I peccatori (2025)
- michemar

- 26 gen
- Tempo di lettura: 9 min
Aggiornamento: 11 ore fa

I peccatori
Sinners
USA Australia Canada 2025 generi diversi 2h17’
Regia: Ryan Coogler
Sceneggiatura: Ryan Coogler
Fotografia: Autumn Durald Arkapaw
Montaggio: Michael P. Shawver
Musiche: Ludwig Göransson
Scenografia: Hannah Beachler
Costumi: Ruth E. Carter
Michael B. Jordan: Elijah “Smoke” Moore / Elias “Stack” Moore
Miles Caton: Sammie “Preacher Boy” Moore
Hailee Steinfeld: Mary
Jack O’Connell: Remmick
Wunmi Mosaku: Annie
Delroy Lindo: Delta Slim
Jayme Lawson: Pearline
Omar Benson Miller: Cornbread
Li Jun Li: Grace Chow
Yao: Bo Chow
Lola Kirke: Joan
Peter Dreimanis: Bert
Saul Williams: Jedidiah Moore
David Maldonado: Hogwood
Helena Hu: Lisa Chow
Nathaniel Arcand: Chayton
Tenaj L. Jackson: Beatrice
Nicoye Banks: Jacob
Buddy Guy: Sammie “Preacher Boy” Moore anziano
TRAMA: Negli anni 30, due gemelli tornano nella loro città natale nel sud degli Stati Uniti per ricominciare da capo e lasciarsi alle spalle la vite difficile e criminale di Chicago. Una volta tornati a casa, tuttavia, scoprono che un male ancora più grande è pronto a dar loro il benvenuto.
VOTO 7,5

Sorprendente. Spesso si dice così di un film che ci meraviglia perché ci piace quando non ce lo aspettavamo, perché è più attraente rispetto alle attese, perché lo si immaginava di un genere diverso. Invece il termine stavolta è dovuto al fatto che spiazza, è differente dal solito cliché, è “speciale”, perché Ryan Coogler confeziona un pacchetto di generi e li combina producendo una storia che è insieme di cose, pur restando in una realtà fantasiosa, non come il doppio Black Panther (veri fantasy, uno al maschile e l’altro al femminile), dopo la puntata nel mondo della boxe con Creed. Motivo per il quale mi sono permesso di scrivere nella scheda “generi diversi”, cosa inconsueta. Ed ecco allora un film in costume Anni ’30 ambientato nel mondo degli Stati Uniti meridionali dove i neri pativano ancora duramente la discriminazione razziale anche rappresentata dal terribile KKK, contro cui nessuno azzardava reagire. Lì, nel Mississippi, tornano a casa due gemelli monozigoti, quindi identici e indistinguibili, interpretati da Michael B. Jordan, dopo aver scorrazzato con crimini di vario tipo. E succede di tutto. Ma proprio di tutto, fino a far definire il quinto film del regista un insieme di gangster thriller noir mistery musical che virano assieme verso l’horror vampiresco, ma che a me piace classificare innanzitutto come dramma, perché essenzialmente è un film drammatico.
Nel 1932, i gemelli Elijah “Smoke” ed Elias “Stack” Moore (entrambi Michael B. Jordan), veterani della Prima Guerra Mondiale e reduci da anni di criminalità a Chicago, tornano nella natia Clarksdale, Mississippi. Con il denaro rubato alle gang, acquistano una segheria per trasformarla in un juke joint (una discoteca, un locale per ballare e bere) destinato però solo alla comunità nera locale. Con loro c’è il giovane cugino Sammie (Miles Caton), talentuoso chitarrista blues osteggiato dal padre pastore, che loro hanno trascinato dietro in questa avventura perché è davvero bravo allo strumento e a inventare canzoni. Attenzione: l’unica musica che ammettono è il blues, il vero e puro blues! Attorno al locale comprato da un uomo, risaputo appartenente al KKK, una ex falegnameria, si forma una piccola famiglia: la moglie di Smoke, Annie (Wunmi Mosaku), praticante woodoo; il pianista Delta Slim (Delroy Lindo), musicista molto apprezzato nell’ambiente; i commercianti cinesi Grace e Bo Chow; e l’operaio che lavora nei campi di cotone Cornbread come buttafuori. Ma nella regione si aggira Remmick (Jack O’Connell), un vampiro irlandese in fuga da cacciatori, i nativi Choctaw, essere che, come da tradizione, trasforma in vampiro chi morde, tra cui i primi che vediamo subire sono una coppia di suprematisti bianchi del Ku Klux Klan, Lola e Peter.
