Giorno maledetto (1955)
- michemar

- 2 feb
- Tempo di lettura: 5 min

Giorno maledetto
Bad Day at Black Rock
USA 1955 dramma 1h21’
Regia: John Sturges
Soggetto: Howard Breslin (Bad Times at Honda)
Sceneggiatura: Don McGuire, Millard Kaufman
Fotografia: William C. Mellor
Montaggio: Newell P. Kimlin
Musiche: André Previn
Scenografia: Cedric Gibbons, Malcolm Brown
Costumi: Joan Joseff
Spencer Tracy: John J. Macreedy
Robert Ryan: Reno Smith
Anne Francis: Liz Wirth
Dean Jagger: Tim Horn
Walter Brennan: Doc Velie
John Ericson: Pete Wirth
Ernest Borgnine: Coley Trimble
Lee Marvin: Hector David
Russell Collins: Hastings
Walter Sande: Sam
TRAMA: Un uomo anziano e senza un braccio giunge in un paesino del sudovest degli Stati Uniti: sta cercando il proprietario di una fattoria, un giapponese naturalizzato americano, per consegnargli una medaglia d’oro alla memoria del figlio che durante la guerra gli ha salvato la vita.
VOTO 8

Sono innumerevoli i film della nostra adolescenza e gioventù che ci portiamo dietro perché rimaste nella memoria: il film di John Stuges è uno di questi, anzi di più. Un film che mi fece restare senza parola, a maggior ragione per il fatto che – come mi capitava spesso da appassionato che guardava di tutto – non immaginavo chi fosse il regista e cosa avrei vissuto nella visione. Sapevo che c’era un grande protagonista ed altri attori che andavano per la maggiore, ma l’impressione che ne ebbi andò ogni prospettiva. Che film!
E che regista! Quando ripenso a John Sturges, mi colpisce sempre quanto incarnasse alla perfezione l’idea del regista‑artigiano della Hollywood classica. Non si definiva autore, ma professionista: uno che aveva imparato il cinema dall’interno, prima come operatore e poi come montatore, tagliando e cucendo documentari bellici durante la Seconda Guerra Mondiale. In quegli anni sviluppò un occhio tecnico formidabile, una sensibilità per la fotografia e per i formati che diventerà la sua firma. Tutto questo esplode in questo film, dove il CinemaScope diventa un linguaggio: Spencer Tracy è incastonato in spazi immensi che raccontano il mito della Frontiera meglio di mille parole. L’uomo e il paesaggio, l’antropocentrismo del cinema che si misura con l’imponenza del mondo, come in John Ford o Anthony Mann. Eppure, lui, nonostante un film così, resta per molti un regista di B‑movie. Una definizione ingenerosa.
Di certo, La grande fuga e I magnifici sette sono entrati nell’immaginario collettivo, anche se spesso si dimentica chi li ha diretti. Sturges, classe 1910, era orgogliosissimo dei complimenti ricevuti da Kurosawa per il remake western del secondo. Nonostante la nomination agli Oscar per la regia (oltre che per protagonista e sceneggiatura), non vinse mai premi importanti. Ma basta confrontare la cinquina del 1956 con quelle di oggi per capire quanto fosse alto allora il livello. Sturges non cercava di essere un autore, e forse proprio per questo lo è diventato. (Quella cinquina di registi? Comprendeva anche Delbert Mann per Marty, vita di un timido [che bello!]; Joshua Logan per Picnic; Elia Kazan per La valle dell’Eden; David Lean per Tempo d’estate).
Ma adesso andiamo a studiare la trama di questo film.
John Macreedy, un uomo solitario e segnato dalla guerra, arriva in un minuscolo paese nel deserto [fu girato in Arizona e California]. La sua presenza desta immediatamente sospetto tra gli abitanti, poco abituati a visitatori. Il treno non si fermava lì da anni e il suo arrivo rompe un equilibrio fragile. Cerca una persona precisa ma nessuno sembra disposto ad aiutarlo. Gli abitanti rispondono con ostilità, come se avessero qualcosa da nascondere. Il clima è teso, quasi soffocante, e ogni gesto appare controllato da forze non chiare. Il protagonista tenta di orientarsi tra silenzi, mezze verità e sguardi minacciosi. La sua ricerca lo porta a esplorare i dintorni, dove emergono tracce inquietanti.

