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Ema (2019)

Immagine del redattore: michemar
michemar
11min
Tempo di lettura: 7 min

Ema

Cile 2019 dramma 1h47’

 

Regia: Pablo Larraín

Sceneggiatura: Guillermo Calderón, Alejandro Moreno

Fotografia: Sergio Armstrong

Montaggio: Sebastián Sepúlveda

Musiche: Nicolas Jaar

Scenografia: Estefanía Larraín

Costumi: Muriel Parra, Felipe Inostroza

 

Mariana di Girolamo: Ema

Gael García Bernal: Gastón

Paola Giannini: Raquel

Santiago Cabrera: Aníbal

Giannina Fruttero: Sonia

Josefina Fiebelkorn: Perla

Mariana Loyola: Sara

Catalina Saavedra: Marcela

Paula Luchsinger: María

Paula Hofmann: Laura

Antonia Giesen: Renata

Natalia Bakulic: Lisa

 

TRAMA: A Valparaíso, Ema, una giovane ballerina, divorzia da Gastón, il direttore della compagnia per cui si esibisce, incapace di superare il senso di colpa verso Polo, il bambino che avevano adottato per sopperire alla sterilità dell’uomo e che hanno poi riportato in orfanotrofio in seguito a una tragedia causata da alcuni gesti violenti del piccolo.

 

VOTO 7

 

 

Avevo notato, prima di visionare il film, che non pochi appassionati descrivevano l’opera di Pablo Larraín lontana dai soliti argomenti che il regista cileno amava trattare, come se avesse affrontato un tema insolito. Ed invece scopro che ciò non è affatto vero. Anzi, il fatto stesso che il film si intitoli con il nome della protagonista è già chiaramente un forte segnale. Difatti, Ema è l’assoluta dominatrice della storia e di tutte le situazioni che si vengono a creare, e non per caso o ad opera degli altri numerosi personaggi, bensì tutte create e provocate da lei stessa, perentoria padrona del suo destino e di chi la circonda. È infatti una giovane donna dal forte carattere, indomabile, indipendente, padrona del suo destino, piena di voglia di fare e dominare con non pochi ripensamenti, in special modo per quello che ha causato con la storia personale di mamma.

 

 

Ema (Mariana di Girolamo), giovane danzatrice di Valparaíso, vive con il marito Gastón (Gael García Bernal) dopo il trauma dell’adozione fallita del piccolo Polo, un bambino che hanno restituito ai servizi sociali dopo un episodio violento che ha segnato entrambi. La coppia è intrappolata in un vortice di accuse, sensi di colpa e frustrazione creativa, mentre lei cerca di trasformare la propria energia distruttiva in movimento, danza e fuoco. Di notte vaga per la città con le sue amiche, incendiando semafori e strutture urbane come gesto di ribellione e liberazione. Il reggaeton diventa il suo linguaggio politico e corporeo, un modo per affermare la propria identità contro il giudizio della società. Intanto intreccia relazioni con l’avvocata Raquel (Paola Giannini) che ha seguito il caso di Polo e con pompiere Aníbal (Santiago Cabrera) che interviene sugli incendi che lei stessa provoca, seducendoli entrambi. Anche con Gastón mantiene un rapporto oscillante tra attrazione e conflitto, usandolo come parte di una strategia più ampia. Tutto ciò sembra caotico, ma Ema sta costruendo una rete di legami che le permetta di riprendere il controllo della propria vita. 

 

 

Poco a poco emerge il suo vero obiettivo: riavvicinarsi a Polo, ora affidato proprio alla coppia formata dall’avvocata e dal pompiere (!). Attraverso seduzioni, manipolazioni e un magnetismo che disarma chiunque le si avvicini, Ema entra nella loro quotidianità e li spinge a immaginare una famiglia diversa, fluida, non convenzionale. Gastón, inizialmente rigido e ferito, finisce per essere inglobato in questa nuova costellazione affettiva. Il bambino torna così al centro di un nucleo poliamoroso che sfida le regole dell’adozione e della maternità tradizionale. Nel finale, mentre la nuova famiglia sembra consolidarsi, Ema riempie una tanica di benzina: un gesto che non annulla ciò che ha costruito, ma ribadisce la sua natura incendiaria e creativa. Il fuoco resta il suo modo di esistere, di trasformare il mondo e di affermare un’identità che non può essere contenuta.

