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Il tè nel deserto (1990)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 3 nov 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Il tè nel deserto

(The Sheltering Sky) UK, Italia 1990 dramma avventuroso 2h18’

 

Regia: Bernardo Bertolucci

Soggetto: Paul Bowles (romanzo)

Sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Mark Peploe

Fotografia: Vittorio Storaro

Montaggio: Gabriella Cristiani

Musiche: Ryūichi Sakamoto

Scenografia: Ferdinando Scarfiotti, Gianni Silvestri

Costumi: James Acheson

 

Debra Winger: Kit Moresby

John Malkovich: Port Moresby

Campbell Scott: George Tunner

Jill Bennett: Mrs. Lyle

Paul Bowles: narratore

Timothy Spall: Eric Lyle

Éric Vu-An: Belqassim

Amina Annabi: Mahrnia

Philippe Morier-Genoud: capitan Broussard

 

TRAMA: Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Port è un musicista senza ispirazione e Kit è sua moglie, una scrittrice a sua volta in crisi. Insieme con l’amico George arrivano dagli Usa a Tangeri. Cercano di risolvere i loro problemi creativi e soprattutto coniugali attraverso questa esperienza africana.

 

VOTO 6,5



Nel 1949, Paul Bowles scriveva questo romanzo, che in originale si intitola “The Sheltering Sky”, come un componimento narrativo enigmatico, pieno di sottintesi e silenzi. Un’opera che seduce più per ciò che non dice che per ciò che rivela. Bernardo Bertolucci, nel 1990, ha provato a trasportare questa danza letteraria sul grande schermo. Il risultato? Un film visivamente affascinante, ma non perfettamente riuscito da par suo.



I protagonisti Port (John Malkovich) e Kit (Debra Winger) sono due americani alla deriva, in viaggio attraverso l’Algeria. Non sono turisti: il loro amico George (Campbell Scott) dice “Probabilmente siamo i primi turisti che sbarcano qui dopo la guerra”, ma Kit risponde “Noi non siamo turisti: siamo viaggiatori”. Infatti, per loro, il viaggio non ha una fine prestabilita e vagano in una vana ricerca relazionale, dato che lui vuole cancellare ogni traccia di famiglia, mentre lei lo accompagna, persa in una relazione che sembra svuotata di comunicazione.



La prima metà del film è dominata da spostamenti senza meta e da dinamiche ambigue: Port sembra mettere alla prova Kit, spingendola verso l’amico affascinante, ma lo spettatore può avvertire la mancanza di tensione emotiva del film, complice forse la performance di Debra Winger che appare rigida e trattenuta, al contrario di altre occasioni in cui era apparsa più partecipe e coinvolta. Inutile aggiungere che John Malkovich va a nozze con personaggi come questo, indolente e disilluso.



Dopo che Port si ammala di tifo e muore, Kit si ritrova sola e smarrita. Inizia così un viaggio interiore che la conduce nel Sahara, dove si lega a un giovane Tuareg. Qui, Bertolucci - come risulta dalle comparazioni di chi ha letto l’opera letteraria - devia dal romanzo: la degradazione erotica della donna diventa una sorta di risveglio romantico ed il regista trasforma la perdita di sé in una rinascita culturale, rinunciando all’individualismo occidentale per una coscienza più tribale e collettiva, assorbendo l’atmosfera africana, adeguandosi nell’abbandono mentale. Ma la domanda è: basta per rendere il film appassionante e coinvolgente? Era utile?



Dal punto di vista tecnico, le immagini di Vittorio Storaro sono splendide, ma non accompagnate dal contenuto del lavoro del regista. Di certo Bertolucci aveva saputo fare di meglio, anche se non in maniera melodrammatica come le avventure africane raccontate da Anthony Minghella in Il paziente inglese. Ciò non impedisce che, in definitiva, il film mantenga un suo fascino, perlomeno per la sua bellezza estetica (uno dei punti di forza del regista), compiendo il banale errore, ma essenziale, di non andare nella profondità dei sentimenti che, a mio parere, dovevano dominare la storia. Che è principalmente un viaggio esistenziale tra sabbia, silenzi e anime perdute. È un’opera che parla di perdita, di identità, di libertà. E forse, anche di rinascita.



Nonostante le recensioni iniziali entusiaste, il film non ha avuto successo commerciale e a fronte di un budget di 25 milioni di dollari, ne ha incassati meno di 3. Paul Bowles, autore del romanzo, ha persino criticato il film, definendolo, nell’introduzione ad un’edizione successiva del romanzo: “Bernardo Bertolucci, la cui disastrosa idea fu di adattare questo libro recalcitrante in un film, vide una grande occasione per fare pubblicità. Debra Winger venne fatta assomigliare il più possibile a Jane, mia moglie. Il fatto che all’epoca io avessi ottant’anni non sembrò importargli. Va da sé che il film non rientrava in questa campagna di pubblicizzazione della nostra vita privata. Aveva solo a che fare con la pubblicità. Ma meno si parla della pellicola meglio è”. Non è un gran biglietto da visita per chi non conosce il film.

Personalmente, mi attendevo di più, motivo della mia parziale delusione.



Riconoscimenti

Golden Globe 1991

Miglior colonna sonora

Candidatura miglior regia

BAFTA 1991

Miglior fotografia

Candidatura miglior scenografia

Ciak d’Oro 1991

Miglior film

Miglior regista

Migliore fotografia

Miglior manifesto

Candidatura migliore scenografia

Candidatura migliore montaggio

 


 
 
 

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