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Getaway! (1972)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 26 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

Getaway!

The Getaway

USA 1972 thriller 2h3’

 

Regia: Sam Peckinpah

Soggetto: Jim Thompson (romanzo)

Sceneggiatura: Walter Hill

Fotografia: Lucien Ballard

Montaggio: Robert L. Wolfe

Musiche: Quincy Jones

Scenografia: Ted Haworth, Angelo P. Graham, George R. Nelson

Costumi: Ray Summers

 

Steve McQueen: Carter “Doc” McCoy

Ali MacGraw: Carol Ainsley McCoy

Ben Johnson: Jack Beynon

Sally Struthers: Fran Clinton

Al Lettieri: Rudy Butler

Slim Pickens: cowboy

Richard Bright: ladro alla stazione

Jack Dodson: Harold Clinton

Dub Taylor: Laughlin

Bo Hopkins: Frank Jackson

Roy Jenson: Cully

John Bryson: contabile

 

TRAMA: Un politicante riesce a far uscire di prigione Doc, un delinquente incallito, prima che abbia scontato per intero la pena: in cambio quest’ultimo deve rapinare una banca per lui. Il colpo viene messo a segno con alcuni complici che però si contendono il bottino.

 

VOTO 7

 

 

Da un romanzo di Jim Thompson, adattato e sceneggiato da Walter Hill, Sam Peckinpah dirige l’unico poliziesco della sua carriera. Il regista del Mucchio selvaggio trasforma in un western contemporaneo la fuga verso la libertà del rapinatore e della sua bella e coraggiosa moglie. Trappole mortali, un inseguimento all’ultimo respiro e un finale imprevedibile.

 

 

Carter “Doc” McCoy (Steve McQueen) ottiene la libertà condizionale grazie a un accordo che sua moglie Carol (Ali MacGraw) stringe con il corrotto Jack Beynon (Ben Johnson): in cambio, lui deve guidare una rapina in banca. Il colpo riesce, ma i complici si tradiscono a vicenda ed è costretto a sparare a Rudy (Al Lettieri), convinto di averlo eliminato. In fuga con il denaro, Doc scopre che Carol ha ceduto alle pressioni di Beynon per farlo uscire di prigione, e il loro rapporto si incrina mentre polizia e criminali li inseguono. Rudy, sopravvissuto grazie a un giubbotto antiproiettile, riparte all’inseguimento trascinando con sé un veterinario e sua moglie. Dopo una serie di scontri sempre più violenti, Doc e Carol arrivano a El Paso, affrontano Rudy e lo uccidono. Inizia la fuga.

 

 

Ci sono film che non invecchiano: si limano, si asciugano, diventano più puri. Questo film appartiene a questa categoria. Sam Peckinpah prende un romanzo di Jim Thompson e lo trasforma (com’era nel suo stile) in un thriller teso, sporco, nervoso, dove ogni gesto è una scelta morale e ogni silenzio pesa più di un’esplosione. È un film che corre, ma non scappa mai da ciò che è davvero: una storia d’amore tossica e salvifica, incastonata dentro un’America che non perdona.

 

 

Steve McQueen è al massimo della sua iconografia: glaciale, controllato, magnetico. Ma qui, dietro la maschera, si intravede una fragilità che lo rende più umano. Ali MacGraw, spesso criticata all’epoca, porta invece una tensione emotiva che oggi appare sorprendentemente moderna: Carol non è solo la “moglie del bandito”, è una donna che ha fatto una scelta terribile per amore, e che deve conviverci mentre tutto intorno implode.

 

 

Peckinpah dirige con una precisione feroce. Le sparatorie non sono spettacolo, ma detonazioni morali; gli inseguimenti non sono coreografie, ma fughe disperate verso un altrove che forse non esiste. La violenza è secca, mai estetizzante, e il montaggio di Wolfe costruisce un ritmo che non concede tregua. È un film che respira Texas, polvere, sudore, paranoia.

 

 

Rudy Butler, interpretato da Al Lettieri, è uno dei villain più disturbanti del periodo: un predatore ferito che continua a muoversi per pura volontà di distruzione. La sua sottotrama con la coppia del veterinario è un piccolo film nel film, una spirale di umiliazione e desiderio che anticipa il cinema più cupo degli anni Settanta.

 

 

Rileggendolo oggi, è molto più di un heist movie. È un viaggio sentimentale dentro la disintegrazione di una coppia che, paradossalmente, trova la propria verità solo nella fuga. È un film che parla di compromessi, di colpa, di sopravvivenza emotiva. E quando Doc e Carol attraversano il confine, non è solo un finale: è una sospensione, un respiro trattenuto, un “ce l’abbiamo fatta” che sa di provvisorio e di umano. Si corre, si spara, si sanguina (non sarebbe Peckinpah “the blood”), si fa piacere.

 

Ai Golden Globe del 1973 una candidatura per le musiche del grande Quincy Jones.

 


 
 
 

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