top of page

Titolo grande

Avenir Light una delle font preferite dai designer. Facile da leggere, viene utilizzata per titoli e paragrafi.

I compagni (1963)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 2 mag
  • Tempo di lettura: 4 min

I compagni

Italia Francia Jugoslavia 1963 dramma 2h10’

 

Regia: Mario Monicelli

Sceneggiatura: Age & Scarpelli, Mario Monicelli

Fotografia: Giuseppe Rotunno

Montaggio: Ruggero Mastroianni

Musiche: Carlo Rustichelli

Scenografia: Mario Garbuglia

Costumi: Piero Tosi

 

Marcello Mastroianni: professor Sinigaglia

Renato Salvatori: Raoul

Annie Girardot: Niobe

Elvira Tonelli: Cesarina

Franco Ciolli: Omero

François Périer: maestro Di Meo

Raffaella Carrà: Bianca

Gabriella Giorgelli: Adele

Folco Lulli: Pautasso

Bernard Blier: Martinetti

Vittorio Sanipoli: cavalier Baudet

Mario Pisu: l’ingegnere

Kenneth Kove: signor Luigi

Franco Ciolli: Omero

Giampiero Albertini: Porro

Pippo Starnazza: il Bergamasco

 

TRAMA: Alla fine del secolo scorso, in un’industria tessile torinese, un grave incidente è la scintilla che fa scoppiare le prime proteste operaie contro le inumane condizioni di lavoro. La protesta si trasforma in un durissimo sciopero, guidato del professor Sinigaglia, durante il quale un operaio muore. Gli operai rientrano in fabbrica, sconfitti, ma con un filo di speranza.

 

VOTO 8

 

 

Mario Monicelli firma uno dei film più coraggiosi e anomali della sua carriera: un’opera che unisce la precisione della ricostruzione storica alla leggerezza amara della commedia all’italiana, trasformando la lotta operaia di fine Ottocento in un racconto corale di straordinaria umanità. Ambientato nella Torino industriale del 1900, il film mette in scena condizioni di lavoro durissime – quattordici ore al giorno, una sola pausa, incidenti frequenti – e segue la nascita di una coscienza collettiva che tenta di opporsi allo sfruttamento. Il regista, affiancato dalla sceneggiatura di Age & Scarpelli, costruisce un affresco realistico e insieme partecipe, lontano dal lirismo dei film sovietici ma capace di evocare la stessa forza epica attraverso dettagli quotidiani, movimenti di macchina ampi e una direzione degli attori di rara precisione.

 

 

La fotografia di Giuseppe Rotunno, ispirata, come richiesto dal regista, alle illustrazioni della Domenica del Corriere, e l’uso di veri operai come comparse accentuano l’impatto documentario del film, che all’epoca fu accolto freddamente in Italia ma apprezzato all’estero, fino alla candidatura all’Oscar per la sceneggiatura. Oggi appare come un tassello fondamentale del cinema politico italiano, capace di raccontare il nascente movimento operaio con uno sguardo insieme critico, affettuoso e profondamente umano.

 

 

Nella Torino di fine Ottocento, gli operai di una fabbrica tessile lavorano in condizioni estenuanti: turni di quattordici ore, macchinari pericolosi, nessuna tutela. Dopo l’ennesimo incidente, decidono di chiedere la riduzione dell’orario a tredici ore, ma la direzione ignora completamente la richiesta. Come gesto dimostrativo, gli operai suonano la sirena di fine turno con un’ora di anticipo: la risposta dei padroni è una multa collettiva e la sospensione di Pautasso (Folco Lulli), l’operaio che ha azionato la sirena.

 

 

A questo punto arriva in città il professor Sinigaglia (Marcello Mastroianni), un ex insegnante socialista ricercato dalla polizia. Con la sua esperienza e la sua retorica appassionata, convince gli operai a organizzare uno sciopero vero e proprio. La tensione cresce quando i padroni tentano di far arrivare dei crumiri: gli operai cercano di bloccare il treno, ma negli scontri Pautasso muore tragicamente.

 

 

Sinigaglia, braccato, trova rifugio presso Niobe (Annie Girardot), una prostituta ripudiata dal padre operaio. Intanto lo sciopero si trascina per settimane: la fame e la miseria indeboliscono la resistenza, e gli operai votano per tornare al lavoro, senza sapere che i padroni stanno per cedere. Il professore, rischiando l’arresto, corre alla fabbrica e con un discorso vibrante riaccende la volontà di lottare. Il corteo operaio si dirige verso la fabbrica per occuparla, ma la cavalleria interviene e apre il fuoco: Omero, un giovane operaio, viene ucciso. Sinigaglia viene arrestato. Gli operai, sconfitti e stremati, tornano al lavoro. Il fratello minore di Omero prende il suo posto alla macchina, mentre il professore, dal carcere, continua a diffondere le sue idee.

 

 

Monicelli affronta un tema rarissimo nel cinema italiano dell’epoca: la nascita del movimento operaio. Lo fa con un approccio che fonde rigore storico e ironia, evitando sia la retorica militante sia il sentimentalismo. La sua regia costruisce un racconto corale in cui il vero protagonista è il gruppo, non l’eroe individuale: una scelta che, come notarono diversi critici del tempo, distingue il film dalle commedie all’italiana coeve e lo avvicina a un cinema più europeo e politico. La ricostruzione dell’ambiente operaio è minuziosa: Monicelli e gli sceneggiatori studiarono atti processuali, riviste socialiste, testimonianze dirette di anziani operai, e coinvolsero lavoratori reali come comparse. Questo conferisce al film una dimensione quasi neorealista, pur filtrata da una messa in scena elegante e da una fotografia che alterna crudezza e poesia visiva.

 

 

L’umorismo, cifra tipica del regista, non alleggerisce la tragedia ma la rende più incisiva: piccoli momenti comici emergono dalla vita quotidiana, senza mai tradire la gravità del tema. La scena del discorso di Sinigaglia, ispirata, come affermò lo stesso, a Marco Antonio nel Giulio Cesare, è un esempio di come Monicelli sappia fondere teatro, politica e umanità in un’unica soluzione narrativa. La critica dell’epoca fu divisa: in Italia il film fu accolto con freddezza, forse perché troppo avanti rispetto al clima del boom economico. All’estero, invece, venne riconosciuto come uno dei migliori film sul lavoro e sulla lotta sindacale, lodato per la sua capacità di essere popolare senza essere populista.

 

 

Il cast è uno dei punti di forza del film. Marcello Mastroianni offre una delle sue interpretazioni più sfumate: un professore idealista, fragile, ironico, capace di passare dall’insicurezza alla leadership con naturalezza. La sua prova è stata definita da molti critici una delle migliori della sua carriera. Accanto a lui, Renato Salvatori dà corpo a un operaio combattuto e umano, mentre Folco Lulli (premiato con il Nastro d’Argento) rende Pautasso una figura memorabile, tragica e dignitosa. Annie Girardot porta al personaggio di Niobe una dolcezza ferita che arricchisce il film di una dimensione intima. Bernard Blier, Gabriella Giorgelli, Raffaella Carrà (!) e l’intero gruppo di caratteristi contribuiscono a creare un coro credibile e vivo.

 

 

Il film resta un’opera fondamentale: un film politico senza retorica, commovente senza sentimentalismi, capace di raccontare la dignità del lavoro e la forza della solidarietà. Un classico che continua a parlare al presente.

 

 

Riconoscimenti

Oscar 1964

Candidatura miglior sceneggiatura originale

Nastri d’Argento 1964

Miglior attore non protagonista Folco Lulli

 


 
 
 

Commenti


Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

bottom of page