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Hud il selvaggio (1963)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 4 mar
  • Tempo di lettura: 6 min

Hud il selvaggio

Hud

USA 1963 dramma 1h52’

 

Regia: Martin Ritt

Soggetto: Larry McMurtry (Horseman, Pass By)

Sceneggiatura: Irving Ravetch, Harriet Frank Jr.

Fotografia: James Wong Howe

Montaggio: Frank Bracht

Musiche: Elmer Bernstein

Scenografia: Hal Pereira, Tambi Larsen

Costumi: Edith Head

 

Paul Newman: Hud Bannon

Patricia Neal: Alma Brown

Melvyn Douglas: Homer Bannon

Brandon De Wilde: Lonnie Bannon

Whit Bissell: Burris

Crahan Denton: Jesse

John Ashley: Hermy

Val Avery: José

George Petrie: Joe Scanlon

Curt Conway: Truman Peters

 

TRAMA: Nel grande ranch di Homer, anziano allevatore di bestiame, orgoglioso e tradizionalista, vivono il figlio trentenne, Hud, un ragazzo ribelle e il nipote Lonnie, sensibile e idealista. Ma quando una grave malattia colpisce le mandrie e Homer è costretto a far abbattere il bestiame, Hud assume il comando del ranch e tenta di far interdire il padre.

 

VOTO 7,5

 

 

Paul Newman aveva appena fondato una società di produzione con il regista Martin Ritt, con cui l’attore girò ben sei film, di cui almeno quattro di rilevante importanza oltre questo: Hombre, L’oltraggio e La lunga estate calda. Gli altri furono Paris Blues e Le avventure di un giovane. Eccoci quindi alla loro prima collaborazione produttiva, basata su un romanzo in cui il protagonista Hud Bannon era un personaggio minore nella sceneggiatura originale, ma che fu rielaborato come ruolo principale, facendo anche diventare il film, con questo antieroe, un western revisionista. Ma più che altro, è un western contemporaneo che pulsa di tensioni familiari e desideri inespressi: al centro c’è il contrasto feroce tra Hud Bannon, giovane ribelle dal fascino autodistruttivo, e Homer, il padre, uomo di principi incrollabili. Sullo sfondo di un Texas arido e minacciato da un’epidemia nel bestiame, il nipote Lonnie osserva i due uomini come modelli opposti, attratto dalla vitalità sfrontata dello zio ma anche dalla rettitudine del nonno. In mezzo a loro, la domestica Alma porta una delicatezza ferita che rende ancora più evidente la distanza tra ciò che Hud desidera e ciò che è capace di dare.

 

 

Hud (Paul Newman) è il figlio ambizioso e egocentrico di un uomo di grandi principi, l’allevatore texano Homer Bannon (Melvyn Douglas). Lonnie (Brandon De Wilde), figlio orfano adolescente del fratello maggiore di Hud, Norman, ammira entrambi gli uomini, ma è molto colpito da Hud. Entrambi i giovani sono attratti dalla governante dei Bannon, Alma (Patricia Neal). Sebbene trovi Hud fisicamente attraente, la donna mantiene le distanze perché in passato è stata maltrattata da uomini egocentrici. Il film segue la vita quotidiana dei Bannon, una famiglia che vive in un ranch del Texas segnato dalla fatica, dal silenzio e da un equilibrio sempre più fragile. Il ranch è attraversato da un senso di precarietà: la terra è arida, il bestiame è la loro unica ricchezza e ogni giornata sembra un tentativo di tenere insieme ciò che rischia di sgretolarsi. Una possibile minaccia alla mandria mette in moto tensioni latenti, costringendo la famiglia a confrontarsi con scelte difficili che toccano non solo il lavoro, ma la loro stessa identità. In questo clima teso, la presenza di Alma introduce una delicatezza malinconica: è una donna che porta con sé ferite e dignità, e la sua vicinanza ai Bannon rivela desideri inespressi e solitudini profonde.

 

 

La trama si sviluppa attraverso scontri verbali, silenzi pesanti e momenti in cui il paesaggio sembra riflettere i conflitti interiori dei personaggi. Homer e Hud incarnano due visioni inconciliabili del mondo: una fondata sulla responsabilità, l’altra sull’istinto. Lonnie, nel mezzo, vive un percorso di crescita che lo obbliga a guardare con lucidità ciò che ama e ciò che teme. Il film procede come una lenta combustione emotiva, dove ogni gesto pesa e ogni scelta lascia un segno, costruendo un racconto intenso di famiglia, orgoglio e disillusione.

