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Francesca Cabrini (2024)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 5 gen
  • Tempo di lettura: 6 min

Francesca Cabrini

USA 2024 biografia 2h22’

 

Regia: Alejandro Monteverde

Sceneggiatura: Rod Barr

Fotografia: Gorka Gomez Andreu

Montaggio: Brian Scofield

Musiche: Gene Back

Scenografia: Carlos Lagunas

Costumi: Alisha Silverstein

 

Cristiana Dell’Anna: madre Cabrini

David Morse: arcivescovo Corrigan

Romana Maggiora Vergano: Vittoria

Federico Ielapi: Paolo

Liam Campora: Enzo

Virginia Bocelli: Aria

Rolando Villazón: Di Salvo

Giancarlo Giannini: papa Leone XIII

John Lithgow: sindaco Gould

Montserrat Espadalé: suor Concetta

Jeremy Bobb: Theodore Calloway

Fausto Russo Alesi: cardinale

 

TRAMA: L’ascesa di una donna, tanto indigente quanto audace. che divenne una delle grandi imprenditrici del XIX secolo. Attraverso la sua forza di volontà, il suo coraggio e le sue capacità imprenditoriali, sconfisse il sessismo e il violento fanatismo antitaliano nella New York del 1900.

 

VOTO 7



Alejandro Monteverde è un valente regista messicano che opera prevalentemente negli USA e che dedica sempre la sua attenzione a trame in cui emerge una costante tematica molto forte: storie di redenzione, fede e dignità umana, spesso incarnate da figure che lottano contro sistemi ostili o ingiustizie profonde. Quindi, argomenti come le scelte morali, il valore della vita, le seconde possibilità, come nel precedente film conosciuto da noi, Bella (2006), dove un cuoco molla la sua attività per aiutare una cameriera licenziata. Stavolta affronta la complicata e santa vita di una suora di gran carattere, che combatté con tutte le sue energie per realizzare istituti per aiutare la povera gente, partendo dai maltrattati migranti italiani giunti alla fine del XIX secolo in terra americana: Francesca Cabrini. Cattolico praticante, ha infatti un forte interesse per figure e storie legate alla fede, alla compassione e alla giustizia sociale



È un film biografico che racconta la vita della missionaria cattolica, interpretata magistralmente da Cristiana Dell’Anna, mentre incontra resistenze ai suoi sforzi di beneficenza combattendo affaristi e politici di New York, esplorando il sessismo e il razzismo antitaliano affrontati alla fine dell’800. Malata e con una diagnosi che le davano solo qualche anno di vita, non si arrendeva mai nonostante i tanti ostacoli oggettivi derivanti dall’ambiente difficile e lo scetticismo degli alti prelati del Vaticano e americani, svegliando però, con testardaggine, sua caratteristica caratteriale, l’attenzione del buon Papa Leone XIII.



Tra il 1889 e il 1910, oltre due milioni di italiani emigrarono negli Stati Uniti per sfuggire alla povertà e soddisfare la domanda di manodopera a basso costo. Erano poverissimi, spesso analfabeti e non parlavano inglese. Molti americani li consideravano esseri inferiori, ad atti solamente ai lavori umili, nonché una minaccia per il tessuto sociale americano.



New York, 1889. La città è un luogo duro e ostile per gli immigrati italiani, vittime di povertà, discriminazione e violenza. In questo contesto arriva Madre Francesca Saverio Cabrini, una suora italiana affetta da tubercolosi ma animata da una volontà incrollabile. La sua missione pare proprio impossibile. Dopo vari rifiuti da parte della gerarchia ecclesiastica, ottiene un’udienza con Papa Leone XIII (Giancarlo Giannini), al quale espone il suo sogno: fondare un orfanotrofio in Cina. Il Papa, colpito dalla sua determinazione, la autorizza a fondare un ordine missionario ma la manda prima a New York, dove l’emergenza è più urgente. Arrivata nei Five Points, un quartiere poverissimo sito nel Lower Manhattan brulicante di bambini abbandonati e quindi dediti alla piccola criminalità, la suora trova condizioni disumane: piccoli orfani, criminalità diffusa, razzismo verso gli italiani chiamati offensivamente “dago” e totale indifferenza delle istituzioni. Portandosi dietro le sei suore che operano con lei, le prime difficoltà sono enormi: tra ostilità e pericoli, non hanno un posto dove dormire e vengono accolte in un bordello da Vittoria (Romana Maggiora Vergano), una giovane prostituta che diventerà una preziosa alleata.



Cabrini affronta subito l’ostilità dell’arcivescovo Corrigan (David Morse), le minacce dei protettori locali, la diffidenza degli stessi immigrati, abituati a sopravvivere da soli e, nonostante tutto, apre le prime opere di carità e un piccolo ospedale. Tra gli altri, riesce ad attirare due ragazzi dimenticati come gli altri, Paolo ed Enzo, che vivevano nelle fogne e sognavano un futuro nella criminalità. Avevano tentato di rapinarle il pane ed invece lei li accoglie a cena, diventando per loro una figura materna. Nel frattempo, con elemosine e offerte acquista un edificio e ottiene il sostegno di comunità irlandesi, italiane e polacche. Per raccogliere fondi coinvolge tutti coloro che la possono aiutare scatenando l’ira del sindaco Gould (John Lithgow), ostile agli italiani. L’ospedale viene addirittura incendiato da teppisti. Inarrendevole, cerca di ricominciare altrove e lotta ogni momento della sua vita, affrontando il sindaco con l’aiuto di un giornalista del New York Times, Theodore Calloway, e grazie all’intervento del Papa, ottiene che il progetto venga autorizzato. Innumerevoli i tentativi di farsi aiutare dal Senato Italiano, dal sindaco, dal vescovo, per giunta respinta perché donna, perché malata, perché non considerata come gli uomini. Nonostante la salute precaria, Cabrini vive fino a 67 anni, fonda ospedali e orfanotrofi in tutti i continenti e diventa la prima santa americana, Patrona degli Immigrati.



