovács, che ridanno profondità e spazio al mito americano. Quel mito che quei tre giovanotti spericolati e divertiti, incoscienti e rivoluzionari, contribuirono a demolire e a demitizzare.

No, l’America, almeno quella cinematografica, non sarà più la stessa e la causa ha un nome ben preciso: è Easy Rider. E ha due mandanti: Peter Fonda e Denis Hopper.






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