 

 

Ema ed il fuoco. Lei lo “vive” come un’estensione del proprio corpo: non è solo un gesto vandalico, ma un atto performativo che completa la sua danza. Le notti a Valparaíso diventano palcoscenici mobili in cui lei e il suo gruppo di ragazze, scatenate nel ballo e non solo, trasformano la città in una coreografia di luce, movimento e combustione. I semafori incendiati, le fiammate improvvise, le corse tra le strade vuote sono parte della stessa energia che la muove quando balla: un impulso fisico, erotico, politico. Il reggaeton che guida le sue esibizioni è un linguaggio di liberazione, un ritmo che scardina le regole e che si fonde con il bagliore delle fiamme. Ema non distingue tra arte e vita: ciò che brucia è ciò che deve cambiare, ciò che danza è ciò che vuole diventare. In questo intreccio di corpi e fuoco, la notte diventa il luogo dove la sua identità si afferma senza mediazioni, dove ogni gesto è insieme distruzione e creazione.

 

 

In tutto ciò, quello che spiazza è la sua sorprendente abilità a influenzare chi le sta vicino e a farlo aderire ai progetti che ha in mente. Che poi si possono ridurre solo ad uno scopo: riavere accanto il caro Polo, pentita di averlo lasciato andare. Questo, per esempio, è un argomento che torna più volte nella serie dei dialoghi, raramente calmi, che avvengono tra i due coniugi: l’uno accusa l’altra e viceversa, creando confusione nello spettatore, che ha solo una certezza, quella che nessuno dei due sia esente da colpe per la drammatica decisione di tornare all’orfanatrofio da cui lo avevano adottato. Ora, per giunta, ritrovarlo adottato dalla coppia che lei sta “importunando” con grande determinazione è un caso della sorte ma anche una situazione ironica e paradossale, come un karma che si prende la rivincita. Ema non fa distinzione di sesso in fatto di eros, per cui, attratta da Raquel, ne diventa amante ampiamente ricambiata, come se l’avvocata avesse scoperto qualcosa di sé che aveva già ma non se ne rendeva conto.

 

 

Diverso il rapporto, molto denso di sesso, che nasce con il marito di questa professionista e pompiere: un innamoramento vivacissimo, di attrazione inarrestabile che causa, nel finale, la sorpresa che non ci si poteva attendere: Ema è incinta! Di Aníbal! In sintesi, succede che con Gastón, nonostante le liti, lei continua a sedurlo, a provocarlo, a umiliarlo e poi a riavvicinarlo. Lo spinge a confrontarsi con il proprio fallimento come padre e come artista. Con l’avvocata: la seduce instaurando un rapporto erotico e complice. Attraverso questa relazione, Ema ottiene informazioni e leve sul sistema delle adozioni. Ed infine con il pompiere, seducendo anche lui, il quale interviene sugli incendi che lei stessa provoca. Il paradosso è evidente: lei accende il fuoco, lui lo spegne, ma entrambi finiscono avvolti in una relazione intensa, fisica, che Ema usa come tassello del suo piano. In questa complicata (ma semplice) struttura creata ad arte, Gastón – se mi si permette – è l’unico vero cornuto del contesto, in quanto lei va a letto con tutti e tre e lui diventa padre a sua insaputa. Infine, è tanta la voglia di Ema di riprendersi Polo che vi riesce con uno strattagemma (questa donna ha mille risorse, come si evince) e quando, tra le lacrime di Raquel, convince questa che nessuno resterà solo, lei è capace di creare una superfamiglia allargata, fluida, in cui lei e Gastón possono tornare a far parte della vita di Polo. Attenzione: non si tratta di “riprendersi” il bambino nel senso tradizionale, ma di creare una nuova costellazione affettiva composta da tutti. Insieme.

