Vestito per uccidere (1980)
- michemar

- 14 apr
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 15 apr

Vestito per uccidere
USA 1980 thriller 1h44’
Regia: Brian De Palma
Sceneggiatura: Brian De Palma
Fotografia: Ralf D. Bode
Montaggio: Gerald B. Greenberg
Musiche: Pino Donaggio
Scenografia: Gary Weist
Costumi: Gary Jones, Ann Roth
Michael Caine: dr. Robert Elliott
Angie Dickinson: Kate Miller
Nancy Allen: Liz Blake
Keith Gordon: Peter Miller
Dennis Franz: detective Marino
David Margulies: dr. Levy
Susanna Clemm: Betty Luce
Brandon Maggart: Cleveland Sam
TRAMA: Kate Miller è in cura dal dottor Robert Elliott per disturbi legati all’insoddisfazione sessuale. Un giorno la donna viene assassinata a rasoiate in un ascensore e al delitto assiste Liz, una giovane squillo che vede l’omicida: una donna bionda.
VOTO 8

Forse prendendo ispirazione da uno dei massimi esempi di thriller di tutti i tempi, il mitico Psycho di Sir Alfred Hitchcock, Brian De Palma da regista e sceneggiatore ricava un giallo con forti risvolti psicologici e notevoli contributi erotici, anche per merito della ancora affascinante e attraente Angie Dickinson, che lui utilizza per introdurci nell’atmosfera del film sin dalle primissime sequenze. Poi la pellicola si avvia decisamente nella storia thriller offrendo qui e là qualche traccia per far intuire la personalità del misterioso omicida.

Kate Miller (Angie Dickinson), casalinga newyorkese segnata da un matrimonio spento e da un desiderio di evasione che non riesce più a contenere, cerca risposte nelle sedute con il suo psichiatra, il dottor Robert Elliott (Michael Caine). La frustrazione la spinge verso un incontro casuale al museo con un uomo misterioso, un gioco di sguardi che si trasforma in un’avventura / attrazione irresistibile, improvvisa e travolgente. Tra il gioco a nascondino nei corridoi del museo e le effusioni (chiamiamole così per decenza) nel sedile posteriore del taxi su cui evadono, si consuma uno dei due picchi erotici del film. Quell’esperienza, però, si incrina rapidamente: un dettaglio inquietante scoperto nell’appartamento dell’uomo – è il primo colpo di scena del film – la getta in uno stato di turbamento crescente. Nel tentativo di allontanarsi da quella parentesi proibita, Kate si ritrova coinvolta in un evento improvviso e brutale che sconvolge il fragile equilibrio della sua vita e apre la porta a un enigma carico di tensione psicologica: viene brutalmente uccisa a rasoiate, una delle maniere più cruente che si possano immaginare. È De Palma: sensualità e morte, Eros e Thanatos.

A essere trascinata nel vortice è Liz Blake (Nancy Allen), escort di livello (non puttana da strada, intrattenitrice da camera) che diventa da testimone involontaria di ciò che è accaduto a, di colpo, sospettata e successivamente minacciata perché istintivamente ha raccolto l’arma del delitto. La polizia non le crede, ma il giovane Peter (Keith Gordon), figlio di Kate e brillante inventore in erba, decide di aiutarla. I due uniscono le forze in un’indagine parallela, fatta di pedinamenti, dispositivi artigianali, appuntamenti misteriosi e figure che appaiono e scompaiono all’ingresso dello studio medico del metodico psichiatra Elliott. Attorno a loro si muove un’ombra sfuggente: una donna bionda, alta, sempre celata da occhiali scuri, che sembra conoscere ogni loro passo. Mentre la rete si stringe, il grande regista costruisce un crescendo di ambiguità, identità sdoppiate, desideri repressi e minacce latenti, in un gioco di specchi che richiama il thriller hitchcockiano ma con la sensualità e la precisione visiva tipiche di De Palma. Anche qui, comunque, vi troviamo il “doppio”, quasi un “Vertigo”: una personalità insospettabile doppia, due donne bionde (una che uccide, l’altra che salva), un doppio schermo. Sì, perché a De Palma piace utilizzare lo split screen e farci viaggiare su due binari d’attenzione.

