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Good Boy (2025)

21 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Good Boy

Polonia UK 2025 dramma grottesco 1h50’

 

Regia: Jan Komasa

Sceneggiatura: Bartek Bartosik, Naqqash Khalid

Fotografia: Michał Dymek

Montaggio: Agnieszka Glinska

Musiche: Abel Korzeniowski

Scenografia: Fletcher Jarvis

Costumi: Julian Day

 

Stephen Graham: Chris

Andrea Riseborough: Kathryn

Anson Boon: Tommy

Kit Rakusen: Jonathan

Monika Frajczyk: Rina

Savannah Steyn: Gabby

 

TRAMA: Tommy è un diciannovenne ribelle che vive tra droga, feste e violenza, la cui vita viene stravolta quando viene rapito da Chris e Kathryn, una coppia intenzionata a rieducarlo secondo metodi discutibili.

 

VOTO 7

 

 

Visti i precedenti più noti (Corpus Christi, 2019; The Hater, 2020) e dopo il recente Anniversary del 2025, non ci aspetta altro che un film provocatorio e inquietante, ma mai originale e nero come questo: una favola nera che dà il sapore di commedia e dramma nell’ambito vasto che si definisce grottesco, dove cioè nulla è normale, a cui, con maestria, Jan Komasa – sponsorizzato e coprodotto da un collega illustre come Jerzy Skolimowski – aggiunge un finale che sorprende non poco. Non c’è mai niente di ordinario nelle storie che ama girare questo cineasta e non si smentisce neanche stavolta, anzi affondando di più il coltello nel suo personale divertimento provocatorio.

 

 

Con un crew perlopiù polacco (come consueto) ma sistemando la sceneggiatura, originariamente in polacco e ambientata a Varsavia, l’opera è stata adattata in inglese e ambientata nello Yorkshire per attirare un pubblico più ampio. E bene ha fatto, perché mi risulta più suggestiva ma credo che anche in qualche campagna polacca la trama avrebbe avuto lo stesso effetto. Positivo, ovviamente. Komasa parte da una premessa quasi assurda e inquietante, ma la usa per riflettere su temi ben più profondi: il dolore, la perdita, la possibilità di cambiare e l’ossessione per la redenzione.

 

 

Tommy (Anson Boon), diciannovenne aggressivo, violento e dipendente da droghe e alcol, trascorre le giornate pubblicando sui social video delle proprie bravate notturne e dei propri comportamenti antisociali. Una notte, dopo essersi ubriacato durante un’uscita con la fidanzata Gabby (Savannah Steyn), viene rapito da uno sconosciuto. O meglio, neanche vediamo questa azione, lo ritroviamo all’improvviso incatenato anche col collare in una cantina sudicia come un prigioniero pazzo. Nel frattempo, Rina (Monika Frajczyk), una donna macedone in difficoltà con il permesso di soggiorno, accetta un lavoro come governante presso quella grande casa isolata nella campagna dello Yorkshire. La donna scopre qualcosa di sconvolgente: Tommy è tenuto prigioniero in una cantina, incatenato a una parete. Il proprietario della casa, Chris (Stephen Graham), e sua moglie Kathryn (Andrea Riseborough) non sono semplici sequestratori. Sono convinti di poter "rieducare" il ragazzo e trasformarlo in una persona migliore.

 

 

Chris sottopone Tommy a una sorta di programma correttivo fatto di lezioni, film educativi e confronti continui con il suo passato. Quando il giovane si ribella, però, non esita a ricorrere alla violenza. Col trascorrere dei mesi, qualcosa cambia davvero: Tommy inizia a leggere, a partecipare alla vita familiare e sviluppa un legame sempre più sincero con Kathryn, con il piccolo Jonathan e persino con Rina. L’apparente equilibrio si rompe quando Tommy riesce a liberarsi dalle catene. Nel confronto finale scopre indirettamente il vero motivo del suo rapimento: la coppia sembra aver perso un figlio, chiamato probabilmente Sparkle, e ha cercato inconsciamente di sostituirlo con lui. Di fronte alla sofferenza dei due coniugi, Kathryn accetta infine di lasciarlo andare.

