Il posto (1961)
- michemar

- 20 feb 2022
- Tempo di lettura: 3 min

Il posto
Italia 1961 dramma 1h33’
Regia: Ermanno Olmi
Sceneggiatura: Ermanno Olmi, Ettore Lombardo
Fotografia: Lamberto Caimi
Montaggio: Carla Colombo
Musiche: Pier Emilio Bassi
Scenografia: Ettore Lombardi
Loredana Detto: Antonietta Masetti
Sandro Panseri: Domenico Cantoni
Tullio Kezich: esaminatore psicotecnico
Guido Spadea: Portioli
Mara Revel: signora della mensa
TRAMA: Domenico ha vinto il concorso per essere assunto in una grande azienda, ma per il momento deve accontentarsi di fare l'aiuto usciere anche se, più di questo, lo preoccupa il fatto di non poter più rivedere Antonietta, la ragazza che ha conosciuto, che ha dei turni differenti. Lei però lo invita al ballo aziendale di fine anno. Domenico vi partecipa, ma Antonietta non arriva. Deluso, torna al lavoro dove apprende che, per la morte di un anziano impiegato, prenderà il suo posto.
Voto 7,5

Il primo Ermanno Olmi, figlio di una modesta famiglia di ferroviere e operaia, dimostrò sin dai primi suoi documentari quanto fosse bravo con la macchina da presa e le sue origini lo portarono ad osservare da vicino la vita umile della gente comune. L’esordio nel lungo, avvenuto con Il tempo si è fermato, un film che risente della sua passione per la natura documentaristica, è già un bellissimo esempio dell’idea del cinema che lo anima: attori non professionisti, dialoghi semplici e la montagna e la neve come sfondo.

Si ripete tre anni dopo con questo film, che è già un notevole passo avanti nella fiction: siamo in pieno boom economico e i giovani sognano il posto fisso. Come dice la didascalia iniziale, “Per la gente che vive nelle cittadine e nei paesi della Lombardia, intorno alla grande città, Milano significa soprattutto il posto di lavoro.” Vi si racconta di un giovane, semplice, di provincia, Domenico, che giunge nella città che sta diventando una metropoli (vi si scorgono gli scavi per la prima metropolitana) per partecipare a un concorso indetto da una grande azienda. Domenico supera il concorso e, insieme a lui, lo supera anche Antonietta una ragazza conosciuta agli esami e su cui ha messo gli occhi, ben corrisposto.

Al centro c’è Milano quindi, che rappresenta la liberazione dalla vita monotona della provincia, ed è anche la storia dei due giovanissimi che sognano “il posto”, termine che ricorreva in quegli anni come sinonimo di sistemazione definitiva e su cui si poteva imbastire il futuro. La narrazione si sviluppa intercalando sussulti sentimentali, naturale nell’età dei due protagonisti: lei, Antonietta, è Loredana Detto - che diverrà la moglie di Olmi - una ragazza che troviamo già più sgamata di lui, sicuramente più moderna e spigliata. Lui, invece, Domenico, Sandro Panseri, è un sempliciotto, timido, che non vuol fare brutta figura e si atteggia come fosse un esperto ometto della vita di città, anche se si sente sperduto.

Il film rispecchia il mite carattere dell’autore, gentile per natura come i dialoghi scritti di lui stesso, avvincenti senza esagerare, pienamente nel suo stile di persona educata e sensibile. Un’opera che diventa certamente un racconto di formazione, perché quel giovanottino è giunto nella grande città come ancora un ragazzino e non sa neanche come trattare la bella fanciulla che gli sorride o cosa azzardare tra i banchi durante la prova da superare, come comportarsi con i colleghi appena conosciuti. La soddisfazione di mirarsi nello specchio con il berretto da autista sulla testa come fosse una corona reale è nello stesso tempo appagante e impagabile, fotografia del carattere del giovane e del film.

Lo aiuta Tullio Kezich, il critico che è diventato il direttore della società che Olmi ha fondato e ne viene fuori un racconto tenero, una fotografia antropologica di quei tempi, già chiara visione del grande cinema che il regista saprà sviluppare in seguito, dalla netta ispirazione neorealistica. Film che fotografa alla perfezione l’atmosfera che si viveva in quella Milano, la timidezza di chi vi arrivava, la semplicità del linguaggio, con due attori che si adattano al tono narrativo tipicamente olmiano, che in alcuni momenti possono perfino dare l’idea del dilettantismo, ma che invece è il vero senso che il regista cercava nei personaggi, tanto che ne seguirà I fidanzati. Un film che fa tenerezza, che conquista nella sua genuinità, come sarà per il suo capolavoro, 17 anni dopo, con il meraviglioso L’albero degli zoccoli.






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