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I colori del tempo (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 8 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

I colori del tempo

La venue de l'avenir

Francia Belgio 2025 commedia 2h5’

 

Regia: Cédric Klapisch

Sceneggiatura: Cédric Klapisch, Santiago Amigorena

Fotografia: Alexis Kavyrchine

Montaggio: Anne-Sophie Bion

Musiche: ROB (Robin Coudert)

Scenografia: Marie Cheminal

Costumi: Pierre-Yves Gayraud

 

Suzanne Lindon: Adèle Meunier

Abraham Wapler: Seb / Claude Monet nel 1874

Vincent Macaigne: Guy

Julia Piaton: Céline

Zinedine Soualem: Abdelkrim

Paul Kircher: Anatole

Vassili Schneider: Lucien

Sara Giraudeau: Odette

Cécile de France: Calixte de La Ferrière

Pomme: Fleur

Fred Testot: Félix Nadar

Vincent Perez: zio Théophraste

François Berléand: Victor Hugo

Philippine Leroy-Beaulieu: Sarah Bernhardt

Olivier Gourmet: Claude Monet nel 1895

Valentin Campagne: Gaspard

 

TRAMA: Una trentina di membri della stessa famiglia scoprono di aver ereditato una vecchia casa abbandonata in Normandia, tra cui quattro cugini, quasi estranei tra loro, che si ritrovano a condividere quello spazio carico di ricordi. Tra oggetti dimenticati, lettere e fotografie, riaffiora la figura di Adèle, un’antenata che nel 1895 aveva lasciato la Normandia per Parigi.

 

VOTO 6,5

 

 

I viaggi nel tempo sono sempre stati un’attrattiva nei soggetti del cinema: a ritroso, nel futuro, immaginati, avvenuti magicamente per davvero, nella fantasia della mente, nei sogni. A cominciare dal magico Un americano alla corte di re Artù di Mark Twain (diventato film in diverse versioni). Anche a causa di sostanze lisergiche, come avviene in questo film di Cédric Klapisch, regista a cui non è mai mancata la fantasia nei suoi racconti. Qui succede per una circostanza molto particolare e i quattro protagonisti, cugini alla lontana che neanche si conoscevano, vi si ritrovano per la necessità e la curiosità di capire per quale motivo sono eredi di una vecchia casa in Normandia e perché si trovano in possesso oggi di opere di valore inestimabile, come riferisce loro una esperta d’arte, specializzata in quadri di autori impressionisti francesi.

 

 

Un gruppo di persone viene convocato da una società immobiliare intenzionata a costruire un centro commerciale sui terreni di una vecchia casa ottocentesca in Normandia. I convocati sono tutti discendenti di un’unica famiglia e legittimi eredi della proprietà, che la società vuole acquistare. La narrazione procede su due piani temporali. Nel passato seguiamo Adèle, una giovane vissuta nei primi decenni del Novecento, che abita la casa insieme alla nonna. Decisa a ritrovare la madre mai conosciuta – che le invia denaro ogni mese – Adèle parte per la Parigi della Belle Époque, dove incontra due giovani artisti, un pittore e un fotografo, che la ospitano e la aiutano nella sua ricerca. L’incontro con la madre e con il padre, legato al mondo dell’arte, dà una svolta inattesa alla sua vita. Nel presente seguiamo invece alcuni degli eredi contemporanei, impegnati a valutare la vendita della casa e del suo contenuto: lettere, quadri, oggetti sopravvissuti al tempo. I personaggi si muovono tra Parigi e la Normandia, mentre la storia alterna costantemente passato e presente, mostrando come le scelte di Adèle e dei suoi familiari abbiano lasciato tracce emotive e materiali che ancora influenzano i discendenti.

 

 

Il film intreccia così due epoche, legando i protagonisti attraverso la memoria, l’arte e il tempo che scorre, fino a rivelare il valore affettivo e identitario della casa e della storia familiare. Il regista alterna continuamente le due epoche, quella definita da sempre come la Belle Époque e quella odierna. La prima ovviamente costituita dai bei colori parigini, dai begli abiti, dalla bella vita dei benestanti e quella più modesta del popolo, la seconda basata, ormai come ben sappiamo, dalla tecnologia, dalle professioni moderne ed avanzate, dalla tecnica dell’arte fotografica e della pubblicità. A causare l’interesse del passato è un’azienda che vuol costruire un grande centro commerciale proprio nel sito della vecchia casa sfruttando anche la avanzata tecnologia dell’energia pulita, i pannelli solari. La stranezza è che questi eredi sono tanti (è passato più di un secolo) e devono decidere se accettare o meno. Ma chi è veramente colui o colei che ha generato una stirpe così numerosa senza lasciare traccia? È ciò che si propongono gli eredi, i quali nominano quattro di loro per indagare e accertare la convenienza dell’operazione immobiliare.

 

 

Essi sono Seb (Abraham Wapler), un provetto fotografo alla ricerca del successo; Abdel (Zinedine Soualem), un professore molto amato alla vigilia del pensionamento; Céline (Julia Piaton), ingegnere dinamica esperta di ferrovie; e Guy (Vincent Macaigne), un apicoltore curioso e di compagnia. Questi si recano sul luogo e scoprono una casa molto ricca di ricordi, che vanno dalle lettere che la loro ava Adèle scriveva e riceveva dal fidanzato lasciato al paese per recarsi a Parigi, oggetti di varia natura e soprattutto ritratti fotografici e dipinti che poi scoprono di autori che hanno fatto la storia della pittura. Pensate che fortuna capita a chi si ritrova per caso un Monet in casa! Valore incalcolabile. Così scoprono chi fosse veramente Adèle e perché si era decisa, pur non sapendo né scrivere né leggere, ad avventurarsi nella grande capitale: era alla ricerca della madre che l’aveva abbandonata all’età di un anno. Perché mai? Scopre che lei oggi vive a Parigi facendo la donnina in una elegante casa di appuntamenti.