Ogni passo avanti sembra aumentare la diffidenza della comunità. Macreedy capisce che il paese vive sotto una sorta di dominio non dichiarato. La figura di un uomo influente sembra condizionare tutti gli altri. Il protagonista, pur ostacolato, continua a indagare con calma e determinazione. La tensione cresce mentre lui collega indizi e comportamenti sospetti. Il paese appare come una comunità chiusa, segnata da un passato irrisolto. La sua presenza diventa un catalizzatore che mette in moto reazioni imprevedibili.

Quando ci ripenso mi torna sempre in mente l’immagine di Black Rock: un paesino sperduto nel nulla, un luogo che sembra fuori dal tempo e dallo spazio, simbolo di un’America greve, reazionaria, impaurita da ciò che non conosce. È lì che arriva Spencer Tracy, scendendo da un treno che non si fermava da quattro anni, come un segno fuori posto in un mondo che vorrebbe restare immobile. Tracy è un uomo ferito, menomato, e non solo nel corpo: è il reduce che porta addosso le cicatrici di una guerra folle, e che proprio per questo non può più accettare l’ingiustizia come semplice fatalità. La sua presenza a Black Rock è un detonatore. In ventiquattr’ore – un’unità di tempo che richiama inevitabilmente Mezzogiorno di fuoco – si trova a fare i conti con un misfatto che la comunità ha sepolto sotto strati di omertà: il linciaggio di un americano di origini giapponesi, vittima dell’odio razziale esploso dopo Pearl Harbor. Ma ciò che Tracy compie non è solo un atto di giustizia: è la riaffermazione di un’idea di civiltà che laggiù, tra polvere e rancori, sembra essersi dissolta.

John Sturges dirige con uno stile che lavora sottopelle, asciutto, essenziale, capace di evocare tensione con quasi nulla. Il CinemaScope di William C. Mellor apre lo spazio come un deserto morale, un western revisionista illuminato da un sole che non concede ombre in cui nascondersi. Ogni movimento di macchina è calibrato, ogni pausa è un colpo di tamburo trattenuto. Sono proprio i tempi morti - Lee Marvin disteso sul letto, lo sguardo truce di Robert Ryan, Tracy che cammina da solo lungo la ferrovia - a rendere più acuto il conflitto, come se il film respirasse attraverso le sue ellissi.

La storia nasce dal racconto Bad Time at Honda di Howard Breslin, poi trasformato in sceneggiatura da Don McGuire e Millard Kaufman, che inseriscono nel personaggio di Tracy la disabilità al braccio per convincere l’attore ad accettare il ruolo. E Spencer Tracy, con la sua presenza granitica e la sua virilità quieta, diventa un monolite morale in mezzo a un paese dominato dalla brutalità di Robert Ryan e dei suoi scagnozzi. In una delle scene più celebri, mette al tappeto Ernest Borgnine con un paio di mosse di karate: un gesto minimo, antispettacolare, che però ribalta i rapporti di forza e definisce il tono del film.
È uno dei primi titoli hollywoodiani a riconoscere apertamente la discriminazione contro i giapponesi americani durante la Seconda guerra mondiale. E lo fa senza proclami, lasciando che sia la dinamica tra individuo e comunità a parlare. Black Rock diventa così il ventre oscuro dell’America: un luogo in cui la guerra ha lasciato ferite visibili e invisibili, e dove l’odio si traveste da giustizia. Tracy, come Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco, è il singolo che deve affrontare la vigliaccheria collettiva. Ma qui il finale è un atto di fiducia nella democrazia, non una sua condanna.

In appena 81 minuti, Sturges racconta molto più di ciò che mostra. Costruisce una macchina narrativa perfetta, tesa dall’inizio alla fine, sorretta da un cast straordinario: oltre a Tracy e Ryan, Walter Brennan, Ernest Borgnine, Lee Marvin, Anne Francis. E quando, alla fine, quel signore riparte sul suo treno, la tensione non si dissolve: resta addosso come una polvere sottile, come un promemoria di ciò che succede quando la civiltà abdica e la violenza prende il suo posto.
Un grande film, davvero. Uno di quelli che continuano a bruciare sotto la pelle.
Quanto lo amo!

Riconoscimenti
Oscar 1956
Candidatura miglior regia
Candidatura miglior sceneggiatura
Candidatura miglior attore protagonista Spencer Tracy
BAFTA 1956
Candidatura miglior film
Candidatura miglior film statunitense
Festival di Cannes 1955
Miglior attore Spencer Tracy
Candidatura Palma d’Oro






















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