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Homebound - Storia di un’amicizia in India (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Homebound - Storia di un’amicizia in India

Homebound

India 2025 dramma 1h59’


Regia: Neeraj Ghaywan

Soggetto: Basharat Peer (A Friendship, a Pandemic and a Death Beside the Highway)

Sceneggiatura: Neeraj Ghaywan, Sumit Roy

Fotografia: Pratik Shah

Montaggio: Nitin Baid

Musiche: Naren Chandavarkar, Benedict Taylor, Amit Trivedi

Scenografia: Khyatee Mohan Kanchan

Costumi: Rohit Chaturvedi

 

Ishaan Khatter: Mohammed Shoaib Ali

Vishal Jethwa: Chandan Kumar Valmiki

Janhvi Kapoor: Sudha Bharti

Harshika Parmar: Vaishali, sorella di Chandan

Shalini Vatsa: Phool, madre di Chandan

Chandan K Anand: Haroon Nawaz

Vijay Vikram Singh: capo di Shoaib

Yogendra Vikram Singh: Arjun Mishra

Pankaj Dubey: Hassan Ali, padre di Shoaib

Shreedhar Dubey: Vikas Tripathi

Dadhi R Pandey: Awdesh Kumar, padre di Chandan

Sudipta Saxena: madre di Shoaib

 

TRAMA: Due amici d’infanzia inseguono un traguardo comune: superare il concorso per entrare nella polizia nazionale, nella speranza di conquistare una dignità sociale che finora hanno solo sognato. Ma mentre si avvicinano all’obiettivo, il legame profondo che li unisce inizia a incrinarsi, logorato da disillusioni personali e tensioni crescenti.

 

VOTO 7,5

 

 

Un romanzone appassionante, un lungo racconto dal passo lento che ci conduce nel cuore dell’India moderna ma ancora legata alle tradizioni, alle fedi, all’amore per la famiglia e soprattutto basato sulla vera storia di due giovanotti legati da un’amicizia fortissima, narrata da un articolo giornalistico. È il ritratto di un’amicizia spezzata dall’India contemporanea, dalle tante disavventure capitate loro e dal grave impatto avuto dalla pandemia del Covid.

 

 

Alla visione si ha l’impressione di assistere ad uno dei film indiani più significativi degli ultimi anni: un’opera che unisce rigore sociale, intimità emotiva e un realismo asciutto, capace di parlare tanto al pubblico dei festival quanto a chi cerca un cinema profondamente umano. Presentato a Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard e accolto con una lunga ovazione, racconta la storia di questi due giovani: Shoaib e Chandan sono amici d’infanzia che inseguono il sogno di diventare poliziotti per conquistare quella dignità sociale che la loro nascita non ha garantito. Emergono potenti e devastanti gli aspetti che condizionano fortemente la società indiana: classismo e razzismo frenano le aspettative dei giovani a seconda della loro etnia e religione. Ogni modulo burocratico, ogni occasione per iscriversi ad un concorso o ad una scuola o università viene chiesto loro la classe di provenienza, mettendo in forte imbarazzo l’ammissione dell’appartenenza ad una bassa classe. Demoralizzante. Così come al lavoro. E se non sei neanche laureato ti spettano solo lavori manuale degradanti. Tant’è.

 

 

Il cuore narrativo punta dritto a mostrare amicizia, caste, religione, aspirazioni. È un film che parla di amicizia che non è solo quel bel sentimento che conosciamo ma che qui assume anche la veste di resistenza e di conseguenza anche della sua fragilità quando si scontra con forze più grandi degli individui. Tanto che i due protagonisti hanno un sogno condiviso e sono sempre in sintonia, ma quel sistema li divide mentre si avvicinano all’obiettivo. Ci sono momenti in cui la trama amplia e radicalizza questo nucleo centrale ed allora il lungometraggio diventa un ritratto dell’India che non cambia, dove caste, religione e classe continuano a determinare destini e possibilità. Sempre, continuamente, in ogni chance, che diventa un buco nel morale, che si manifesta non in grandi eventi o solo nei momenti topici, ma in micro-umiliazioni quotidiane, silenzi, esclusioni, opportunità negate. Ma nonostante queste condizioni sociali scoraggianti, il film ha comunque il sollievo psicologico di una dimensione più intima e di regia: un racconto toccante, costruito con sensibilità e attenzione ai luoghi, alle persone reali, ai dettagli che rendono credibile il mondo dei protagonisti.

 

 

Vediamo da vicino la vicenda. Shoaib e Chandan sono amici d’infanzia cresciuti in un villaggio dell’India del Nord, uniti dal sogno di diventare agenti di polizia per conquistare un posto in una società che li ha sempre marginalizzati: Shoaib perché musulmano, Chandan perché dalit (gli “intoccabili”, posizionati fuori dal sistema castale induista). Studiano insieme, si sostengono, condividono speranze e frustrazioni, ma le pressioni familiari e le difficoltà economiche iniziano lentamente a separarli. Quando i risultati del concorso tardano ad arrivare, Chandan accetta un lavoro in una fabbrica tessile lontano da casa. Shoaib, bocciato, lo raggiunge più tardi e i due ritrovano un fragile equilibrio da migranti, fatto di turni massacranti e piccole complicità quotidiane.

