top of page

Titolo grande

Avenir Light una delle font preferite dai designer. Facile da leggere, viene utilizzata per titoli e paragrafi.

Il falò delle vanità (1990)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 17 apr
  • Tempo di lettura: 4 min

Il falò delle vanità

The Bonfire of the Vanities

USA 1990 commedia drammatica 2h5’

 

Regia: Brian De Palma

Soggetto: Tom Wolfe (romanzo)

Sceneggiatura: Michael Cristofer

Fotografia: Vilmos Zsigmond

Montaggio: Bill Pankow, David Ray

Musiche: Dave Grusin

Scenografia: Richard Sylbert

Costumi: Ann Roth

 

Tom Hanks: Sherman McCoy

Bruce Willis: Peter Fallow

Melanie Griffith: Maria Ruskin

Kim Cattrall: Judy McCoy

Saul Rubinek: Jed Kramer

Morgan Freeman: giudice Leonard White

John Hancock: rev. Bacon

Kirsten Dunst: Campbell McCoy

Kevin Dunn: Tom Killian

Clifton James: Albert Fox

Louis Giambalvo: Ray Andruitti

Barton Heyman: det. Martin

Norman Parker: det. Goldberg

Alan King: Arthur Ruskin

Andre Gregory: Aubrey Buffing

Kurt Fuller: Pollard Browning

Donald Moffat: Mr. McCoy

F. Murray Abraham: procuratore Weiss

Beth Broderick: Caroline Heftshank

Robert Stephens: Sir Gerald Moore

Marjorie Monaghan: Evelyn Moore

Richard Libertini: prof. Ed Rifkin

Mary Alice: Annie Lamb

 

TRAMA: Sherman McCoy, affermato operatore di borsa, si reca a un appuntamento con la sua amante, Maria Ruskin. Per errore, la coppia si ritrova in un quartiere malfamato, dove viene aggredita da due teppisti neri. Riescono a venirne fuori investendone uno, che viene poi ricoverato in coma. L’altro ha visto due numeri della targa e denuncia l’incidente. Alla fine Sherman viene individuato e rinviato a giudizio. Peter Fallow, cronista sconosciuto determinato a sfruttare al meglio l’occasione, trova un nastro da cui risulta che al volante dell’auto non c’era Sherman ma Maria.

 

VOTO 6 –

 

 

Quando uscì nel 1990, la pellicola fu accolta come uno dei più clamorosi flop di Hollywood: 47 milioni di dollari di budget, 15 incassati. Brian De Palma, reduce da successi e considerato un regista di grande stile, si trovò al centro di critiche feroci: cast giudicato inadatto, tono confuso, tradimento del romanzo di Tom Wolfe. A distanza di anni, però, il film conserva un fascino particolare: quello delle opere ambiziose che provano a raccontare un’epoca e finiscono per diventare, nel bene e nel male, un documento del loro tempo.

 

 

Sherman McCoy (Tom Hanks) è un ricco operatore di Wall Street, abituato a una vita di privilegi e a una relazione extraconiugale con la giovane e capricciosa Maria Ruskin (Melanie Griffith). Una sera, mentre i due rientrano a Manhattan, sbagliano uscita e finiscono nel Bronx. Spaventati da due ragazzi afroamericani che si avvicinano alla loro auto, fuggono di colpo e investono uno di loro, lasciandolo in coma. Sherman vorrebbe denunciare l’accaduto, ma Maria lo convince a tacere per evitare scandali. Intanto il caso attira l’attenzione di Peter Fallow (Bruce Willis), giornalista in crisi e sempre con un bicchiere in mano, che vede nell’incidente l’occasione per rilanciare la propria carriera. Il procuratore Abe Weiss (F. Murray Abraham), in cerca di consensi, sfrutta la vicenda per mostrarsi duro con i ricchi privilegiati. La città si divide, i media alimentano il caos, e Sherman diventa il bersaglio perfetto. 

 

 

Quando tutto sembra perduto, un nastro registrato riemerge e ribalta la versione dei fatti, rivelando che alla guida non c’era Sherman ma Maria. Il giudice Leonard White (Morgan Freeman), figura di integrità in mezzo al circo mediatico, restituisce un po’ di giustizia in un mondo dove ognuno pensa solo al proprio tornaconto.

 

 

Il film di De Palma parte da un materiale narrativo ricchissimo, ma lo affronta con un tono che oscilla continuamente tra commedia grottesca e dramma giudiziario. Questa scelta, già criticata all’epoca, è ancora oggi il suo punto più fragile: la storia chiede una satira tagliente, mentre il film preferisce un’ironia più leggera, a tratti caricaturale. Il cast stellare non sempre funziona. Tom Hanks, attore naturalmente empatico, fatica a rendere credibile un personaggio nato per essere arrogante e sgradevole. Bruce Willis, nei panni del giornalista Fallow, appare spesso sopra le righe e ridotto a macchietta. Al contrario, Morgan Freeman offre una delle interpretazioni più solide, culminando nel monologo finale sulla decenza, uno dei momenti più ricordati del film. 

 

 

Dove De Palma lascia davvero il segno è nella messa in scena: movimenti di macchina fluidi, scenografie che restituiscono la New York degli anni ’80, un piano‑sequenza iniziale che rimane un piccolo gioiello tecnico. Va sottolineato come il regista non risparmi nessuno, mostrando una città dove politici, giornalisti, ricchi e poveri sono tutti parte dello stesso gioco di interessi.

 

 

Il problema è che questa visione corrosiva non trova un equilibrio narrativo altrettanto forte. Il film corre, salta, esagera, e finisce per perdere la profondità del romanzo. Alla fine della visione non si sa bene se si è favorevoli ad un giudizio positivo o negativo, il che è sempre un cattivo segnale, perché, in effetti, il film non convince del tutto, come se i vari aspetti che il regista voleva esaminare non sono né presentati bene né legati in un discorso organico e completo.

 

 

Non è il disastro assoluto che la critica del 1990 volle vedere, ma nemmeno la grande satira americana che avrebbe potuto essere. È un film ambizioso, visivamente ricco, con momenti riusciti e altri meno controllati. Rimane interessante proprio per questo: perché prova a raccontare avidità, ipocrisia e fame di potere in una New York che sembra un teatro impazzito.

Un’opera imperfetta, ma che merita uno sguardo con occhi meno severi e più curiosi.

 


 
 
 

Commenti


Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

bottom of page