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Una figlia (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 13 nov
  • Tempo di lettura: 6 min
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Una figlia

Italia 2025 dramma 1h43’

 

Regia: Ivano De Matteo

Soggetto: Ciro Noja (romanzo “Qualunque cosa accada”)

Sceneggiatura: Ivano De Matteo, Valentina Ferlan

Fotografia: Giuseppe Maio

Montaggio: Giuliana Sarli

Scenografia: Massimiliano Sturiale

Costumi: Valentina Taviani

 

Stefano Accorsi: Pietro

Ginevra Francesconi: Sofia

Michela Cescon: Mariella

Thony: Chiara

Barbara Chiesa: Anna

Beatrice Puccilli: Sharon

Toni Fornari: Stefano

 

TRAMA: Pietro è un uomo di mezza età con un grande dolore alle spalle, la morte di sua moglie, che lo ha lasciato solo con la loro figlia Sofia, allevata con amore e dedizione. Quando, dopo qualche anno, prova a rifarsi una vita con una nuova compagna, non tutto andrà come sognato: la reazione della figlia sarà esplosiva e Pietro sarà messo a dura prova.

 

VOTO 6


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Restando nel campo minato delle problematiche riguardanti la famiglia come nucleo di rapporti relazionali e le sue dinamiche interne, dopo alcuni film coerentemente inerenti a questi temi come Gli equilibristi, I nostri ragazzi o Villetta con ospiti, Ivano De Matteo si aggiorna ai tempi e dopo il recente Mia, torna, ancora più drammaticamente, in questo film che rispecchia il percorso ormai intrapreso da più di un decennio. I tempi cambiano ma le difficoltà relazionali nell’ambito delle famiglie no, piuttosto si adeguano a quelli e alle nuove tecnologie, proprio come accade nel film precedente, in cui il regista affronta il serio problema del maschilismo possessivo e del revenge porn. Nell’ultimo lavoro, la nuova pessima moda delle trasmissioni televisive che vanno in onda a tutti gli orari discutendo animatamente dei casi di cronaca più eclatanti e specialmente più morbosi (delitti in primis) rappresenta, anche se in modo marginale, l’attualizzazione della discussione pubblica – quindi frantumando il diritto alla vita privata – dei fatti di cui si interessano le reti, i conduttori e le varie comparse da talk show, tutti commentando le notizie trapelate e le interviste di sciagurati e importuni inviati sul campo.


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Vediamo ad esempio questo caso specifico, liberamente tratto da un romanzo recente. Pietro Battisti (Stefano Accorsi), vedovo conquantenne, vive a Roma con la figlia Sofia (Ginevra Francesconi) e gestisce un’agenzia immobiliare che porta il suo nome. L’uomo, che cerca di essere sempre presente nella vita della figlia adolescente con cui condivide l’elaborazione del lutto per la recente morte della moglie, oggi ha una nuova compagna, Chiara (Thony), la quale non è mai stata accettata dalla giovane. La convivenza è molto difficoltosa e le discussioni tra le due donne sono frequenti, data la pessima predisposizione di Sofia, situazione che però l’uomo sottovaluta e non risolve, immaginando che col tempo tutto si sanerà. Ed invece.


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Succede, infatti e purtroppo, che, durante l’ennesima discussione tra le due, quando Sofia armeggiava con un coltello da cucina per preparare dei panini, degeneri e in un abbraccio che per una voleva essere un gesto pacificatore, per l’altra diventa in maniera istintiva e involontaria un gesto irreparabile: la lama colpisce Chiara, che cade a terra e muore dissanguata, perché la giovane, spaventatissima e incosciente, scappa via, abbandonando la vittima agonizzante. Al rientro in casa, Pietro scopre la tragedia.


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Da qui un percorso enormemente difficile: l’arresto della ragazza, il processo, la condanna, la cella in un carcere che dà il meglio e il peggio che tutti conosciamo dalle cronache, l’affidamento al servizio civile e la sperata rinascita. Il film di De Matteo però non vuole centralizzare tanto la storia giudiziaria, che resta sempre in primo piano, anche quando va migliorando per il delicato e appassionato lavoro legale che compie l’avvocata Mariella (Michela Cescon), quanto invece il difficile rapporto creatosi tra padre e figlia. In un primo momento, lei attraversa giorni di sconvolgimento psicologico che la porta al buio mentale, all’apatia totale, all’assenza di reazioni liberatorie: si rende conto di ciò che ha commesso - pur senza intenzionalità - ed il senso di colpa la ammutolisce anche a livello emotivo. Ora cerca solo la vicinanza ed il conforto del padre. Lui, al contrario, è talmente colpito dagli eventi che rifiuta qualsiasi tipo di confronto con la figlia, la quale in quella sera sciagurata gli ha tolto la compagna e il bimbo che questa portava in grembo da poco. Pietro ha un rigetto della grave situazione e di conseguenza, chiusosi anch’egli, delude le attese della figlia ed evita testardamente di andare a trovarla in carcere.


