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Fuori (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 24 nov 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

Fuori

Italia, Francia 2025 dramma 1h57’

 

Regia: Mario Martone

Soggetto: Goliarda Sapienza (L’università di Rebibbia, Le certezze del dubbio)

Sceneggiatura: Mario Martone, Ippolita di Majo

Fotografia: Paolo Carnera

Montaggio: Jacopo Quadri

Musiche: Valerio Vigliar, Robert Wyatt

Scenografia: Carmine Guarino

Costumi: Loredana Buscemi

 

Valeria Golino: Goliarda Sapienza

Matilda De Angelis: Roberta

Elodie: Barbara

Corrado Fortuna: Angelo Pellegrino

Stefano Dionisi: Valerio

Antonio Gerardi: Albert

Francesco Gheghi: Giancarlo

Daphne Scoccia: Ottavia

Sylvia De Fanti: Sylvia

 

TRAMA: La scrittrice Goliarda Sapienza finisce in carcere, dove l’incontro con alcune detenute si rivela un’esperienza di rinascita. Uscita di prigione, Goliarda stringe un legame profondo con Roberta, delinquente abituale e attivista politica.

 

VOTO 6,5



Goliarda Sapienza (le carcerate chiedevano incuriosite quale fosse il nome ed il cognome) fu un personaggio della nostra letteratura davvero interessante: era nata a Catania da due genitori, anarchici antifascisti, sposatisi da vedovi e con una prole già più che numerosa (tre figli lui, sette lei, prima donna dirigente della Camera del Lavoro di Torino) e prese il nome di battesimo dal figlio maggiore del padre, il fratellastro Goliardo, morto affogato in mare tre anni prima della sua nascita, presumibilmente ucciso dalla mafia o dai fascisti, che in ogni caso difendevano gli interessi dei proprietari terrieri. Il padre ritenne opportuno non farle nemmeno frequentare la scuola, per evitare che la figlia fosse soggetta a imposizioni e influenze fasciste, e ciò fa intuire che tipo di educazione cominciò ad avere, tanto che oltre a provare la carriera di attrice divenne scrittrice e partigiana, quale sottotenente nella brigata “Vespri” sotto il falso nome di Ester Caggegi.



Mario Martone incentra la sua biografia partendo dal 1980, saltando il periodo in cui, traferitasi a Roma, aveva fatto l’attrice nel cinema, aveva tentato il suicidio, subito sette elettroshock, coltivato amori e furori in ugual misura, dopo di che decise di mettersi a scrivere. In quell’anno fu arrestata e detenuta a Rebibbia per tre mesi per aver rubato alcuni gioielli ad un’amica che aveva venduto ad un banco dei pegni usando la carta d’identità della cognata. Ed ora ecco Goliarda (Valeria Golino) nella prima sequenza in cui le agenti la conducono in carcere dove viene accolta con diffidenza dalle altre detenute e perfino sfidata dalla più esagitata di tutte, Ottavia (Daphne Scoccia), pronta a picchiarla. Son tutte più o meno così le carcerate: nessuna istruzione, grintose se non proprio pericolose, coatte di ogni età, con accento romanesco sfacciato, che cantano alla maniera degli stornelli di Anna Magnani verso le finestre della nota prigione.



Lì la donna, che sa difendersi egregiamente dagli assalti delle prepotenti e sa crearsi un nucleo di donne che l’accettano bene, ha modo di conoscere Roberta (Matilda De Angelis), un personaggio vagamente definibile, una ragazza molto sicura di sé e spavalda che una volta uscita la vediamo all’opera tra persone poco affidabili e forse spacciatori, che non dice mai tutto della sua vita ma che si lega fortemente a Goliarda, fino ad un rapporto molto intimo, che in seguito includerà anche Barbara (Elodie). Il regista alterna in maniera frequente scene dal tempo corrente ad alcune sequenze in flashback non sempre distinguibili con chiarezza, così che il pubblico deve ricomporre il quadro completo e complesso della vita della scrittrice, sempre alla ricerca di lavoro o comunque di fonti di guadagno dal momento che, pur scrivendo parecchio – anche in carcere – nessuno accetta di pubblicarla, motivo per cui è rimasta sempre indigente, senza neanche ottenere da anziana il vitalizio della legge Bacchelli.