La notte dell’inaugurazione, la musica di Sammie richiama tanta gente – ovviamente nera – e purtroppo non solo loro. Difatti chi si presenta, per continuare la sua malefica opera? Non potendo entrare senza invito, Remmick tenta di corrompere i gemelli. Quando Stack esce, viene morso dalla sua ex Mary (Hailee Steinfeld), ormai contagiata. L’attacco si estende: Cornbread, Bo e altri vengono trasformati. L’esperta Annie riconosce la natura sovrannaturale della minaccia e spiega come difendersi. Remmick, che è un ottimo cantante di ballate irlandesi (unica musica che si allontana dal blues che ci accompagna lungo tutta la visione, ma anch’essa di estrazione popolare come il country, che si ascolta in un’altra scena), offre un patto: risparmiare tutti in cambio di Sammie, il cui talento musicale gli servirebbe per evocare gli spiriti della sua antica comunità. Al rifiuto, Grace - accecata dalla rabbia - invita i vampiri ad entrare nel locale, scatenando un massacro. Durante la carneficina si scontrano persino i due amati gemelli, inevitabilmente, e succede che Smoke affronta e sconfigge Stack, poi aiuta Sammie a eliminare i vampiri con la luce dell’alba. All’alba, uccide Hogwood, capo locale del Klan, il vecchio proprietario del capannone, ma muore per le ferite, riunendosi nell’aldilà con Annie e la figlia perduta. Nel finale siamo ai giorni d’oggi, nel 1992, quando Sammie - ormai leggenda del blues - riceve la visita di Stack e Mary, che sono, come vampiri, immortali. Stack rivela che Smoke lo aveva risparmiato proprio per proteggere il Sammie che ha di fronte al bancone del bar. Il musicista rifiuta l’offerta di unirsi a loro e suona un ultimo brano, ricordando quella notte come terribile, ma anche come il momento in cui furono tutti davvero liberi. Quello, ricorda, fu in ogni caso il giorno più memorabile della sua vita.
Ammetto che, contrariamente al mio solito, mi sono dilungato nella descrizione della trama giusto per significare al paziente lettore come sia articolata, ben sapendo che ciò non toglie nulla alla “sorpresa” di cui prima, e per spiegare il motivo della non facile catalogazione semplice del film. Che appunto attraversa i generi caratterizzati dall’azione (quindi thriller, gangster), dal musical e dal misterioso per affacciarsi prepotentemente nell’horror senza però essere per questo uno di quelli che le persone più sensibili ritengono “di paura”, perché questo aspetto assume più la caratteristica della commedia che della tragedia. Resta comunque un dramma perché, in fondo, è una storia di sofferenze e di perdite: quelle pregresse (vedi la bambina tragicamente persa da Smoke e Annie, oppure le violenze subite dai fratelli dal padre, che per questo venne ammazzato) e quelle presenti, con gli amori difficili e ostacolati tra persone di razze diverse (Stack e Mary), il razzismo violento, la morte o la trasformazione vampiresca di tanti personaggi.
In mezzo alla bufera e alle disavventure resta un centro di gravità permanente, rappresentato dal più gentile e musicalmente più ispirato di tutti che è Sammie, giovane ingenuo e da svezzare che sarà l’unico non solo a sopravvivere ma anche a tenere alto il testimone del blues fino alla vecchiaia, senza mai perdere lo smalto del grande talentuoso chitarrista bluesman che è sempre stato. Un testimone del ritorno a casa dei gemelli, del loro tentativo di scalata, dei loro affetti, della fine di un sogno chiamato Juke Joint.
