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Il mio piccolo genio (1991)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 21 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

Il mio piccolo genio

Little Man Tate

USA 1991 commedia drammatica 1h39‘

 

Regia: Jodie Foster

Sceneggiatura: Scott Frank

Fotografia: Mike Southon

Montaggio: Lynzee Klingman

Musiche: Mark Isham

Scenografia: Jon Hutman

Costumi: Susan Lyall

 

Jodie Foster: Dede Tate

Dianne Wiest: Jane Grierson

Adam Hann-Byrd: Fred Tate

Harry Connick Jr.: Eddie

David Hyde Pierce: Garth

Debi Mazar: Gina

Michael Shulman: Matt Montini

John Bell: Joey X.

 

TRAMA: Una madre single cresce da sola un bambino prodigio, lottando per dargli tutte le opportunità di cui ha bisogno per esprimere il suo talento.

 

VOTO 6,5

 

 

Esordisce a 3 anni nella pubblicità, a 6 come attrice in TV, nel 1972, a 10 anni, compare nel primo film, dopo qualche interpretazione, nel 1976, è con Scorsese in Taxi Driver. Dopo 20 anni di attività Jodie Foster, per non smentire le sue doti, a meno di 30 anni di età debutta anche come regista, ovviamente con una trama che parla di un bimbo geniale. Non per questo si potrebbe definirla una cineasta geniale, ma è pur sempre una carriera che possono vantare pochi artisti.

 

 

Fred Tate (Adam Hann-Byrd) è un bambino prodigio di sette anni, dotato di un’intelligenza fuori dal comune ma incapace di trovare il proprio posto nel mondo. Sua madre Dede (Jodie Foster) una donna semplice e affettuosa, cerca di proteggerlo da un sistema che rischia di soffocarlo, mentre la psicologa Jane Grierson (Dianne Wiest) lo vuole inserire in un istituto d’élite per coltivarne il talento. Tra pressioni esterne, aspettative e fragilità emotive, il bimbo si ritrova diviso tra due modelli di vita opposti, alla ricerca di un equilibrio che gli permetta di essere non solo un genio, ma anche un bambino.

 

 

L’esordio alla regia di Jodie Foster costruisce un racconto sensibile e sincero sul tema della diversità intellettuale e dell’infanzia sotto pressione. Il film ha un cuore caldo e una cura evidente per i personaggi, soprattutto nel rapporto madre‑figlio, che resta l’elemento più riuscito dell’opera. La regia è sobria, quasi timida, e preferisce osservare piuttosto che stupire. Questa scelta dona autenticità ai momenti più intimi, ma allo stesso tempo limita la forza narrativa complessiva: la storia procede con dolcezza, a volte con troppa prudenza, senza affondare davvero nelle contraddizioni che mette in scena. Anche il conflitto tra la madre e l’istituzione accademica appare talvolta schematico, più raccontato che vissuto.

 

 

Le interpretazioni, però, compensano molte debolezze. Adam Hann-Byrd è sorprendente per naturalezza (lo scrivo sempre: ma quanto son bravi i bambini a recitare! peccato che doppiati perdono la forza interpretativa), mentre lei offre una prova misurata e affettuosa. Dianne Wiest, nel ruolo della psicologa, aggiunge sfumature preziose a un personaggio che rischiava di essere monodimensionale.

 

 

È chiaro che, per scrivere frammenti di quello che potrebbe essere parte di un suo romanzo autobiografico, Jodie Foster utilizzi il cinema. Lo fa immedesimandosi negli occhi di Fred e immergendosi nel suo isolamento. Lo fa, per esempio, con la soggettiva dall’auto che lo porta in istituto e vede allontanarsi il volto della madre, e soprattutto con lo sguardo dalla finestra, con i bambini che giocano per strada. Jodie Foster si appropria parzialmente dello script di Scott Frank e lo asciuga dalle derive thriller, soprattutto nel rapporto tra Fred e una psicologa che potrebbe trasformarsi in una specie di “mostro” che sfrutta le sue abilità e limita le sue libertà. Non riesce a evitare le trappole di una parte finale dove non riesce a mettere a fuoco tutte le situazioni, come l’amicizia tra Frank e uno studente più grande dal quale poi si sente tradito. Resta però anche un film di rara maturità, realizzato dalla Foster a soli 29 anni.


 

In definitiva, è un film gentile, onesto e ricco di buone intenzioni, che emoziona nei momenti più intimi ma non riesce sempre a trovare un ritmo o una profondità davvero incisivi. Rimane comunque un esordio promettente, capace di toccare corde universali senza mai scadere nel sentimentalismo facile.

 


 
 
 

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