È un film narrato, filmato, recitato, sceneggiato in un modo che attira come una calamita la passione del pubblico, dipingendo con precisione la figura di una donna fuori dell’ordinarietà, una donna eccezionale, non solo dal punto di vista religioso: la sua fede incrollabile è una luce ed una spinta energica a volersi dare tutta per il benessere dei poveri derelitti dimenticati dalle istituzioni, a curare chiunque, credente o meno. Dar da mangiare, vestire, trovare un riparo, un letto, un gesto d’affetto. Implacabilmente generosa, seguita ciecamente dalle altre sei sorelle più la Vittoria che aveva salvato così come fa con tutti quelli che incontra e che hanno bisogno. Pare incredibile quello che provava a fare e pare altrettanto incredibile quello che veramente realizzava, anche se c’era tanta gente che la ostacolava e le distruggeva le opere, senza mai, però, distruggere i sogni e i progetti, tutti, prima o poi, realizzati in ogni parte del mondo. Se esiste la parola “miracolo”, lei li faceva davvero e non come fatti misteriosi o inspiegabili, ma come costruzione materiale dei programmi che aveva in mente. E ne aveva tanti, tanti! Meravigliando e spaventando gli omoni che le si frapponevano ai progetti: non abbassava mai la testa e non per superbia, ma per volontà ferrea di portare in porto ciò che riteneva necessario e utile per i poveri e per tutti coloro che avessero bisogno di sostegno. Cibo, istruzione, indumenti, accoglienza, un luogo pulito per dormire, senza dimenticare quando aveva visto agli inizi i bambini andare di notte nei tunnel sotterranei dei New York.



Le basi erano le tre Virtù Teologali: Fede, Speranza, Carità. Tre doni che lei aveva dentro e che metteva in pratica: la prima la sosteneva in ogni tipo di battaglia, la seconda non mancava mai e confidava di riuscire sempre nei suoi intenti, la terza era la stella polare della sua vita. Con la sua straordinaria determinazione e capacità organizzativa, Francesca Cabrini fonda scuole, orfanotrofi e ospedali dedicati agli immigrati. E, nonostante le difficoltà economiche e i pregiudizi dell’epoca, riesce a espandere la sua opera. In tutto il continente americano e anche in Europa, diviene una figura di riferimento nel campo dell’assistenza sociale e dell’educazione. Instancabile viaggiatrice, attraversa l’oceano numerose volte fondando oltre sessanta istituzioni. Muore nel 1917 a Chicago e, nel 1946, viene proclamata santa da Papa Pio XII, diventando la prima cittadina statunitense canonizzata (nel 1909 aveva ottenuto la cittadinanza americana). Che donna! Per come viene mostrata, è la prima femminista fiera e orgogliosa, che riusciva a spaventare gli uomini impettiti che le rinfacciavano il fatto di essere femmina, credendo di fermarla con tali presunte offese.



La narrazione è stimolante, la scenografia è accuratissima, ricca di comparse coordinate alla perfezione dal sorprendente Alejandro Monteverde, aiutato in questa gigantesca e imponente, ma trascurata, opera che vanta anche una fotografia eccezionale. È storicamente attenta, seguendo con precisione le vicende biografiche, tanti personaggi con costumi autentici e credibili. Ognuno dei componenti del cast tecnico segue il regista per produrre un film emotivamente riuscito, toccante e anche, perché no, istruttivo, dal momento che di questa bellissima figura si è sempre parlato troppo poco e non è sicuramente apprezzata a sufficienza proprio per ignoranza. Il cast che è riuscito a mettere sul set il regista è composto anche di nomi internazionali importanti, a cominciare da David Morse e John Lithgow in ruoli antipatici, per non parlare delle poche apparizioni di Giancarlo Giannini molto significative e molto ben recitate. Ma una interpretazione risalta e dà vigore alla Santa: Cristiana Dell’Anna è profonda, intensa, trascinante. Una prova energica che sbalordisce. Qualche critica per una lunga prima parte in cui recita i dialoghi troppo velocemente come per voler esprimere la forte grinta del personaggio (non so se voluto dal regista o come interpretazione personale) ma in seguito diventa più scorrevole e pacata e completa la sua performance ribadendola così efficace da restare un punto fermo nella sua carriera ancora agli inizi. Brava, bravissima! Se il film affronta i temi della resilienza, della fede e della giustizia sociale che risuonano profondamente, il merito è anche suo, per come ha reso l’immagine ai nostri occhi. E in un accettabilissimo inglese.



Bravo Alejandro Monteverde per le scelte artistiche e tecniche, anche per le musiche mai invadenti ma evocative e appropriate. Probabilmente esiste qualche problema di ritmo e un’eccessiva enfasi su alcuni messaggi, però nel complesso, il film va celebrato per il suo impatto emotivo e la sua potente eredità.

Siamo audaci o moriamo. È così che ho imparato a vivere in America!” Che donna! Una delle più influenti della sua epoca.

4 premi e 11 candidature, in particolare per attrice, costumi, scenografia e sceneggiatura, che poi sono gli aspetti che mi hanno colpito di più.



 
 
 

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michemar

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