top of page

Titolo grande

Avenir Light una delle font preferite dai designer. Facile da leggere, viene utilizzata per titoli e paragrafi.

In guerra (2018)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 29 apr 2019
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 30 apr 2021


In guerra

(En guerre) Francia 2018 dramma 1h53'


Regia: Stéphane Brizé

Sceneggiatura: Stéphane Brizé, Olivier Gorce

Fotografia: Eric Dumont

Montaggio: Matt Beurois, Anne Klotz

Musiche: Bertrand Blessing

Scenografia: Valérie Saradjian

Costumi: Ann Dunsford


Vincent Lindon: Laurent Amédéo

Jean Grosset: Grosset

Mélanie Rover: Mélanie

Jacques Borderie: Borderie

Martin Hauser: Hauser

Valerie Lamond: avv.ssa Lamond

David Rey: direttore amministrativo e finanziario

Olivier Lemaire: sindacalista SIPI #1

Isabelle Rufin: DRH

Bruno Bourthol: sindacalista SIPI #2

Sébastien Vamelle: sindacalista CGT #2


TRAMA: Dopo aver promesso a 1100 operai di proteggere il loro lavoro, i manager di una fabbrica decidono all'improvviso di interrompere la produzione. Laurent Amédéo, eletto portavoce, guiderà la carica dei lavoratori contro tale provvedimento.


Voto 8



Una torcia umana. Laurent Amédéo è una fiamma d’uomo: un operaio sindacalista della Perrin, una fabbrica che nonostante i notevoli utili che sta conseguendo ha deciso di localizzare la produzione all’estero, licenziando così ben 1.100 dipendenti.


Quasi tutte le sere, da diverso tempo, ascoltiamo notizie simili e vediamo nei TG, soprattutto regionali, operai in sciopero e in protesta davanti alle fabbriche i cui vertici prendono decisioni simili. Combattono per il posto di lavoro, il cui stipendio è l’unico sostegno per le loro famiglie e per gli studi dei figli. Si legano con catene ai cancelli dello stabilimento, aprono tende di fortuna per continuare la loro battaglia, espongono cartelli per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e quella dei politici locali e centrali affinché intervengano per costringere i dirigenti della fabbrica, spesso internazionale, a ritornare sulle decisioni. Quasi tutti i giorni c’è un caso nuovo, perché spostando la produzione all’estero, nello specifico nell’est europeo, dove gli stipendi sono un terzo di quelli dell’Europa occidentale e poter realizzare così enormi risparmi sui costi di produzione. A loro non importa del problema umano e familiare delle persone che vengono coinvolte: ai proprietari interessa solo e cinicamente il maggior profitto possibile, senza minimamente preoccuparsi delle conseguenze sociali della decisione.


È in questo clima che il regista Stéphane Brizé che apre uno squarcio drammatico e commovente nella storia industriale odierna. Non è solo una battaglia quella degli operai, capeggiati dai rappresentanti sindacali, è una guerra, una vera guerra e l’autore non ha esitato a chiamare in questa maniera il film. Perché quella degli operai è una vera guerra contro il classico “padrone” che neanche conoscono, che vive lontano – in questo caso in Germania – e che manda emissari a trattare con quei dipendenti, che rappresentano la parte più debole dei due schieramenti. Deboli perché innanzitutto le leggi delle nostre nazioni non hanno previsto anni fa che il fenomeno della delocalizzazione (termine moderno e quindi da considerarsi neologismo) avrebbe preso tanto sopravvento nell’economia attuale, allorquando la finanza ha sovrastato il mercato del lavoro ed economico. Nulla vieta agli industriali un comportamento simile. Gli operai inoltre sono la parte più debole anche perché spesso il loro fronte è compatto all’inizio della vertenza ma poi con la lunghezza degli scioperi e della conseguente mancanza di stipendi sopraggiunge la stanchezza – fisica e morale - e la necessità di accontentarsi delle offerte che arrivano dalla controparte. Una buonuscita allettante, un’offerta di trasferimento impossibile da accettare, il bisogno di rientrare alla pace domestica spingono alla divisione sia gli operai stessi che i rappresentanti delle diverse sigle sindacali presenti nella “guerra” aziendale.

