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High Crimes - Crimini di stato (2002)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 16 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

High Crimes - Crimini di stato

High Crimes

USA 2002 thriller 1h55’

 

Regia: Carl Franklin

Soggetto: Joseph Finder (romanzo Reati capitali)

Sceneggiatura: Yuri Zeltser, Grace Cary Bickley

Fotografia: Theo van de Sande

Montaggio: Carole Kravetz

Musiche: Graeme Revell

Scenografia: Paul Peters

Costumi: Sharen Davis

 

Ashley Judd: Claire Kubik

Morgan Freeman: Charles W. Grimes

Jim Caviezel: Tom Kubik / Ron Chapman

Adam Scott: ten. Terrence Embry

Amanda Peet: Jackie

Bruce Davison: gen. Bill Marks

Juan Carlos Hernández: magg. James Hernandez

Tom Bower: agente FBI Mullins

Michael Shannon: Troy Abbott

Dendrie Taylor: Lola

John Apicella: Franklin

Paula Jai Parker: Gracie

Jude Ciccolella: colonnello Farrell

Michael Gaston: magg. Waldron

 

TRAMA: Il mondo dell’avvocatessa Claire Kubik viene sconvolto quando suo marito, che viveva sotto falso nome, viene arrestato dalla polizia militare e sottoposto a processo per l’omicidio di alcuni civili mentre faceva parte dei marines.

 

VOTO 6

 

 

Diretto da Carl Franklin e tratto dal romanzo di Joseph Finder, è un thriller giudiziario che intreccia legal drama, segreti militari e paranoia istituzionale. Il film mette al centro una donna brillante e determinata, interpretata da Ashley Judd, costretta a confrontarsi con un sistema di potere opaco quando la sua vita privata viene travolta da un’accusa di crimini di guerra. Accanto a lei, Morgan Freeman dà corpo a un avvocato militare disilluso ma lucidissimo, capace di muoversi nei meccanismi di un tribunale che non funziona come quello civile. Il risultato è un racconto che gioca sulla tensione, sulle verità parziali e sulla difficoltà di distinguere giustizia e convenienza politica.

 

 

La trama parla di Claire Kubik, un’avvocata di successo nella Bay Area, che conduce una vita serena con il marito Tom (Jim Caviezel), fino al giorno in cui lui viene improvvisamente arrestato dall’FBI durante un pomeriggio di shopping natalizio. L’accusa è gravissima: lui sarebbe coinvolto in un massacro avvenuto anni prima in un villaggio del Salvador, durante una missione militare segreta. Claire scopre così che l’uomo che ha sposato vive sotto una falsa identità e che il suo passato è molto più complesso di quanto immaginasse. Determinata a difenderlo, Claire si trova catapultata nel mondo dei tribunali militari, dove le regole sono diverse e la trasparenza non è garantita. Per orientarsi in questo territorio ostile, si affida a Charlie Grimes, un ex avvocato militare brillante ma disincantato, che conosce bene i meccanismi interni e le zone d’ombra dell’apparato. Mentre il processo si avvicina, emergono testimonianze contraddittorie, documenti scomparsi e morti sospette che suggeriscono l’esistenza di un insabbiamento ai piani alti.

 

 

Claire e Charlie devono così ricostruire la verità pezzo dopo pezzo, muovendosi tra pressioni politiche, gerarchie militari e un sistema che sembra voler proteggere qualcuno a ogni costo. Più si avvicinano al cuore del caso, più diventa chiaro che la posta in gioco va oltre la colpevolezza o innocenza di Tom: riguarda la possibilità stessa di ottenere giustizia in un contesto dove la verità è un terreno minato.

 

 

Come si può dedurre, è uno di quei thriller giudiziari che non reinventano il genere, ma lo praticano con una professionalità che oggi sembra quasi nostalgica. Carl Franklin costruisce un racconto lineare, pulito, che punta meno sull’azione e più sulla tensione procedurale: corridoi militari, documenti che spariscono, testimoni che cambiano versione, un sistema che sembra sempre due passi avanti rispetto ai protagonisti. È un film che lavora sulla paranoia istituzionale senza scivolare nel complottismo, mantenendo un equilibrio classico tra intrattenimento e denuncia.

 

 

Ashley Judd regge il centro emotivo della storia con una performance solida, fatta di determinazione e vulnerabilità credibili. Morgan Freeman, nel ruolo dell’avvocato disilluso, porta quella miscela di ironia e saggezza che tutti abbiamo da sempre riconosciuto come il vero valore aggiunto del film: ogni sua scena alza il livello, dà ritmo, introduce un controcanto umano a un mondo dominato da regole opache. La regia non cerca virtuosismi, ma accompagna lo spettatore dentro un meccanismo che si stringe progressivamente, giocando su un senso di minaccia costante più che su colpi di scena fragorosi. È proprio questa scelta a rendere il film un thriller di mestiere, quindi prevedibile in alcuni passaggi, sì, ma anche coerente, ben calibrato, capace di tenere alta l’attenzione fino alla fine.

 

 

Non è un film che ambisce a essere memorabile, ma è un prodotto solido, costruito con cura, che offre esattamente ciò che promette: un legal thriller teso, ben interpretato e attraversato da un sottile sospetto verso le istituzioni che gli dà il tipico sapore del cinema di quegli anni.

 


 
 
 

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