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Il diritto di contare (2016)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 6 apr 2022
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 24 mag 2023


Il diritto di contare

(Hidden Figures) USA 2016 biografico 2h7’


Regia: Theodore Melfi

Soggetto: Margot Lee Shetterly (libro)

Sceneggiatura: Theodore Melfi, Allison Schroeder

Fotografia: Mandy Walker

Montaggio: Peter Teschner

Musiche: Pharrell Williams, Hans Zimmer, Benjamin Wallfisch

Scenografia: Wynn Thomas

Costumi: Renee Ehrlich Kalfus


Taraji P. Henson: Katherine Johnson

Octavia Spencer: Dorothy Vaughan

Janelle Monáe: Mary Jackson

Kevin Costner: Al Harrison

Kirsten Dunst: Vivian Mitchell

Jim Parsons: Paul Stafford

Glen Powell: John Glenn

Mahershala Ali: Jim Johnson

Aldis Hodge: Levi Jackson

Donna Biscoe: Joylette Coleman

Maria Howell: Miss Summer

Ariana Neal: Joylette Johnson

Saniyya Sidney: Constance Johnson

Zani Jones Mbayise: Kathy Johnson


TRAMA: Katherine Johnson, Dorothy Vaughn e Mary Jackson sono tre donne afroamericane. Lavorano alla Nasa e sono le menti brillanti che hanno messo a punto il primo programma di missioni spaziali che ha portato uomini come l'astronauta John Glenn in orbita. Il loro operato, basato sull'elaborazione di importanti dati matematici, ha contribuito a ridare nuova fiducia alla nazione, ridefinire la corsa nello spazio e stupire il mondo.


Voto 6

Nel 1961, nel pieno della segregazione razziale negli Stati Uniti, la matematica afroamericana Katherine Johnson, insieme a due colleghe anch'esse afroamericane, Dorothy Vaughan (supervisore non ufficiale) e Mary Jackson (aspirante ingegnere), lavorano alla West Area Computers del Langley Research Center di Hampton. A seguito del lancio dei satelliti sovietici e del primo volo spaziale umano eseguito da Jurij Gagarin, il programma spaziale americano sente la necessità di accelerare la corsa allo spazio e a lanciare al più presto una capsula pilotata dall'astronauta John Glenn.

Katherine, Dorothy e Mary sono tre donne e ciò è sempre stato un handicap nel mondo lavorativo, a maggior ragione nell’ambito scientifico, dove sono state abitualmente considerate meno adatte degli uomini, ma il problema principale, più di mezzo secolo fa, è che sono nere. Devono dimostrare ancora di più dei loro colleghi maschi di essere valide e adatte ai compiti che spettano nella nutrita squadra che si occupa del programma spaziale. Prendiamo la prima, forse la più vivace delle tre, Katherine Johnson (che tra l’altro è morta recentemente e che nel 2015 dal presidente Barack Obama ha ricevuto la Medaglia Presidenziale della Libertà): non utilizza superfici inusuali – come il cinema ci ha abituati in alcune occasioni quando gli scienziati scribacchiavano sui vetri - per risolvere complicate equazioni, ma semplici lavagne o fogli di carta e la straordinarietà del suo genio ci viene comunicata dalle reazioni stupite di chi la circonda, quando osserva la semplicità e la velocità con cui lei svolge a mano calcoli complessi non essendo ancora arrivata l’era del computer.

Sulla base delle storie di vita incredibilmente vere di queste tre donne, ricordate nella Storia come "computer umani", le seguiamo mentre scalano rapidamente i ranghi della NASA insieme a molte delle più grandi menti incaricate di calcolare il lancio epocale dell'astronauta in orbita e garantire il suo ritorno sicuro. Anche se ci si accorge che Theodore Melfi romanza quanto basta la reale vicenda accaduta alle tre – ha dovuto infatti modificare anche le date della loro collaborazione per far coincidere il periodo di lavoro assieme -, il film appartiene pienamente al genere “tratto da una storia vera” con tutte le caratteristiche tradizionali: c’è un misto ben orchestrato tra commedia e dramma, almeno una grande scena risolutiva per ogni personaggio, un ritmo sostenuto anche se prevedibile ed infine una morale edificante che vuole rassicurare il pubblico e l’opinione pubblica che i tempi erano (e sono ancora?) difficili per il genere femminile ma che finalmente stanno cambiando. Il proposito e la trama hanno una giusta dose di incoraggiante, insomma. Da visionarie quali sono state, hanno avuto la meglio sugli stereotipi di genere e razza, divenendo fonte di ispirazione per le giovani generazioni.

Nello stesso tempo, il titolo originale ricorda come fossero persone da tenere in seconda fila tanto da battezzare le tre eroine come “figure nascoste”, ingiustamente eclissate perché sia donne che di colore. Ed invece eccole splendidamente fiere, sorridenti e baldanzose che forniscono tutte le risposte che l’ente si attende, anche se continuamente osteggiate dai colleghi maschi. Al fine poi di rendere la trama più appassionante e combattuta c’è anche la figura maschile di Al Harrison (Kevin Costner) che intuisce il potenziale delle protagoniste e le apprezza mettendole al posto giusto e che fa da contraltare a quella femminile che le contrasta, Vivian Mitchell, interpretata da Kirsten Dunst nel ruolo più antipatico della sua bella carriera. Personaggi sicuramente di finzione che però sono funzionali allo sviluppo del film e renderlo più interessante.

Se la regia di Theodore Melfi svolge il suo compito in maniera adeguata, chi fa la parte del leone è sicuramente il cast, prima di tutto quello dell’incandescente trio che scuote il film come un frullatore: Taraji P. Henson, Octavia Spencer e Janelle Monáe sono delle leonesse, delle lottatrici e sono simpatiche, fino a conquistare i consensi dei critici e del pubblico e raggiungere i dovuti riconoscimenti meritati. Arrivano difatti varie candidature agli Oscar e ai Golden Globe, vincendo in massa i SAGA e i Satellite Award del 2017, dove premiano l’intero cast.

Il mio voto non è andato oltre la sufficienza perché, nonostante tutto, ho trovato il film un po’ troppo convenzionale.

Riconoscimenti

2017 - Premio Oscar

Candidatura miglior film

Candidatura miglior attrice non protagonista a Octavia Spencer

Candidatura migliore sceneggiatura non originale

2017 - Golden Globe

Candidatura migliore attrice non protagonista a Octavia Spencer

Candidatura migliore colonna sonora originale


 
 
 

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