 

 

L’arrivo della pandemia spezza però ogni stabilità: la fabbrica chiude, i salari si fermano, e i due sono costretti a tornare a piedi verso il villaggio, come milioni di lavoratori rimasti senza mezzi di sostegno. Il viaggio diventa una prova estrema. Sotto il sole, senza acqua né cibo, il lungo viaggio del ritorno è una vera odissea, con l’aggiunta di una sciagura determinante ai fini del futuro (no spoiler!) che adesso è sulle spalle di Shoaib, il quale, forte della triste esperienza, decide di riprendere gli studi, portando avanti ciò che l’amico non ha potuto completare.

 

 

Il risultato è un film che non cerca il melodramma (la tentazione di considerarlo in tal maniera è forte ma sarebbe errato) ma la reazione emotiva del pubblico, dove la frattura che si verifica a metà del racconto tra i due amici non è spettacolare, ma è lenta, inevitabile, dolorosamente quotidiana. E così se ne viene rapiti e coinvolti, direi partecipati e persino dispiaciuti: prima perché i due non hanno diritto alle opportunità alla pari degli altri, quelli più avvantaggiati dalla classe sociale, in seguito e nel finale per le sfortune che li colpiscono e per l’invadente povertà delle loro famiglie, già colpite anche dal razzismo sociale.

 

 

Ne emerge un cinema che è chiaramente anche politico ma mai didascalico, dove la denuncia nasce dai personaggi, non dai discorsi. Colpiscono i dialoghi di Shoaib e Chandan quando danno per scontati gli svantaggi che devono superare ogni volta, in ogni dove, ma è bello e incoraggiante vederli affiatati e sorridenti, consci che prima di prendere ogni iniziativa devono prima di tutto superare il primo ostacolo sociale. Belli e sorridenti. La sincera amicizia fa sempre miracoli. Tutte queste riflessioni scaturiscono dal meritevole lavoro della regia di Neeraj Ghaywan, che dota il film di realismo, umanesimo, rigore. Insomma, è un cineasta che dà una prova di grande maturità registica. Non è che fosse molto conosciuto in ambiente internazionale ma nel suo passato scovo firme (anche di sceneggiatura) di pochi film ma coerenti, simili a questo, e qualche corto e episodi da serie, ma quasi sempre su argomenti inerenti i suoi interessi come in questo: caste, genere, religione e dinamiche di potere, raggiungendo il picco con il presente film, la sintesi più matura di questo percorso, con un respiro più ampio e una dimensione emotiva ancora più profonda.

 

 

Ammirevole come sappia inquadrare le visioni più ordinarie dell’India, per cui è d’obbligo sottolineare la capacità di evitare ogni estetizzazione della povertà: e quindi treni locali superaffollati, fabbriche, case modeste, tutto filmato con un realismo che non cerca la miseria, ma la dignità delle vite rappresentate. Un realismo indiano, in due parole. Tutti motivi che hanno svegliato l’interesse da produttore di questo film di grande spicco: Martin Scorsese, che si è preoccupato in prima persona come produttore esecutivo e persino mentore creativo, seguendo sceneggiatura e montaggio. È più di un biglietto da visita, è una raccomandazione. Ho apprezzato molto la fotografia e la scenografia, fedele alla realtà quotidiana delle zone più popolose e povere. Bene fa, inoltre, la musica a non invadere le immagini e non drammatizzare per nulla le vicende, quasi non si avverte, il che è un fatto positivo.

 

 

A conclusione va ribadito come questo bel film è un’opera che trascende il contesto nazionale, parlandoci di mobilità sociale negata, di promessa di un’India moderna che non arriva mai agli ultimi ma anche di mascolinità vulnerabile, del peso delle aspettative familiari, del desiderio di riscatto che diventa un fardello. E gli sguardi indeboliti dei due lo dimostra. Un film che ascolta i silenzi, che non parla per gli oppressi ma con loro, restituendo la complessità dei compromessi quotidiani. Ineccepibilmente bravi Ishaan Khatter e Vishal Jethwa, due interpreti molto umani, dalla presenza vulnerabile senza mai cadere nel patetico, utilizzando bene espressioni, sorrisi, gesti, comprensioni intuite. Il film è praticamente sulle loro giovani spalle.

 


Come spiega lo stesso Neeraj Ghaywan, l’amicizia tra i due protagonisti non è costruita sul bisogno o sulla pietà, ma su un senso di solidarietà tacita, esperienza condivisa e riconoscimento reciproco. Il film non impone tesi, ma propone uno sguardo su persone e relazioni che spesso restano fuori campo.

Una piccola aggiunta va fatta, a testimonianza delle tematiche del film che sono risultate scomode al potere nazionale: ben 11 tagli imposti da parte della censura sono un segnale inquietante, che portano a maggior ragione a dire che è un film che va visto.

Premi riscossi 10, candidature 11. Meritati.

 


 
 
 

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