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I soliti sospetti (1995)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 2 gen
  • Tempo di lettura: 5 min

I soliti sospetti

(The Usual Suspects) USA, Germania 1995 thriller 1h46’

 

Regia: Bryan Singer

Sceneggiatura: Christopher McQuarrie

Fotografia: Newton Thomas Sigel

Montaggio: John Ottman

Musiche: John Ottman

Scenografia: Howard Cummings

Costumi: Louise Mingenbach

 

Chazz Palminteri: David Kujan

Kevin Spacey: Roger “Verbal” Kint

Gabriel Byrne: Dean Keaton

Kevin Pollak: Todd Hockney

Pete Postlethwaite: Kobayashi

Stephen Baldwin: Michael McManus

Benicio del Toro: Fenster

Peter Greene: Redfoot

Suzy Amis: Edie Finneran

Clark Gregg: dr. Walters

Dan Hedaya: sergente Jeffrey “Jeff” Rabin

Giancarlo Esposito: agente speciale Jack Baer

Michelle Clunie: ritrattista

Paul Bartel: contrabbandiere

Carl Bressler: Saul Berger

Castulo Guerra: Arturo Marquez

 

TRAMA: L’unico sopravvissuto racconta gli eventi tortuosi che hanno portato a un tremendo scontro a fuoco su una nave, iniziato quando cinque criminali si sono incontrati in un commissariato.

 

VOTO 8



La storia si apre sul molo di San Pedro Bay, dove un misterioso assassino uccide il criminale Dean Keaton (Gabriel Byrne) e dà fuoco a una nave, lasciando dietro di sé ventisette morti e solo due sopravvissuti: un mafioso ungherese gravemente ustionato e Roger “Verbal” Kint (Kevin Spacey), un truffatore claudicante di basso profilo. È proprio Verbal, interrogato dall’agente Kujan (Chazz Palminteri), a ricostruire gli eventi che hanno condotto a quel massacro.



Attraverso un lungo flashback, Verbal racconta come lui e altri quattro criminali - McManus (Stephen Baldwin), Fenster (Benicio del Toro), Hockney e lo stesso Keaton - si siano ritrovati insieme dopo un arresto ingiustificato, decidendo poi di collaborare per colpire la polizia corrotta e compiere una serie di colpi. Ma la loro alleanza li porta a incrociare la figura leggendaria e temuta di Keyser Söze, un criminale quasi mitologico che agisce nell’ombra e che, secondo il suo emissario Kobayashi (Pete Postlethwaite), li avrebbe manipolati fin dall’inizio. Costretti a obbedire per salvare le proprie vite, i cinque accettano una missione suicida: distruggere un presunto carico di cocaina su una nave. L’operazione si trasforma in un massacro. Uno dopo l’altro, i membri della banda vengono eliminati da un killer invisibile, mentre Verbal riesce a nascondersi e sopravvivere. Durante l’interrogatorio, Kujan crede di aver capito tutto: secondo lui, Keaton era in realtà Keyser Söze e ha orchestrato l’intera vicenda per eliminare un testimone che poteva identificarlo. Ma quando Verbal viene rilasciato, l’agente si accorge troppo tardi che la sua ricostruzione era sbagliata: i dettagli del racconto di Verbal erano inventati sul momento, presi dagli oggetti presenti nell’ufficio. Un fax appena arrivato…



No, non si può spoilerare, ammesso che ci sia ancora gente appassionata di film non conosca uno dei finali più sorprendenti della storia del cinema. Comunque - mettiamo il caso che qualcuno non sia al corrente o che non ricordi – saltiamo con i punti sospensivi. Perché il film dell’allora giovane trentenne chiamato Bryan Singer al suo secondo lungometraggio è qualcosa di insolito caratterizzato da una grande sceneggiatura scritta da un collega ancor più giovane, Christopher McQuarrie, futuro autore dei migliori film della saga Mission: Impossible. Non so se questi due giovanotti si rendevano conto di ciò che stavano producendo, certo è che il film è entrato di diritto nella mitologia, come il suo protagonista, che fino al finale è un personaggio erroneamente giudicabile come secondario e che invece si prende la sequenza prima dei titoli di coda e si impadronisce del film a scoppio ritardato.



Il film è un noir fatto di inganni e di un certo tizio che nessuno ha mai visto (forse). Ci si rende conto solo nel finale, appunto, che cosa si sta guardando, perché se un cinefilo ama il genere di opere che lo fa sentire furbo, qui va a sbattere il muso e si accorge che è stato preso per i fondelli per quasi due ore. È un luna park? Beh, quasi. La storia parte con cinque criminali messi in fila per un riconoscimento (già questa immagine è diventata iconica!): sembra l’inizio di una barzelletta, invece è l’inizio del caos. Ognuno ha la sua specialità: c’è l’ex poliziotto glaciale, il maniaco imprevedibile, il tecnico che sopravvive a tutto, il tizio che parla come se avesse ingoiato una lavatrice e Verbal, il più innocuo… o almeno così sembra. Eh eh.



Da lì parte un racconto a incastro, narrato proprio da Verbal, che ricostruisce colpi, piani, tradimenti e un mistero che aleggia su tutto: Keyser Söze, il criminale leggendario che fa tremare anche i duri. Il film gioca sporco - nel senso buono - mescolando presente e passato, verità e bugie, e lasciando il pubblico sempre con la sensazione che il duo regista-sceneggiatore stia nascondendo qualcosa. Beh, uno spoiler lo posso fare: è esattamente quello che sta succedendo. La regia si diverte a pescare da Hitchcock, Scorsese, i Coen e chiunque abbia mai fatto un noir degno di questo nome. Il risultato è un thriller che non inventa nulla, ma assembla tutto con una freschezza sorprendente. La trama si avvita su se stessa come un serpente drogato, e se ti distrai un attimo… addio. Questo film non perdona: se ti allontani un minuto sei fregato!



Il cast è una piccola festa: attori che di solito fanno i simpatici qui diventano gelidi, altri che sembrano innocui diventano inquietanti, ognuno è un personaggio allarmante, difficile fare una classifica ed anche Benicio Del Toro ruba la scena parlando come se avesse un dialetto inventato sul momento. Tutto funziona, tutto scorre, tutto si prepara a un finale che è diventato leggenda. E quando finalmente il film tira le fila, capisci che lo spettatore è solo una pedina. Ma una pedina felice, perché siamo davanti ad uno di quei noir che manipola con stile, confonde con eleganza e ci lascia con un sorriso amaro e soddisfatto.



Tutti bravi, anzi eccellenti, da chi sta in cima alla piramide della troupe fino all’ultimo ma. Ma ritengo necessario dire solo qualcosa su un attore superbo, sempre oltre l’asticella media e che si è dovuto barcamenare in carriera per alcuni processi poco onorevoli che io non voglio giudicare dal punto di vista penale, mi interessa solo giudicarlo come attore. Kevin Spacey. Lo sappiamo tutti quanto è bravo e chi dice il contrario lo fa perché gli è antipatico, ma la verità va detta. Qui giganteggia, sciorinando un repertorio degno del suo talento. Il più ambiguo, il meno credibile, ma il più furbo: questo è Roger “Verbal” Kint. E non solo.

Godiamocelo, come il film.



Riconoscimenti

Oscar 1996

Miglior attore non protagonista a Kevin Spacey

Migliore sceneggiatura originale

Golden Globe 1996

Candidatura al miglior attore non protagonista a Kevin Spacey

BAFTA 1996

Migliore sceneggiatura originale

Miglior montaggio

Candidatura al miglior film

 


 
 
 

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