Quello che davvero sovrasta ogni altra considerazione sul film, è il senso di una fortissima sorellanza, unico termine che riesce a dare un vero significato all’alleanza e alla complicità psicologica e materiale createsi tra le tre, ma soprattutto tra Goliarda e Roberta. La quale è quella che, nel finale che rappresenta un colpo di scena, lascia alla sua amica sorella - abbandonandola perché irrequieta e mai appagata, sempre insoddisfatta - una valigetta piena di lettere scritte da dissidenti e parenti che apriranno il futuro verso nuove scritture importanti. Non per nulla la scrittrice è stata definita anche “ladra di storie”. Lei aveva però sempre preferito il mondo dietro le sbarre perché “fuori” è sempre stata scartata, mai amata, ostacolata nelle pubblicazioni: lì, invece, come scriveva, “Sono tornata a vivere in una piccola comunità dove le proprie azioni vengono seguite, e approvate quando giuste, insomma, riconosciute.” Eccola, quindi, a suo agio solo dove si sente più accettata e protetta. È solo rammaricata di non riuscire a coltivare pienamente il rapporto con Roberta, che, come si capirà, non è affatto una semplice delinquentella ma una ragazza molto impegnata come attivista in campo politico.



Martone spazia tra le personalità, specialmente della protagonista, e i luoghi, che sono di memoria e di spazio: il carcere, i salotti dei Parioli, Piazza del Popolo, stazione Termini. Luoghi dove avvengono incontri e dialoghi ora chiarificatori, ora indecifrabili, tra le due donne che si lasciano e si ritrovano. Il regista maschile viene contaminato positivamente dalla cosceneggiatrice, Ippolita di Majo, capace di trasmettere la necessaria sorellanza femminile che permea l’opera e nello stesso tempo lavorano assieme per trarre e coniugare il detto e il non-detto come in una sorta di film alla Antonioni. Difatti è anche un film di parole, pieno di dialoghi più che mai necessari per spiegarci la forte personalità della scrittrice.



Ancora una volta fa impressione notare come la vita di Goliarda Speranza avrebbe potuto essere diversa se non addirittura più facile se la società l’avesse accolta con maggiore umanità e specialmente senza le odiose pratiche mediche che rovinavano la vita alle persone più complicate. Il gesto compiuto in casa dell’amica (e forse ex amante) era sbagliato e giustamente punibile, ma per sua fortuna Goliarda trovava proprio tra le sbarre l’ambiente giusto per la sua esistenza, perché quello è il mondo dove regna comunque autenticità popolare e potenza drammatica, come il regista vuole trasmetterci. Lo dimostra illustrando con pazienza il carattere delle tre donne centrali della trama, le loro esigenze rimaste deluse, la forza di reazione, l’adeguarsi alle scarse possibilità che la vita offriva loro.



Devo essere sincero: la critica ufficiale si è schierata elogiando il film ma io, nel mio infinitesimale piccolo, sono rimasto un po’ deluso e non mi sono entusiasmato più di tanto. Interessante, istruttivo per chi non conosce bene il personaggio anche per capire le origini del romanzo più famoso e importante, L’arte della gioia, che in tanti hanno visto e apprezzato in una miniserie televisiva diretta proprio dalla brava Valeria Golino, con l’emergente Tecla Insolia nel ruolo della protagonista. Ma il film, pur se nobilitato dalle interpretazioni sensibili e magnetiche, dall’autenticità storica e ambientale, dagli argomenti della libertà e della solidarietà femminile, non mi ha coinvolto più di tanto. Infatti, presentato in concorso al Festival di Cannes, è stato accolto con grande interesse e rispetto per la sua intensità e per le interpretazioni ma non sono mancate le critiche: alcuni hanno sottolineato la struttura narrativa frammentata e il tono volutamente fuori dalle convenzioni, dividendo pubblico e stampa.



La regia di Mario Martone è come suo solito sobria e rigorosa, al totale servizio delle attrici, tra cui se Valeria Golino si è impegnata in una recitazione di piena immedesimazione, calandosi fortemente nel ruolo, chi mi ha davvero sorpreso è Matilda De Angelis, che negli ultimi anni è cresciuta enormemente: espressiva, tenace, perfettamente in un personaggio non subito decifrabile. Molto caratteristiche e simpatiche le attrici di varia età che interpretano le detenute.



Riconoscimenti

Nastro d’Argento 2025

Migliore attrice protagonista a Valeria Golino

Migliore attrice non protagonista a Matilda De Angelis e Elodie (ex aequo)

Candidatura al miglior film

Candidatura al miglior regista

Candidatura alla migliore sceneggiatura

Candidatura alla migliore fotografia

Candidatura alla migliore scenografia

Candidatura al migliore montaggio

Candidatura al miglior sonoro in presa diretta

Candidatura al miglior casting director

 


 
 
 

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