Per il gioco erotico, che si ripete nello studio psichiatrico quando Liz si mette in testa di indagare rischiando anche parecchio, oserei dire che solo questo regista è capace di scrivere e dirigere un soggetto come questo, che azzarda passi nel delirio del genere giallo pesante e sensuale. Altri sarebbero stato o banali o semplicemente meno efficaci. Ma mettere assieme pochi ma efficacissimi capisaldi di narrazione sono determinanti ai fini di rendere questo film appassionante e quasi irripetibile: una donna matura e ninfomane, uno psichiatra, un’assassina bionda con occhiali da sole, la testimone che, per sua dabbenaggine, diviene la prima sospettata. Su questi cardini si sviluppa l’intera trama ed un intreccio abbastanza intrigante che ci conduce fino all’epilogo.

Anche scrivendone ad anni di distanza, risulta chiaro che resta uno di quei film che continua a dividere e affascinare proprio perché nasce come un gesto di sfida. Brian De Palma prende il thriller hitchcockiano, lo smonta e lo ricompone come un dispositivo sensoriale, dove l’immagine non illustra la storia: la produce. Vedi la camera da presa che segue sul carrello i personaggi, il montaggio a volte frenetico che alza il ritmo nei momenti top. La critica americana dell’epoca lo aveva capito subito, parlando di un film di stile più che di logica, ma capace di una brillantezza visiva che rendeva superflua la coerenza narrativa. Fu addirittura definito “il primo grande film americano degli anni ’80”, cogliendo la sua natura di manifesto estetico: un cinema che non ha paura di essere artificiale, erotico, manipolatorio. Qualcuno ne sottolineava la “spiritosità” e il tono sorprendentemente “romantico”, quasi a dire che De Palma, pur giocando con il sensazionalismo, non perde mai di vista l’umanità dei suoi personaggi. In effetti, tutto condivisibile.

La critica europea – più sospettosa, più teorica – ha finito per riconoscere al film un ruolo chiave nella nascita del postmoderno cinematografico. In Francia, dove De Palma è sempre stato letto con attenzione, è stato interpretato come un esercizio di stile che diventa discorso sullo sguardo: il museo come teatro del desiderio, l’ascensore come trappola, lo studio dello psichiatra come palcoscenico dell’identità. Rivisto oggi, il film – anche se datato come tecnica, anche narrativa - appare in anticipo sui tempi, capace di trasformare un immaginario potenzialmente freddo in una narrazione calda, pulsante, quasi ipnotica. Le accuse di misoginia, omofobia e sensazionalismo – molto forti all’uscita – non sono sparite, ma si sono spostate: ora fanno parte del dibattito sul modo in cui il cinema rappresenta il corpo, il genere, la paura. E proprio in questo conflitto tra attrazione e repulsione, tra eleganza e trash, tra Hitchcock e (s)exploitation, il film trova la sua forza. Più che mai, mi piace scrivere che è il vero film che va “guardato” e, guardandolo, inevitabilmente, si finisce per cadere nella sua trappola: quella di un cinema che seduce, che inganna mentre si sviluppa, che trascina in un labirinto di specchi (letteralmente in alcune scene, con inquadrature di riflesso) lasciandoci in preda alla morbosità visiva.

Angie Dickinson sfoggia bagliori di bellezza con una recitazione classica dei film erotici d’una volta, sfoderando le doti necessarie per mostrare la vulnerabilità del suo personaggio già fragile di suo. Nancy Allen fu una bella sorpresa: costruisce la sua Liz come una donna intelligente, ironica, pragmatica, lontana dagli stereotipi della prostituta ingenua che normalmente si vedeva in altri film e, attenzione, è l’unico personaggio davvero attivo, quello che indaga, rischia, pensa, agisce, assieme al giovanotto inventore. Discorso a parte Michael Caine. Fa impressione per la sua freddezza, è un personaggio che vive di ambiguità e doppiezza senza mai scivolare nell’eccesso, è una presenza inquietante proprio perché non concede nulla all’emotività.

Doppio, tutto doppio. Come le due attrici che si dividono le metà del film, come accade anche in altre occasioni depalmaniane, una lunga lista di titoli con due figure protagoniste: Due sorelle (1973), Doppia personalità (1992), il meraviglioso Carlito’s Way (1993), prima bandito e poi onesto padre di famiglia, Femme fatale (2002). Belle e d’atmosfera le musiche del nostro Pino Donaggio, cantautore di grande successo negli Anni ’60 che si dedicò alle colonne sonore del cinema firmando anche altri film di De Palma e per Dario Argento, Tinto Brass, Pupi Avati e tanti altri.

Riconoscimenti
Golden Globe 1981
Candidatura miglior attrice debuttante Nancy Allen






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