Fuga da Mogadiscio (2021)
- michemar

- 5 lug
- Tempo di lettura: 3 min

Fuga da Mogadiscio
Mogadisyu
Corea del Sud 2021 thriller 2h1
Regia: Ryoo Seung-wan
Sceneggiatura: Ryoo Seung-wan, Lee Gi-cheol
Fotografia: Choi Young-hwan
Montaggio: Lee Gang-hui
Musiche: Bang Jun-seok
Scenografia: Kim Bo-mook
Costumi: Chae Kyung-wha
Kim Yoon-seok: ambasciatore Han Sin-seong
Zo In-sung: consigliere Kang Dae-jin
Heo Joon-ho: ambasciatore Rim Yong-su
Kim So-jin: Kim Myung-hee, moglie dell'ambasciatore Han
Jung Man-sik: segretario Gong Su-cheol
Kim Jae-hwa: Jo Soo-jin
Park Kyung-hye: Park Ji-eun
Enrico Ianniello: ambasciatore Mario Sica
Andrew Ng'ang'a: Swama
Alan Oyugi: ministro somalo
TRAMA: Nella Somalia devastata dalla guerra, il personale e le famiglie delle ambasciate sudcoreane e nordcoreane hanno lo stesso obiettivo: fuggire da Mogadiscio.
VOTO 6,5

Questa appassionante vicenda raccontata, quasi dimenticata dalle cronache, è una storia verissima e rappresenta uno dei rari casi (se non l’unico) in cui le due Coree si sono trovate, loro malgrado, costrette a cooperare e a mettere da parte l’astio che da molti decenni divide i due stati confinanti. Il film, intanto, fu evento speciale al Far East Film Festival di Udine nel 2022. Ma cosa accadde davvero in quel frangente della Storia?

Nel 1991, la Somalia è devastata dalla guerra civile tra le forze governative di Siad Barre e i ribelli guidati da Aidid. In questo clima di caos, le ambasciate di Corea del Sud e Corea del Nord competono per ottenere il sostegno del governo somalo in vista della loro candidatura all’ONU. Quando i ribelli entrano a Mogadiscio, la situazione precipita: le comunicazioni saltano, le strade diventano zone di combattimento e le ambasciate vengono prese di mira. Entrambe le delegazioni tentano di raggiungere l’aeroporto, ma senza documenti ufficiali vengono respinte. La sede nordcoreana viene poi saccheggiata dai ribelli; i diplomatici, braccati, cercano rifugio e finiscono davanti all’ambasciata sudcoreana. Nonostante le tensioni politiche, l’ambasciatore Han decide di farli entrare e proteggerli. Le due delegazioni, diffidenti ma costrette alla cooperazione, condividono cibo, informazioni e un piano di fuga.

Dopo vari tentativi falliti presso altre ambasciate, gli italiani offrono ai sudcoreani un passaggio su un volo della Croce Rossa diretto in Kenya. Per includere anche i nordcoreani, Han mente dicendo che intendono chiedere asilo politico. I diplomatici preparano auto improvvisate come veicoli blindati e partono durante l’orario della preghiera, sperando di evitare i combattimenti. Il convoglio viene comunque attaccato da esercito e ribelli, ma riesce a raggiungere l’ambasciata italiana. Durante la fuga, il funzionario nordcoreano Tae‑jun viene ucciso. Il giorno seguente, le due delegazioni salgono sul volo per Nairobi. Una volta atterrati, si separano immediatamente: nessuno dei due Paesi crederebbe alla loro collaborazione e potrebbero essere puniti. Dopo un ultimo saluto, ciascun gruppo sale su autobus diversi, tornando simbolicamente divisi.

La scena culminante del film, nonostante i tanti momenti di altissima tensione, discretamente saputa creare dal regista, anche con il tipico comportamento degli asiatici nei frangenti di agitazione, è proprio quella finale, dove le due schiere, che nel frattempo hanno fatto amicizia e alleanza per necessità, mostrano come amerebbero non essere più nemiche e si guardano senza dirsi la verità. Dobbiamo separarci, peccato non poter continuare la collaborazione, in fondo non siamo così diversi. Non resta che tornare a casa e ricominciare a guardarsi in cagnesco, perché così va la politica internazionale.

Sì, è un vero racconto di emergenza, ma la deduzione è la solita e non bisognerebbe mai stancarsi di ripetersela: la guerra è la cosa più stupida che può fare l’uomo. E infatti continua a farla, in tanti posti della terra, portando solo rovine e morte. E la guerra è ancora più stupida – ammesso che ciò sia possibile – se avviene tra due popoli fratelli.
Il regista Ryoo Seung-wan costruisce, quindi e come detto all’inizio, un thriller politico capace di toccare una corda sensibile: quella delle relazioni, ancora irrisolte, tra Corea del Sud e Corea del Nord. Il film si inserisce nella tradizione del cinema e della serialità sudcoreana che interrogano il conflitto tra i due Paesi, trasformando la tensione diplomatica in materia narrativa intensa. La forza dell’opera nasce anche dal suo legame con un fatto reale e pur concedendosi una chiara dimensione romanzata e un respiro da blockbuster, il film riesce a mantenere viva la pressione politica e umana della vicenda. Il risultato è un intrattenimento solido, sostenuto da tensioni costanti e da un forte coinvolgimento emotivo. Come spesso accade nei thriller coreani, occorre accettare una certa dose di melodramma per lasciarsi trasportare fino in fondo da questa fuga concitata, spettacolare e profondamente umana.
Moltissimi premi in patria.










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