 

 

Emblematica la penultima sequenza, in cui, a tavola come d’obbligo, dove avvengono normalmente le decisioni e i discorsi finali, lei tiene un piccolo monologo per descrivere e indicare il futuro del gruppo affettivo che insieme vivranno: “L’unica cosa che volevo dire a Polo era che tutto questo è stato un errore. Un grosso errore. Che non volevo abbandonarlo. Come avrei potuto dirglielo senza sapere dove vivesse? Allora ho pagato una psicologa dei servizi sociali e lei mi ha detto dove vivevano i nuovi genitori di Polo. Ho pensato a come averlo vicino di nuovo. Quindi ho pensato di avere un bambino con Aníbal. Il bambino avrebbe sempre fatto parte della vita di Polo e sarebbero cresciuti insieme. Così sarei potuta restare vicino a Polo. Allora incontrai Rachel ed era triste. Un tipo di tristezza che conoscevo molto bene. Come quando un figlio ti dice che non sei sua madre e il tuo matrimonio inizia a disintegrarsi.” In poche frasi, Ema ha riassunto la trama e le sue intraprendenti decisioni per come agire e raggiungere lo scopo prefissato in riguardo al ragazzino che le ha così tanto condizionata la vita e le azioni. Tutti riuniti a tavola: loro quattro, tutte le amiche della banda ballerina e la sorella sfigurata da Polo, atto che causò anni prima l’allontanamento per bimbo. Si guardano intorno silenziosi e pensierosi, succubi e impotenti, ma emerge con tutta la certezza la forza caratteriale dell’unica vincitrice della lunga vicenda. Ema.

 

 

Finita qui? Ma neanche per idea! Ema è instancabile e insoddisfatta della vita, deve per forza “creare” il suo destino. Per intenderci, basta l’ultimissima sequenza, lei che fa riempire dal benzinaio una tanica. È uno di quei segni che l’ottimo Pablo Larraín costruisce per far funzionare la narrazione su due livelli contemporaneamente: letterale e simbolico. Non si può ridurre questo aspetto ad un semplice tornare ad appiccare incendi, è troppo poco; e leggerlo come metafora pura è altrettanto limitante. Il film lavora proprio nella zona ambigua tra gesto reale e gesto mitico. Ema non smette di essere ciò che è stata per tutto il film: una figura che usa il fuoco come linguaggio. Il fuoco è il suo modo di prendere spazio nella città, è un atto di ribellione, ma anche di coreografia urbana, è un gesto che la definisce più della danza stessa: un’estensione del suo corpo. Non c’è redenzione, non c’è normalizzazione nel nuovo assetto familiare. Per lei il fuoco è generativo, non distruttivo e quindi brucia per aprire spazio, brucia per cambiare le regole, brucia per rifondare i legami. È il suo modo di dire: la mia rivoluzione non è finita. Pablo Larraín costruisce questo personaggio formidabile come una madre che non si conforma. E se la tanica è un manifesto, la maternità non la addomestica, la famiglia non la normalizza, l’amore non la rende docile. Il fuoco diventa la dichiarazione che la sua identità rimane radicale, anche ora che ha ottenuto ciò che voleva.

 

 

Gael García Bernal lo si conosce da tanto tempo ed è un attore a cui il grande regista si affida da molti anni, sin dai tempi di No - I giorni dell’arcobaleno, dal 2012, perché giustamente è un interprete affidabile in ogni occasione. Enorme impressione ho avuto di Paola Giannini, davvero brava. Ma ovviamente chi domina in assoluto è la sorprendente Mariana di Girolamo, finora almeno per me sconosciuta: che carattere non solo di personaggio ma proprio di attrice! È stata capace di dare un’impronta decisa al personaggio come una interprete esperta e sicura, oltre che eccellente ballerina. Il regista le dedica numerosi primi piani evidenziando la sua espressività.

 

 

Non badate a chi dice o scrive che la colonna sonora è invadente: è l’anima del film, è la colonna portante, è l’unico linguaggio che Ema capisce e ama, è il suo vestito, la sua anima. Le musiche e la fotografia, che è importante per dare colore ai fuochi provocati dalla protagonista, sono essenziali e portanti, perfettamente coordinati dalla solita sapiente regia di Pablo Larraín, sempre gran regista di storie di figure femminili mai banali.

 

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Riconoscimenti

Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia 2019

Premio Arca CinemaGiovani al miglior film

Premio UNIMED

 


 
 
 

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Il Cinema secondo me,

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