Il falsario (2025)
- michemar

- 19 ore fa
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Il falsario
Italia 2025 dramma biografico 1h56’
Regia: Stefano Lodovichi
Soggetto: Massimo Veneziani, Nicola Biondo (Il falsario di Stato. Uno spaccato noir della Roma degli anni di piombo)
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Lorenzo Bagnatori
Fotografia: Emanuele Pasquet
Montaggio: Roberto Di Tanna
Musiche: Santi Pulvirenti
Scenografia: Paolo Bonfini
Costumi: Mary Montalto
Pietro Castellitto: Antonio “Toni” Chichiarelli
Giulia Michelini: Donata
Andrea Arcangeli: don Vittorio
Pierluigi Gigante: Fabione
Edoardo Pesce: Balbo
Claudio Santamaria: il Sarto
Aurora Giovinazzo: Virginia
Fabrizio Ferracane: Zù Pippo
Mattia Carrano: Sansiro
Michael Schermi: Crocca
Francesco La Mantia: er Pilota
Giacomo Bottoni: er Ciancica
Kabir Tavani: il Magro
TRAMA: Quando Toni arriva a Roma, nel suo bagaglio ha soltanto il talento per la pittura e il sogno di diventare un grande artista. Ma la sua fame di vita, il destino e la Storia lo porteranno a diventare il più grande di tutti i falsari, nonché una figura centrale nei misteri più fitti del nostro Paese.
VOTO 6,5

Il quarantenne Stefano Lodovichi, qualche regia sulle spalle anche di serie e tanti videoclip, firma una storia troppo facilmente definita dalla stampa come biografica, tratta dal libro dei giornalisti Massimo Veneziani e Nicola Biondo sugli “anni di piombo” narrati come un noir. In realtà, è molto liberamente ispirata al noto falsario Chichiarelli, romanzata fino nel finale che viene addolcito e cambiato rispetto a ciò che successe veramente. Antonio Giuseppe Chichiarelli, noto con il soprannome di Toni, è stato definito un mafioso legato alla famigerata banda della Magliana, quando invece nel film lo si vede ondeggiare tra diverse organizzazioni per poterne trarre solo profitto personale. Per come viene presentato, fu una persona che badava solo ai vantaggi che poteva ricavare venendo in contatto con le persone e le associazioni criminali a cui appartenevano: era un talentuoso pittore ma anche, e soprattutto, un notevole falsario specializzato in qualsiasi genere, specialmente, appunto, nel campo artistico. In definitiva, azzarderei ad affermare che il film è falsamente ispirato alla sua vita, facendone, il regista, una trama avventurosa e spericolata, totalmente incentrata sul fascino ambiguo di Chichiarelli, un "artista" del falso che si muove tra arte e terrorismo.
Negli anni ’70 tre amici di Rieti – Toni (Pietro Castellitto), aspirante pittore, don Vittorio (Andrea Arcangeli), giovane prete, e Fabione (Pierluigi Gigante), operaio politicizzato – si trasferiscono a Roma. Toni cerca di emergere come artista e conosce Donata (Giulia Michelini), gallerista affascinata dal suo talento nel copiare i grandi maestri del passato o contemporanei. Il successo di un primo falso Modigliani attira l’attenzione della Banda della Magliana, in particolare di Balbo (Edoardo Pesce), che gli offre un atelier in cambio di lavori per l’organizzazione. Mentre Fabione entra nelle Brigate Rosse, Toni viene coinvolto in commissioni sempre più rischiose, fino a essere contattato dal Sarto (Claudio Santamaria), uomo dei servizi segreti deviati, che gli chiede di falsificare il comunicato n.7 sul caso Moro. Insomma, come in una barzelletta: c’erano un prete, un operaio e un artista, ma tanto altro.
La relazione con Donata si incrina quando Toni intreccia un rapporto con Virginia (Aurora Giovinazzo), legata a Zù Pippo (Fabrizio Ferracane), mafioso siciliano che gli commissiona un nuovo falso. Il Sarto manipola Toni e Balbo, provocando la morte di quest’ultimo e facendo spezzare le mani a Toni per intimidirlo. Fabione, braccato, consegna a Toni il memoriale integrale di Moro in cambio di un passaporto falso, ma viene ucciso dalla polizia. Toni ritrova Donata, scopre che aspetta un figlio e decide di fuggire con lei. Prima però partecipa a una rapina per ottenere il denaro necessario e affronta il Sarto, che pretende il memoriale. Don Vittorio, sotto pressione, tradisce Toni rivelando dove è nascosto il documento. Il sicario Sansiro (Mattia Carrano), incaricato di uccidere Toni, gli propone uno scambio: fornire un cadavere al posto del suo. Toni lascia a Vittorio una lettera e le chiavi dell’auto, sapendo che Sansiro lo ucciderà. Don Vittorio viene eliminato al suo posto. Toni, devastato ma vivo, raggiunge Donata per fuggire insieme dall’Italia.
Non facile inquadrare Toni, incasellarlo in un posto preciso, dato che è innanzitutto un giovane che bada solo alla personale affermazione, è un uomo affamato di soldi e successo da ottenere facilmente, senza badare al confine tra lecito e illecito, disponibile ad allearsi e a servire chiunque, potente o meno, soprattutto nell’ambito criminale, purché ne ricavi profitto e guadagno. Cerca la vita, non ha inibizioni, e quando scopre la bella vita romana, prima di tutto quella del sottobosco, vi si adegua vedendone le tante possibilità. Ecco perché si adegua immediatamente all’amicizia dei personaggi loschi della criminalità metropolitana (vedi la Magliana) o quella classica (vedi la mafia). Viene anche in contatto indiretto con l’estrema sinistra dominata dalle Brigate Rosse, dove affluisce uno dei due suoi amici per la pelle, Fabione, tramite il quale entrerà addirittura nel triste “affare Moro” falsificando il comunicato numero 7 a proposito della trattativa BR-Stato-Vaticano.
Alle vicende criminali vi si accostano quelle amorose, prima con la gallerista Donata e poi con la giovane Virginia. Ma è la prima che condiziona veramente la sua vita ed anche nella spericolata scelta del finale. Più che figure, il film naviga tra “figuri” poco raccomandabili, a cominciare, persino, dal misterioso personaggio Sarto, esponente gelido e implacabile del Servizi deviati, che tanto peso ebbero nella storia di Moro. Toni ha sempre l’abilità di camminare con pericoloso equilibrio sul film del trapezio che la vita gli propone, e quindi, con la spavalderia tipica dello sbruffone, eccolo fare la spola tra i personaggi più vari – mai nel confine della legalità – che vanno dalla mafia, alla banda, ai servizi segreti. Come racconta il protagonista: “Quegli anni era una festa: papi, artisti, delinquenti, politici… e poi c’ero io”.
Accanto gli sono sempre le due amicizie della vita: Fabione, che diventa ben presto un fuorilegge della politica extraparlamentare e che rimarrà vittima delle sue azioni; don Vittorio, pretino che si adegua alla vita romana e ai suoi intrighi e che si caccerà nei guai anche lui per arrivismo. Ma soprattutto, quest’ultimo, verrà utilizzato dal protagonista Toni per la propria salvaguardia, una volta deciso a mettere su famiglia con la sua donna ed il bambino che lei aspetta. Un protagonista arruffone – ma precisissimo nel suo talento – che insegue il sogno romano, guascone, veloce nel pensiero, che sa abbindolare le donne e sogna in grande. Quindi, per tutto ciò, inaffidabile per gli altri, i quali, ignari, cadono spesso nella falsa illusione di poter contare su di lui. Il bello è che non ha paura quando capisce di trovarsi in pericolo, e tranquillizza chiunque perché lui, dice, farà quello che promette. E promette a tutti, perché lui è irresponsabile e sempre in cerca di una scorciatoia.
“Perché Roma, in questa storia – dicono le note della regia – è un porto e una tempesta. Ti attrae e ti irretisce con le sue sirene, con la Storia che segna i volti di chi la vive da generazioni, sulle pareti dagli intonaci polverosi, sfiorate dalla luce calda dei tramonti. È la Roma sporca dove suonano musicisti ubriachi fino all’alba, la Roma dove tutto scorre, lento e impietoso. È la Roma che attrae e trattiene per sempre, che ti ammalia e avvolge. È la Roma degli artisti e dei morti ammazzati per strada. Ed è anche la Roma della mala locale, in cui si muove Balbo, un criminale che, a modo suo, non può non farsi voler bene. Ed è tra le pieghe della Città Eterna che vive anche La Grande Storia. Indefinita, invisibile, articolata, prende forma nei panni distinti di chi muove i fili da dietro, quelli del Sarto. Ma è quando la nostra storia che diventa Storia, in Via Caetani, il 9 maggio 1978, che Toni dovrà scegliere chi essere, se farsi adulto. Perché è lì che arte, potere e segreti si intrecciano, e ogni passo può avvicinarti alla verità o spingerti ancora più lontano.” Proprio così.

