In nome di mia figlia (2016)
- michemar

- 31 mar 2022
- Tempo di lettura: 4 min

In nome di mia figlia
(Au nom de ma fille) Francia/Germania 2016 dramma 1h27'
Regia: Vincent Garenq
Sceneggiatura: Julien Rappeneau, Vincent Garenq
Fotografia: Renaud Chassaing
Montaggio: Valérie Deseine
Musiche: Nicolas Errèra
Scenografia: Delphine De Casanove, Jessica Labet
Costumi: Marie-Laure Lasson
Daniel Auteuil: André Bamberski
Marie-Josée Croze: Dany
Sebastian Koch: Dieter Krombach
Emma Besson: Kalinka Bamberski
Lilas-Rose Gilberti: Kalinka Bamberski bambina
Christelle Cornil: Cécile
Fred Personne: padre di André
Serge Feuillard: maître Gibaud
TRAMA: Nel luglio 1982, André Bamberski apprende della morte della quattordicenne figlia Kalinka, avvenuta mentre era in vacanza in Germania con la madre e il patrigno. Rapidamente, le circostanze spingono André a nutrire diversi sospetti sul decesso, tanto più che l'atteggiamento del patrigno, il dottor Krombach, gli appare insolito e il referto dell'autopsia approssimativo. Convinto della responsabilità dell'uomo, Bamberski inizia una lunga lotta per la giustizia che andrà avanti per 27 anni e diventerà l'unica ragione della sua vita.
Voto 6

Diretto da Vincent Garenq e sceneggiato dallo stesso regista con Julien Rappeneau, il film si basa su una storia vera accaduta nel luglio 1982 in Germania. Le cronache raccontano che tutto ha inizio quando a Lindau, in Germania, il10 luglio 1982 Kalinka Bamberski, un'adolescente francese di 14 anni, morì nella casa del suo patrigno tedesco, un medico cardiologo di nome Dieter Krombach. I risultati sospetti dell'autopsia spinsero il padre francese della ragazza a fare pressioni sulle autorità tedesche per indagare sul coinvolgimento dell’uomo nella morte. Quando la Germania abbandonò il caso nel 1987 e rifiutò la sua estradizione, Krombach fu processato in contumacia in Francia e ritenuto colpevole di omicidio colposo nel 1995. Nel 2009, André Bamberski fece rapire Krombach in Germania da emissari per consegnarlo alla giustizia francese, dove fu finalmente processato e ritenuto colpevole nel 2011 di aver causato "violenze intenzionali che hanno portato alla morte senza intenzione di darla". Fu così condannato a quindici anni di reclusione penale, sentenza confermata in appello nel 2012. Allo stesso tempo, Bamberski fu condannato per i reati commessi con il rapimento a un anno di reclusione con sospensione della pena. Dieter Krombach venne rilasciato dal carcere per motivi medici il 21 febbraio 2020 e morì in Germania il12 settembre 2020, all'età di 85 anni.

Il film ripercorre questa bruttissima vicenda con drammaticità e con un certo spirito da thriller. Racconta, fedelmente, come andarono le cose, dopo una breve introduzione in cui in pochi minuti e senza tanta enfasi, lo spettatore viene a conoscenza, nell’ambito di una coppia francese - i coniugi André e Dany Bamberski, che hanno una figlia - del tradimento da parte della moglie e del matrimonio che ha una fine prevedibile. In seguito, quando stava trascorrendo le vacanze estive nella nuova casa della madre in Germania, la loro figlia quattordicenne Kalinka viene ritrovata morta. Le strane circostanze della morte, legate a un tentativo di stupro, portano tutte a Dieter Krombach, il carismatico e bel dottore con cui la madre si è rifatta una vita, ma una strana congiura silenziosa tende quasi a proteggerlo.

Chi non si arrende è André Bamberski, il padre biologico di Kalinka, un commercialista francese, il quale non si capacita di come la giustizia non stia facendo il suo percorso nonostante l’evidenza dei fatti. È così che inizia una lunga lotta per avere giustizia. Come d’altronde farebbe ogni padre. Solo, contro il parere dei medici, dei giudici, della ex moglie, con la sua determinazione non vuole arrendersi e non si ferma di fronte ad alcun ostacolo o limite per assicurarsi la condanna dell'assassino della figlia.

Vincent Garenq, che aveva all’attivo pochi film ma diversa esperienza di brevi documentari e serie TV, racconta la vicenda con meticolosa precisione, quasi come un cinema d’inchiesta e puntando l’attenzione sui personaggi, a cominciare dall’angoscia che prende il sopravvento nella figura del padre, un padre che perde in una maniera assurda la propria figlia.

In un buon cast, Daniel Auteuil è l'attore perfetto per questa storia in cui non si sa se prevale la ricerca della verità o il sentimento di vendetta, ma l’attore è intento a rappresentare soprattutto l’ossessione che lo invade di voler vedere in carcere chi gli ha strappato la figlia dalla vita, senza mai arrendersi e trascinando con sé anche chi gli è accanto. La moglie è interpretata dalla bella e brava Marie-Josée Croze, che abbiamo visto altre volte recitare assieme a Auteuil (Le confessioni, Non dirlo a nessuno), mentre il teutonico dottore è sulle spalle di Sebastian Koch, a cui ogni tanto i registi affidano ruoli antipatici.

Anche conoscendo la storia, il film risulta appassionante ed è lo stesso regista che spiega così il protagonista: “Ero sbalordito dalla sua perseveranza e dalla sua ostinazione. Per trent'anni, non ha mai mollato la presa, ha combattuto come un pazzo per ricercare la verità e ottenere giustizia, è divenuto più esperto in materia giudiziaria dei suoi stessi avvocati e ha avuto la meglio sull'immobilità della giustizia francese e tedesca. Nessun ostacolo è riuscito a fermarlo e ciò lo rende al pari di un eroe. La sua è una vicenda molto cinematografica ma è anche la storia umana di un padre che, come tutti noi, desidera solo il meglio per i propri figli.” Non mancano le sequenze forti, inevitabili a volte in trame come questa, ma il regista ha saputo sfrondare gli eventi, protratti per decenni, per l’adeguata riduzione alla durata di un film.






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