Il film si articola in una breve introduzione consistente nel ritorno di Sammie, sanguinante e con cicatrici sul viso, nel tempio dove il padre Jedidiah Moore, pastore, tiene la sua omelia ai fedeli, il quale lo riaccoglie sebbene lo avesse messo in guardia di non andare a quella maledetta festa juke perché luogo di peccato (vedi il titolo) come il sesso, l’alcol, il ballo sfrenato, la musica del diavolo. Invece il giovane aveva disobbedito ed ora tornava con il solo manico della pregiata chitarra avuta in dote. Solo questa sequenza, poi si parte con il racconto del giorno prima, articolato nella mattina in cui tornavano i gemelli e l’organizzazione della festa; il pomeriggio quando Stack ritrova la sua ex fidanzata Mary, una ragazza bianca di lontane origini afroamericane: il tramonto in cui Remmick si presenta alla casa di Bert e Joan chiedendo riparo e aiuto; la sera, la lunghissima sera in cui si dà inizio alle danze e alle esibizioni dei musicisti e alla battaglia contro i vampiri che aumentano in progressione impressionante man mano che vengono aggrediti mentre la schiera dei viventi si assottiglia sempre più. Nel finale rivediamo la sequenza iniziale del ritorno di Sammie ed il cerchio si chiude, dopo un’intera giornata, che è l’arco temporale della trama. Come dire: tutto in un giorno.
Sorprendente. Perché potrebbe sembrare il solito film di vampiri ed invece eccoli irrompere sullo schermo come un temporale in una giornata estiva soleggiata, perché non pareva un noir di gangster ed invece i muscolosi, violenti e risoluti Stack e Smoke, che paiono una coppia imbattibile, resistono ma contro gli “esseri” non possono fare di più. Soltanto il secondo soccombe e solo nella guerriglia finale contro i razzisti armati, in cui non sopravvive alcuno. Scorrono i titoli di coda e chi si alza dalla poltrona commette un errore grave: l’ultima scena è montata proprio durante lo scorrimento e dopo di che non è ancora finita, perché il bravissimo Miles Caton ci regala un’ultima perla blues.
Una festa per gli occhi e per le orecchie. Un’opera horror che parla di libertà e segregazione, di bene e di male, di sogni e di incubi, di amore e di morte, senza saccenza ma con la forza delle immagini di un cinema di un autore che non rinuncia allo spettacolo: sul ring, nelle foreste delle Pantere Nere, nell’America nera con la musica che si son portati dietro dall’Africa, come dice Delta Slim. Ecco perché c’è di tutto nel film di Ryan Coogler. Campi di cotone come nel Colore viola, musica nel sangue, ritmo nell’anima, battutacce per combattere la povertà, sesso come libertà e rivalsa, lessico da bassifondi, donne che stanno al gioco. Dollari falsi, nichelini di legno, pozioni magiche da riti neri. E tanta gente di colore che il contrasto della fotografia di Autumn Durald Arkapaw (ormai direttrice di fotografia che si va affermando) esalta fino ad aumentare le tonalità scure, gente che non aspettava altro che le danze avessero inizio per dimenticare le fatiche dei campi, a cominciare dall’uomo messo a fare il buttafuori, Cornbread (a proposito, Omar Benson Miller sembra il figlio di Forest Whitaker…).