Laurent Amédéo è un uomo di ferro, è un serio sindacalista, è una persona coerente e combatte duramente per non perdere il posto di lavoro, anche per i suoi compagni verso cui si sente moralmente impegnato per ottenere risultati tangibili. Sente dentro di sé l’obbligo morale di non cedere ad alcuna offerta diversa da quella di conservare il lavoro: la società sta ottenendo ottimi risultati di mercato e la produttività è alta, perché chiudere la fabbrica? Lui lo urla in faccia tutte le volte con grande vigore a chi si presenta per conto della proprietà: il loro scopo è solo aumentare la redditività, perché licenziare i 1.100 dipendenti, che sono padri e madri di famiglia, tutti con figli e mutui da pagare? perché i rappresentanti di governo riescono solo a farli riunire intorno al tavolo delle trattative ma non riescono a costringere i proprietari a cambiare idea? perché devono accontentarsi di una discreta somma in danaro come buonuscita, che una volta esaurita li lascerà sul lastrico? Quando diversi operai cominciano a sentirsi stanchi, quando qualche sindacalista inizia a mollare, quando la compattezza crolla sotto la pressione dei litigi tra di loro e soprattutto quando il tavolo delle trattative (ormai chiaramente senza speranza) degenera a causa della esasperazione e della violenza, il leader si ritrova solo e pieno di colpe, sostenuto solo dai pochi fedelissimi.


Laurent ha combattuto una guerra disperata con tutto il cuore e con tutte le forze che poteva esprimere per difendere la dignità dell’uomo che ha un solo nome: il lavoro. Perché solo il lavoro rende una persona dignitosa e libera, perché solo l’alzarsi la mattina per andare al lavoro dà la soddisfazione ad un uomo e ad una donna per vivere in pace con se stessi. E quando a rappresentare questo primario bisogno umano è una persona come Laurent, soldato dei diritti sociali, la guerra è santa, è giusta, si deve vincere. Lui è sempre in prima linea, è colui il quale calma gli animi più esagitati, è quello che si espone in prima persona per difendere i diritti di chi rappresenta, è un sindacalista che cerca continuamente il dialogo produttivo e propositivo dando il massimo di sé, nonostante i problemi familiari che lo affliggono e che mette da parte per assolvere al suo dovere. Stéphane Brizé ce lo mostra inesauribile, vigoroso, presente in tutti i 113 minuti del film, dalla prima all’ultima inquadratura, fino al tragico, tremendo epilogo.


Come nel film La legge del mercato, anch’esso cinema civile e militante che guarda nella direzione degli ultimi e del lavoro che la finanza moderna ha fatto scomparire, Vincent Lindon è l’unico attore professionista di tutto il cast e perché il regista sceglie lui lo si capisce facilmente e solo guardando questo emozionante film. Lindon è energico tale e quale il personaggio che doveva rappresentare sullo schermo, è una forza di recitazione, è una esplosione di vigore recitativo che commuove, che rapisce. L’attore e il regista sono talmente sulla stessa sintonia che immagino lo abbia diretto poco, che lo abbia lasciato al suo istinto animalesco di stare sul set. Anche perché la sceneggiatura, scritta a quattro mani dal regista e da Olivier Gorce, aiutati da Xavier Mathieu, un vero sindacalista, è servita solo come canovaccio di massima: i dialoghi non sono né scritti né recitati, ma quasi totalmente improvvisati attorno a una trama generale. Lo si nota facilmente perché tutto il film è pieno di discussioni e frasi frenetiche che spessissimo si sovrappongono, frequentemente c’è chi si interrompe perché ha iniziato a parlare un altro. Lo stesso attore interviene nel bel mezzo di un dialogo di altri, si ferma, aspetta e riprende, in un susseguirsi appassionato e appassionante di dibattiti, sia tra gli operai sia con la dirigenza della fabbrica. Si avverte con chiarezza l'impressione di realismo puro, di spontaneità e di partecipazione attiva tra i vari attori non professionisti che hanno recitato con enorme complicità nella gestualità e nell'espressione verbale. Bravi tutti, realistici e veri, ma quello che dà Vincent Lindon è emotivamente rilevante, una passione che raramente si riscontra. Superlativo!

Vincent Lindon è un realistico Laurent Amédéo. Una torcia umana.



 
 
 

Commenti


Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

bottom of page