 

 

Se fino ad ora poteva sembrare un film abbastanza horror, ora inizia la parte più grottesca che sorprende oltre ogni previsione. Difatti, tornato alla propria vita, Tommy non denuncia mai il sequestro, ma l’esperienza che ha vissuto si rivela ambigua. Nell’epilogo incontra Gabby, ancora intrappolata negli stessi eccessi da cui lui sembra essersi allontanato e dopo averla stordita, la conduce davanti alla villa di Chris e Kathryn e quando il cancello si apre…

 

 

Come non definirla una commedia nera dalle tinte thriller che sfugge alle tradizionali definizioni di genere? Facile: è il cinema di questo talentuoso regista che non ama girare film ordinari e prevedibili, senza mai trascurare, perché questo è sempre l’obiettivo, di trattare temi sociali importanti: infatti, il vero tema non è il rapimento ma l’elaborazione del lutto, mentre l’ambiguità della storia lascia molte interpretazioni aperte allo spettatore. Si tenga presente che si tratta del primo film in inglese diretto da Jan Komasa e di certo oggi si può affermare che l’operazione di internazionalizzare il suo cinema è riuscita in pieno, anche se i precedenti film hanno avuto un’eco notevole, ma la lingua inglese lo ha aiutato ad affermarsi più agevolmente, tanto da girarne un altro nella stessa lingua (il su citato inquietante Anniversary).

 

 

Jan Komasa torna a interrogarsi sui temi che attraversano gran parte del suo cinema, trasformando un thriller grottesco e dal sapore fiabesco in una riflessione sulla libertà, l’appartenenza e i legami affettivi. Al centro della storia c’è un diciannovenne britannico allo sbando che, dopo l’ennesima notte di eccessi, si risveglia prigioniero nella casa di una coppia ossessivamente votata all’ordine e alla cura. Quella che inizialmente appare come una brutale reclusione si trasforma progressivamente in un ambiguo percorso di rieducazione, dove punizione, protezione e bisogno d’amore finiscono per confondersi.

 

 

Komasa costruisce così una provocatoria allegoria dell’amore, chiedendosi quanto siamo davvero disposti a sacrificare della nostra libertà pur di sentirci visti, accettati e protetti. Per il regista ogni relazione comporta inevitabilmente una rinuncia a una parte della propria autonomia: una sorta di “catena” che lega le persone tra loro e che può essere percepita tanto come una limitazione quanto come una forma di appartenenza. Attraverso il rapporto sempre più complesso tra Tommy e i suoi sequestratori, l’opera esplora il sottile confine che separa affetto e controllo, inclusione e sopraffazione, mostrando come il bisogno di essere amati possa trasformare perfino una prigionia in una ricerca di riconoscimento.

 

 

Intriso di un umorismo nero tipicamente britannico e polacco, il film si muove deliberatamente in una zona moralmente ambigua, costringendo lo spettatore a parteggiare per personaggi che compiono azioni apparentemente giuste attraverso metodi profondamente sbagliati. Richiamando suggestioni che vanno da Arancia meccanica (l’omaggio è evidente quando la coppia costringe il giovane a guardare alcuni film) alle fiabe dark più inquietanti, il regista racconta una società in cui la solitudine viene spesso scambiata per libertà assoluta e i legami per catene da cui fuggire. Ma la domanda che attraversa tutto il film resta aperta e disturbante: è davvero preferibile essere completamente liberi, se a nessuno importa di noi?

 

 

Regia impeccabile e montaggio perfetto, commento musicale adattissimo, attori ben orchestrati. Stephen Graham è spettacolare nel caratterizzare il suo personaggio, mentre Andrea Riseborough va a nozze con un ruolo che le è congeniale, davvero bravi; ma chi sorprende è il giovane Anson Boon, a cui non avrei dato un cent nelle sequenze scatenate iniziali ma che invece nel prosieguo si manifesta talentuoso e recita come un attore esperto. E tutto funziona a meraviglia.

Bel film per davvero, Jan Komasa non si smentisce.

 

 

Riconoscimenti

Festa del Cinema di Roma 2025

Premio Vittorio Gassman al miglior attore a Anson Boon

Candidatura miglior film

Polish Film Festival 2026

Miglior attore Anson Boon

Miglior montaggio

Audience Award al miglior film

Miglior sceneggiatura

Casting Directing Award

Candidatura Golden Lions per il miglior film

 


 
 
 

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