Sorprendente, perché Delroy Lindo si prende un ruolo mai visto per lui e dimostra una propensione per la musica che non potevamo immaginare. Perché tra tanti americani, per giunta con bianchi in minoranza, spicca la forza recitativa e la grinta di Jack O’Connell, un pure english, che si scatena con ballads sanguinanti. E poi cinesi che parlano un perfetto americano, indiani Choctaw raramente sugli schermi: insomma una mescolanza di popoli emarginati tutti insieme in una turbolenta storia di sopravvivenza etnica fisica e spirituale. Tutto qui? No. Vedendolo al grandangolo, si può leggere come un racconto che intercetta l’atmosfera della nuova America di Trump dove il film offre materiale che si collega a quel clima culturale: in scena c’è difatti un’America attraversata da sfiducia nelle istituzioni, comunità che si sentono abbandonate, identità collettive che si irrigidiscono, dove la percezione di “noi contro loro” è diventata un riflesso quotidiano: non sono bianchi (i veri demoni) coloro che vanno a bussare alla festa dei neri e che vorrebbero rubare la giovane promessa del blues? Inoltre, Coogler mostra la fede come forza di coesione ma anche strumento di controllo, paura, potere, oltre al ruolo crescente di certe retoriche religiose nella politica americana contemporanea, spesso discusse durante l’impero trumpiano. Con questo, non voglio dire che sia (pure) un film politico, però sono evidenti i temi di paura, fede, comunità, potere, identità, che, inevitabilmente, ci sono contemporanei. Resta comunque un classico blockbuster che fa l’occhiolino a Jordan Peele, regista che ha sfondato con il tema del mistery e della conseguente paura.
Ryan Coogler dirige con maestria, dipingendo un quadro vivacissimo e variopinto con molti movimenti di figure e macchina, danze, brani che fanno e danno ritmo alla narrazione in cui non si sa mai come va a finire. Un film che gli apre le porte al futuro, un’affermazione clamorosa. Michael B. Jordan è senz’altro nella sua migliore interpretazione (aiutato dalla tecnologia per essere in scena in doppio), ma è tutto il cast che agisce in maniera ottima e coordinata, con bei personaggi, come la appariscente Wunmi Mosaku in un ruolo a suo modo importante: ognuno ha il suo spazio, ognuno trova il tempo per essere evidenziato. In primis il bravissimo Miles Caton, ottimo artista. L’anziano Sammie del finale è interpetrato da Buddy Guy, uno dei più importanti esponenti dell’Electric Blues americano, figura di spicco del genere nero insieme a B.B. King, uno dei capostipiti (Eric Clapton lo ha definito uno dei migliori chitarristi blues della storia).
Notevole il lavoro del cast tecnico, dalla fotografia (di cui sopra) al montaggio perfetto, dai costumi preziosi alle pettinature, e per finire, val la pena ribadirlo, una colonna sonora, originale e no, di straordinario valore, specialmente per chi ama queste musiche. Perfino la presa sonora è curatissima. Ma… che belle canzoni, che musica!
Il mio voto reale sarebbe 7 ma il mezzo in più è merito degli attori e del crew tecnico. E della musica!
Nel frattempo, i Golden Globe hanno già provveduto con due premi mentre il record delle candidature agli Oscar è nella Storia del Cinema, con grande sorpresa di tutti (non è… sorprendente?), ma a mio parere da qui a poter vincere molti Oscar ce ne corre. Staremo a vedere. Intanto… (aggiornerò):
Riconoscimenti
Oscar 2026
Candidatura al miglior film
Candidatura al miglior regista
Candidatura al miglior attore protagonista a Michael B. Jordan
Candidatura al miglior attore non protagonista a Delroy Lindo
Candidatura alla miglior attrice non protagonista a Wunmi Mosaku
Candidatura alla miglior sceneggiatura originale
Candidatura alla miglior fotografia
Candidatura alla miglior scenografia
Candidatura ai migliori costumi
Candidatura ai migliori trucco e acconciatura
Candidatura ai migliori effetti speciali
Candidatura al miglior montaggio
Candidatura al miglior sonoro
Candidatura alla miglior colonna sonora originale
Candidatura alla miglior canzone originale (I Lied to You)
Candidatura al miglior casting
Golden Globe 2026
Miglior colonna sonora
Miglior risultato al cinema e al box office
Candidatura per il miglior film drammatico
Candidatura per il miglior regista
Candidatura per il miglior attore in un film drammatico a Michael B. Jordan
Candidatura per la miglior sceneggiatura






















































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