 

 

Il film, che si sviluppa nell’indagine nel presente, viaggia all’indietro mostrando in immagini le scoperte progressive dei quattro cugini e quindi ciò che noi vediamo è il frutto delle loro deduzioni. In un continuo andirivieni, è come se si assistesse a due film in uno, con due storie non simili ma concatenate: da quella prostituta, che a Parigi aveva avuto due amori, un celebre fotografo ed un pittore in ascesa, era nata Adèle. Ma da quale dei due? È la giovane provinciale intraprendente, che non si perde mai d’animo, che cerca le sue origini e da lei poi ne scaturisce una dinastia numerosa una volta che si è potuto stabilire, tramite una genealogista, l’intero albero della famiglia, con i tantissimi discendenti.

 

 

Da un lato l’avventura di giovani del passato arrivati da lontano nella città della Torre Eiffel: la ragazza, infatti, fa amicizia e si fa aiutare da due baldi giovani, Anatole (Paul Kircher) e Lucien (Vassili Schneider), entrambi aspiranti artisti, l’uno pittore e l’altro fotografo, segno che queste due passioni predominano le attività dei personaggi del film; dall’altro lato i quattro cugini che fanno da filo conduttore della storia. Simpatie reciproche, sprazzi di attrazioni tra i sessi, fidanzate/i lasciate/i o ritrovate/i, ritorni alle origini, occasioni abbandonate. Ma come dice Odette (Sara Giraudeau), la mamma della giovane ragazza, meglio rimpiangere uno sbaglio commesso che un’occasione mancata. E difatti prima Adele si concede al giovane pittore e poi torna felice al suo amato Gaspard. Nel frattempo, nel finale parallelo, i quattro si salutano ed ognuno per la sua strada, come prima, ad eccezione di un tentativo di Guy verso Céline ed un omaggio di Seb verso il pensionato festeggiato Abdel.

 

 

In sintesi, Cédric Klapisch mette in scena un’idea chiave: il passato non è un luogo da rimpiangere, ma un dispositivo che ci permette di capire chi siamo. La casa abbandonata diventa un archivio emotivo: ogni fotografia, ogni lettera, ogni oggetto è un frammento di identità che chiede di essere riconosciuto. I quattro cugini del presente incarnano una genealogia spezzata: professioni ipermoderne, vite accelerate, un rapporto fragile con la memoria. La loro indagine è soprattutto un tentativo di colmare un vuoto interiore. Adèle, nel 1895, rappresenta invece la ricerca del sé attraverso il corpo e l’esperienza: una giovane donna che attraversa la Storia per definire la propria identità, spinta da una mancanza originaria – la madre assente – che diventa motore di emancipazione. La sua avventura parigina è un percorso di formazione morale: imparare a guardare, a scegliere, a disobbedire. Il film, quindi, contrappone due estetiche – impressionismo e ipermodernità – per riflettere su come cambiano gli strumenti con cui percepiamo il mondo. Non è nostalgia: è una domanda etica sullo sguardo. Cosa resta di noi nelle immagini che produciamo? Cosa trasmettiamo davvero?

 

 

La dimensione morale emerge nella relazione tra generazioni: il tempo non si recupera, si trasmette. L’eredità non è la casa, ma la capacità di leggere ciò che è stato taciuto. La mancanza della madre, nel passato, e la mancanza di un racconto comune, nel presente, mostrano che le identità si costruiscono anche attraverso ciò che non abbiamo ricevuto. Il buon Klapisch suggerisce che ogni epoca è incompleta, e che la maturità consiste nel trovare un posto per ciò che il passato può ancora insegnare: lentezza, profondità, attenzione. In un mondo che corre, il film invita a riguardare indietro per riconciliarsi, non per ritornarvi.

 

 

La regia mostra evidente mano esperta e guida gli interpreti con saggezza e precisione, tanto da far risultare il film abbastanza piacevole da guardare. Gli attori, quelli giovani e quelli meno, se la cavano tutti egregiamente, ognuno con le sue conosciute caratteristiche (Vincent Macaigne si distingue sempre) ma il film poggia fondamentalmente sulle spalle della giovane figlia d’arte Suzanne Lindon (suo padre è il grandissimo Vincent e la madre Sandrine Kiberlain, una delle principali attrici francesi per eccellenza), la quale ha modo di farsi notare molto bene e con il suo viso particolare conquista le simpatie di ogni tipo di spettatore. Brava e sicura: per essere solo il suo terzo lungometraggio è un bel biglietto di viaggio per il futuro. Inoltre, è ineccepibile e stimabile ogni aspetto del cast tecnico, perché dal colore (d’altronde è un film sui colori dei grandi impressionisti) agli abiti, dalla scenografia alla colonna sonora che sa dare ritmo, tutto è perfettamente intonato e insieme riescono a catapultarci sia nel passato che nelle moderne strade parigine.

Film piacevole.

 

 

Riconoscimenti

César 2026

Candidatura miglior promessa femminile a Suzanne Lindon

Candidatura miglior scenografia

Candidatura miglior costumi

 


 
 
 

Commenti


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cinefilo da bambino

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