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Sofia soffre in silenzio, ora più lucida e riflessiva e pentita del gesto insano ma anche non voluto, e scopre ora di essere incinta del suo ragazzo che, intanto, è sparito dalla circolazione, o, meglio, escluso dalla sceneggiatura dopo le prime scene. Pietro, di rimando, sta escludendo la figlia dalla sua vita che vede distrutta, rifiutando anche l’idea di accettare che sua figlia gli stia dando un nipotino. Il lavoro di Mariella è prezioso, quasi di ricucitura dei rapporti rovinati, facendo la spola tra le richieste al giudice per assegnare la ragazza ad un centro di accoglienza e magari ad una libertà vigilata e l’opera di convincimento verso Pietro affinché ritorni in sé e accetti la situazione che si è creata. Una strada dura da compiere per entrambi, soprattutto da parte del padre. Ma, immancabilmente, quando una delle due parti è pronta a fare un passo decisivo e affrontare il futuro, puntualmente l’altra parte è titubante. Quando finalmente tutto sembra andare per il meglio, Sofia decide, ora ormai maturata dall’esperienza, di adottare una soluzione diversa. Non quella più auspicabile e senza un vero lieto fine. Un compromesso difficile per Pietro.


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La sceneggiatura a quattro mani, regista e compagna sceneggiatrice Valentina Ferlan, lavora in parallelo sia sul percorso carcerario minorile che fa la protagonista (con il prevedibile tracollo psicologico e le giovani detenute che la minacciano e spaventano), sia sulle conseguenze emotive che il suo gesto lascia nel padre. Entrambi questi aspetti camminano insieme su due binari e la regia si adopra per mostrarci come la figlia vive quel momento e come lo vive il padre. Separatamente. Non sono poche le domande che il film pone, in principal modo: quanto è giusto e forse anche possibile perdonare un figlio che si macchia di un crimine terribile, specialmente se contro la persona che si ama? Tanto che il padre è continuamente sballottato da emozioni estreme. E poi, come può arrivare una ragazza a fare una cosa del genere? Oppure quanto può il carcere servire a una ragazza così giovane? Quante possibilità di reinserimento nella società ci sono? Ed anche comprensibile che, sebbene solo dopo un bel po’ di tempo, il padre accetti di andare ad un colloquio in carcere, perché, in fondo, dopo i tragici fatti, gli è rimasta solo lei.


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Guardando il film può benissimo tornare in mente una storia di finzione simile, la straordinaria serie Adolescence, straordinariamente interpretata dal padre e dal figlio (Stephen Graham ed il supersorprendente Owen Cooper), che racconta proprio di un crimine commesso da un minore, in questo caso contro una sua coetanea. Dalla serie si evince che in Inghilterra c’è una grandissima attenzione verso i minori: il ragazzo, nel momento in cui viene arrestato, riceve una serie di accortezze, mentre in qui Sofia inizialmente è trattata in maniera un po’ brusca e rude. Se ci si fa caso, non c’è una (e dico una!) agente carceraria che faccia un sorriso, che regali una gentilezza, tutte burbere. Prima dei titoli di coda, il film ci riserva la riflessione amara di Pietro: “Un figlio deve smettere prima o poi di essere un figlio. Ma un genitore non può mai smettere di essere un genitore. Qualunque cosa accada.” Che è bella e vera, ma molto amara specialmente se inquadrata nella decisione finale di Sofia in questa trama.


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Ivano De Matteo naviga con tranquillità in una materia che, come detto, conosce bene in quanto la frequenta da anni, ma non c’è molto di nuovo che possa attirare l’attenzione più di tanto. Dedica molti primi piani ai due protagonisti sempre per il solito motivo di mostrare le loro sensazioni: Stefano Accorsi se la cava discretamente anche se la sua interpretazione, che è molto intensa, trova limiti in una voce mai modulabile, quasi monocorde, ma è leggibile il suo sincero impegno; Ginevra Francesconi invece fallisce del tutto nelle sequenze di iracondia prima del fattaccio e quando deve esprimere l’alienazione anestetizzata causata dal trauma psichico. Quel viso bloccato è frutto di incapacità espressiva, ma per fortuna sua la riscopriamo buona interprete nelle fasi successive, cioè quando patisce la sofferenza morale del pentimento e della consapevolezza del grave errore che le ha macchiato la vita, rovinando anche quella del padre. È un’epifania che la fa maturare (come afferma al giudice) e la giovane attrice qui dà il meglio di sé, diventando quasi commovente. Ma i due non reggono al meglio i primi piani e ciò è un danno per il giudizio finale. I mali peggiori arrivano da qualche sequenza sbagliata, da melodramma mediocre, e i riferimenti ai talk degni solo di Rete4 sono giusti ma appena sfiorati, come quelli dei social con le belve scatenate per distruggere la ragazza che invece cercava faticosamente di risalire alla luce. Chi è una spanna sopra tutti è ovviamente Michela Cescon, che, come sappiamo, una grande attrice, non solo di cinema. e qui lo dimostra.


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Le intenzioni di De Matteo sono buone, il risultato globale un po’ meno ma nel complesso è un discreto film, attuale e purtroppo abbastanza realistico, dal momento che spesso leggiamo notizie di cronaca molto simile a questa trama. Anzi, forse anche peggio.


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Riconoscimenti

Nastro d’Argento 2025

Candidatura al migliore soggetto

Candidatura al miglior sonoro in presa diretta

 


 
 
 

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