 

 

È un film che emerge come uno dei ritratti più incisivi e complessi del cinema americano degli anni ’60 avendo, il grande regista, sviluppato un accurato studio di caratteri rigoroso, asciutto, capace di scavare nella psicologia dei suoi personaggi senza indulgere né nel melodramma né nel mito del cowboy romantico. La forza del film sta nel suo rifiuto di idealizzare il mondo rurale o la figura del cowboy. Hud non è un eroe né un villain: è un uomo contraddittorio, magnetico e disturbante, che Paul Newman interpreta con una miscela di fascino e durezza che lo rende impossibile da incasellare. Che attore! Si avverte la sensazione che il film rompa con la tradizione dei cowboys “puliti” degli anni ’40 e ’50, aprendo la strada a un realismo più adulto e disincantato. Il regista costruisce un racconto che scorre con naturalezza, senza forzature, lasciando che siano i personaggi a guidare il film. La sua regia è empatica ma mai indulgente: osserva, ascolta, mette a confronto visioni del mondo opposte senza giudicarle. È un cinema che crede nella complessità morale e nella capacità dello spettatore di orientarsi da solo.

 

 

Hud non è solo un personaggio negativo o moralmente ambiguo, ma la rappresentazione compiuta dell’anti‑eroe moderno. È un uomo che vive senza freni, senza senso di responsabilità, senza alcun bisogno di essere amato. Questo lo rende affascinante e respingente allo stesso tempo, e soprattutto lo colloca in una linea che anticipa i protagonisti disillusi del cinema americano degli anni ’70. Il film, in questa prospettiva, diventa un ponte tra il western classico e il nuovo realismo cinico e urbano che arriverà dopo. Attenzione: da notare che è un western “senza cavalli”, un racconto che svuota il genere dei suoi elementi mitici per concentrarsi su ciò che resta: la terra, la fatica, la solitudine, la violenza silenziosa dei rapporti umani. Inoltre, il film mette in evidenza la dimensione generazionale: Homer e Hud non sono solo padre e figlio, ma due epoche che si scontrano. Il primo rappresenta un mondo che crede ancora nella parola data, nella responsabilità, nella comunità; il secondo è l’America che sta arrivando: individualista, competitiva, amorale. Ed allora, il film diventa un racconto sulla fine di un’idea di paese: il Texas non è più il luogo dell’epica, ma un paesaggio che consuma chi lo abita. In questo senso, il film è un atto di rottura: non celebra il West, lo mette a nudo.

 

 

La fotografia contribuisce molto: il bianco e nero di James Wong Howe è uno degli elementi più celebrati perché polverosa, contrastata, che quasi esce dallo schermo per arrivare allo spettatore. Trasforma il Texas in un paesaggio emotivo, dove ogni spazio aperto sembra amplificare la solitudine dei personaggi. Questa scelta visiva rende il film più duro, più vero, più incisivo. Ma è l’insieme che fa sì che il film coinvolga e dia densità, e non poco influisce l’ottimo cast, iniziando, come sempre, dalla forte interpretazione dell’attore protagonista.

 

 

Paul Newman offre una delle sue interpretazioni più complesse, un uomo senza bussola morale ma non privo di fragilità. Melvyn Douglas dà al padre una dignità tragica che diventa il contrappunto perfetto alla sfrontatezza del figlio. Patricia Neal è davvero straordinaria nel ruolo di Alma, presenza silenziosa ma decisiva, capace di portare nel film una dolcezza ferita che non scivola mai nel sentimentalismo. Bravo anche Brandon de Wilde, che completa il quadro con una sensibilità giovane e autentica. La musica discreta di Elmer Bernstein, l’uso misurato dei momenti comici, la cura per i gesti quotidiani: tutto contribuisce a un realismo che non cerca effetti, ma verità. È un film che non ha bisogno di grandi eventi per essere grande.

 

 

Opera un po’ dimenticata dalla moderna frenesia produttiva di film facili e spettacolari, resta un lungometraggio quasi perfetto, che sa unire scrittura, regia, interpretazioni e fotografia in un equilibrio raro. È un racconto morale senza moralismi, un dramma familiare che diventa anche un ritratto dell’America profonda e delle sue contraddizioni.

Ah, ne facessero ancora film come questo!

 

 

Riconoscimenti

Oscar 1964

Miglior attrice a Patricia Neal

Miglior attore non protagonista a Melvyn Douglas

Migliore fotografia

Candidatura migliore regia

Candidatura miglior attore protagonista a Paul Newman

Candidatura migliore sceneggiatura non originale

Candidatura migliore scenografia

Golden Globe 1964

Candidatura miglior film drammatico

Candidatura migliore regia

Candidatura miglior attore in un film drammatico a Paul Newman

Candidatura miglior attore non protagonista a Melvyn Douglas

Candidatura miglior attrice non protagonista a Patricia Neal

BAFTA 1964

Migliore attrice protagonista a Patricia Neal

Candidatura miglior film

Candidatura miglior attore protagonista a Paul Newman

 


 
 
 

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