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Gruppo di famiglia in un interno (1974)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 11 giu
  • Tempo di lettura: 3 min

Gruppo di famiglia in un interno

Italia Francia 1974 dramma 2h6’

 

Regia: Luchino Visconti

Sceneggiatura: Suso Cecchi D'Amico, Enrico Medioli, Luchino Visconti

Produttore     Giovanni Bertolucci

Casa di produzione Rusconi Film

Distribuzione in italiano     Cinema International Corporation

Fotografia: Pasqualino De Santis

Montaggio: Ruggero Mastroianni

Musiche: Franco Mannino

Scenografia: Mario Garbuglia

Costumi: Vera Marzot

 

Burt Lancaster: il professore

Helmut Berger: Konrad Huebel

Silvana Mangano: marchesa Bianca Brumonti

Claudia Marsani: Lietta Brumonti

Stefano Patrizi: Stefano

Elvira Cortese: Erminia

Claudia Cardinale: moglie del professore

Dominique Sanda: madre del professore

Philippe Hersent: portiere

Guy Tréjean: antiquario

Jean-Pierre Zola: Blanchard

Umberto Raho: maresciallo di Polizia Bernai

Enzo Fiermonte: commissario di Polizia

Romolo Valli: Michelli

Margherita Horowitz: cameriera

 

TRAMA: Un anziano professore americano vive barricato nel suo appartamento romano, pieno di libri e dipinti. Un giorno però la marchesa Bianca Brumonti, facoltosa esponente di una borghesia nuova e arrogante, si stabilisce al piano di sopra insieme all’amante Konrad, la figlia Lietta e il di lei fidanzato Stefano: dapprima infastidito dagli scandalosi intrusi, l’uomo tenta un avvicinamento, destinato tuttavia a risolversi in un’amara disillusione.

 

VOTO 7

 

 

Il film arriva in una fase tarda ma lucidissima del percorso di Luchino Visconti, quando il regista abbandona i grandi affreschi storici per concentrarsi su spazi chiusi, rapporti corrosi e identità in crisi. Dopo la decadenza aristocratica del bellissimo Morte a Venezia e Ludwig, il regista torna a un ambiente borghese contemporaneo, osservandolo come un entomologo: con precisione, con crudeltà, ma anche con una malinconia che attraversa tutto il suo cinema finale. Il film è un punto d’incontro tra teatro e psicanalisi, tra melodramma e commedia nera, e rappresenta uno dei suoi lavori più intimi, costruito attorno a un appartamento che diventa specchio di un mondo in disfacimento.

 

 

La trama racconta di un professore anziano, colto e solitario, vive ritirato nel suo grande appartamento romano, circondato da quadri, libri e ricordi. Ha scelto di isolarsi dal mondo, mantenendo un’esistenza regolata e silenziosa. La sua routine viene sconvolta quando una marchesa, proprietaria del piano superiore, gli chiede di affittarle alcune stanze. Il professore accetta controvoglia, convinto che la donna sia discreta e poco invadente. Ma insieme alla marchesa arriva un piccolo clan rumoroso e caotico: la giovane e inquieta figlia Lietta, il fidanzato Stefano, un ragazzo impulsivo e opportunista, e Konrad, un uomo affascinante e ambiguo, ex amante della marchesa, segnato da debiti e fragilità. I quattro trasformano l’appartamento in un luogo di feste improvvisate, litigi, gelosie e confidenze, invadendo progressivamente lo spazio e la vita del professore.

 

 

L’uomo, inizialmente infastidito, finisce per osservare quel gruppo con crescente curiosità: ne è irritato, attratto, respinto e affascinato allo stesso tempo. In Konrad vede un riflesso distorto della propria giovinezza mancata; in Lietta una vitalità che lo turba; nella marchesa un mondo sociale che aveva scelto di abbandonare. Le tensioni interne al gruppo esplodono lentamente, rivelando fragilità, dipendenze e rancori. Il professore, suo malgrado, diventa testimone e partecipe di un dramma che lo costringe a confrontarsi con la propria solitudine e con il tempo che passa.

 

 

Il film è una riflessione sulla decadenza, non solo sociale ma soprattutto interiore. Visconti mette in scena due mondi che si scontrano: l’ordine del professore, fatto di cultura e memoria, e il caos vitale dei giovani, che portano con sé desideri, contraddizioni e un’energia distruttiva. Non c’è giudizio morale, ma un’osservazione lucida di come le generazioni si attraggano e si respingano, incapaci di capirsi davvero.

 

 

La regia è rigorosa, quasi teatrale: Visconti usa l’appartamento come un palcoscenico chiuso, dove ogni movimento dei personaggi modifica gli equilibri. Gli oggetti, i quadri, i corridoi diventano parte del racconto, come se lo spazio stesso reagisse all’invasione del gruppo. La macchina da presa è controllata, elegante, ma sempre attenta ai dettagli che rivelano tensioni e fragilità.

 

 

La recitazione è uno dei punti di forza. Burt Lancaster dà al professore una dignità ferita, un’ironia trattenuta e una malinconia che non scivola mai nel patetico. Helmut Berger costruisce un Konrad magnetico e disperato, figura di seduzione e rovina. Silvana Mangano, con la sua marchesa, incarna un’aristocrazia svuotata ma ancora capace di manipolare e sedurre. Il gruppo funziona come un organismo instabile, dove ogni personaggio porta un pezzo di verità e di menzogna.

 

 

Nel complesso, è un film sulla fine delle illusioni: quelle del professore, che credeva di potersi isolare dal mondo, e quelle dei giovani, che si muovono senza una direzione. Un’opera intima, elegante e crudele, che parla di solitudine, desiderio e del bisogno umano di essere visti, anche quando si finge di non volerlo.

 

 

Riconoscimenti

David di Donatello 1975

Miglior film

Miglior attore straniero a Burt Lancaster

Nastri d’argento 1975

Regista del miglior film

Migliore produzione

Miglior attrice debuttante a Claudia Marsani

Migliore fotografia

Migliore scenografia

Candidatura migliore soggetto

Candidatura migliore sceneggiatura

Candidatura migliore attrice protagonista a Silvana Mangano

Candidatura migliore colonna sonora

 


 
 
 

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