La regia di Stefano Lodovichi è convincente ma a tratti ha il sapore di quella troppo televisiva, ma va bene ugualmente: ha saputo ricreare l’atmosfera dei tempi, immersiva, dentro un’epoca che i giovani d’oggi non conoscono minimamente, lavorando sulla scenografia e i costumi riprodotti con efficacia. Ne deriva un gioco di identità e di toni che mescola ironia e tensione, memoria e invenzione e determinante diventa anche il lavoro del direttore della fotografia Emanuele Pasquet, assieme al montaggio che permette le accelerazioni che la trama richiede. Gli attori viaggiano bene e rendono il giusto. Su tutti, ovviamente, emerge Pietro Castellitto, tanto che si può avere l’impressione che il personaggio gli sia stato costruito addosso, e forse in parte lo è. O perlomeno lui è stato bravo a saperlo adattare alla sua spacconaggine che gli viene naturale: se Toni è (stato) sopra le righe, Castellitto lo recita quasi in overacting, fino a renderlo insopportabile. E forse il vero personaggio lo era. Una bella sorpresa è rivedere Giulia Michelini, ormai non più la solita ragazzina che conoscevamo ma donna matura e più brava: anche lei ha un bel ruolo e lo svolge egregiamente.

Il tono del film varia dall’amaro al tragico, senza dimenticare di poter essere anche ironico (con Castellitto e Pesce viene facile), ma ha tutte le caratteristiche di un noir, duro e sconcertante, se si pensa che è tutto successo veramente, anche se qui è evidentemente romanzato se non proprio fumettistico, ed infine persino “aggiustato” per un finale troppo di comodo ai fini narrativi. Proprio come il film, troppo studiato ai fini di gradimento del pubblico streaming.






























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