Into the Wild - Nelle terre selvage (2007)
- michemar

- 19 mar
- Tempo di lettura: 5 min

Into the Wild - Nelle terre selvage
Into the Wild
USA 2007 dramma biografico / avventura 2h28’
Regia: Sean Penn
Soggetto: Jon Krakauer (Nelle terre estreme)
Sceneggiatura: Sean Penn
Fotografia: Éric Gautier
Montaggio: Jay Cassidy
Musiche: Michael Brook, Kaki King, Eddie Vedder
Scenografia: Derek R. Hill
Costumi: Mary Claire Hannan
Emile Hirsch: Christopher McCandless / Alexander Supertramp
William Hurt: Walt McCandless
Marcia Gay Harden: Billie McCandless
Jena Malone: Carine McCandless
Hal Holbrook: Ron Franz
Catherine Keener: Jan Burres
Brian H. Dierker: Rainey
Kristen Stewart: Tracy Tatro
Vince Vaughn: Wayne Westerberg
Zach Galifianakis: Kevin
TRAMA: La storia vera di Chris McCandless, un giovane americano che dopo essersi laureato con il massimo dei voti, lasciò tutto - casa, famiglia e amici - per avventurarsi senza soldi e risorse in un più che improvvisato viaggio attraverso gli Stati Uniti, finendo la sua francescana odissea nel selvaggio Alaska, in un autobus abbandonato, condannato a sopravvivere con niente.
VOTO 8

Il quarto lungometraggio da regista (ma anche sceneggiatore e produttore) di Sean Penn (dopo il buonissimo La promessa) è uno di quei film che non si limitano a raccontare una storia: la incarnano, ti ci fanno entrare dentro, la fanno abitare e convivere. Trasforma la vicenda reale di Christopher McCandless in un viaggio emotivo e filosofico, un’odissea moderna che interroga il senso della libertà, il peso delle origini e la fragilità del sogno americano. Il film, tratto dal libro di Jon Krakauer, non è solo la cronaca di un ragazzo che abbandona tutto per raggiungere l’Alaska, ma un ritratto intimo di un’anima inquieta che cerca nella natura una verità impossibile da trovare altrove. Dirige con uno sguardo insieme epico e pudico, lasciando che siano i paesaggi, i silenzi e il corpo del protagonista a parlare.

Christopher McCandless (Emile Hirsch), ventiduenne brillante e idealista, festeggia la laurea con la famiglia, ma dietro l’apparenza di successo si nasconde un rapporto incrinato, fatto di incomprensioni e ferite mai rimarginate. Invece di proseguire gli studi a Harvard, come i genitori si aspettano, Chris compie un gesto radicale: dona i suoi risparmi, distrugge documenti e carte di credito, abbandona l’auto e assume il nome di Alexander Supertramp. Vuole ricominciare da zero, liberarsi da ogni vincolo sociale e scoprire chi è davvero.

Il suo viaggio attraverso gli Stati Uniti è un mosaico di incontri che lo trasformano: il tenero e disilluso duo hippie Jan e Rainey (Catherine Keener e Brian Dierker), il carismatico agricoltore Wayne Westerberg (Vince Vaughn), la giovane Tracy (Kristen Stewart), il solitario e affettuoso veterano Ron Franz (Hal Holbrook). Ognuno di loro gli offre un frammento di umanità, un possibile approdo, ma Chris riparte sempre, spinto da un’urgenza interiore che non ammette soste. Quando finalmente raggiunge l’Alaska, trova rifugio in un vecchio autobus abbandonato. Qui affronta la natura in tutta la sua bellezza e durezza, e soprattutto affronta sé stesso. L’isolamento, la fame, gli errori e la consapevolezza tardiva dei propri limiti lo conducono a una verità dolorosa: la felicità è reale solo se condivisa. Ma ormai il ritorno è impossibile.

Il film è un viaggio fisico, ma soprattutto spirituale. McCandless incarna il desiderio di fuga da un mondo percepito come falso, corrotto, soffocante. La sua ribellione è radicale, quasi ascetica: eliminare tutto ciò che è superfluo per arrivare all’essenza. Ma Penn non lo santifica né lo condanna. Lo osserva con empatia, mostrando tanto la purezza del suo ideale quanto la sua ingenuità, la sua incapacità di accettare compromessi, la sua ostinazione quasi autodistruttiva. La natura, filmata come un personaggio vivo, è al tempo stesso madre e giudice: accoglie Chris, lo esalta, lo mette alla prova e infine lo travolge. Il film suggerisce che la libertà assoluta è un’illusione, e che l’uomo, per quanto desideri dissolversi nel mondo, resta un essere relazionale. La solitudine che Chris cerca diventa la sua condanna, ma anche la sua rivelazione finale.
Il tema della famiglia, delle ferite infantili e del bisogno di riconciliazione attraversa tutta la narrazione. Le voci fuori campo della sorella Carine (Jena Malone) aggiungono una dimensione intima, quasi diaristica, che contrasta con l’immensità dei paesaggi. È come se il film dicesse: puoi attraversare un continente, ma non puoi fuggire da ciò che porti dentro.
Emile Hirsch, che si stava creando una carriera da buon attore, offre una prova straordinaria, fisica e spirituale che lo fece conoscere a tutti. La sua trasformazione corporea – la perdita di peso, la stanchezza reale – è impressionante, ma ciò che colpisce è la sua capacità di rendere visibile il tumulto interiore di Chris. La sua interpretazione regge l’intero film e rimane impressa. Hal Holbrook è commovente: la sua dolcezza trattenuta, la sua solitudine, il suo affetto quasi paterno per Chris regalano alcune delle scene più emozionanti. Catherine Keener e Brian Dierker portano sullo schermo una coppia hippie credibile, ferita, affettuosa; la loro umanità è un contrappunto fondamentale alla fuga di Chris. Vince Vaughn sorprende in un ruolo più misurato del solito, incarnando un’America rurale e solidale. Kristen Stewart, allora sconosciuta, offre un ritratto delicato di un’adolescente che intuisce l’impossibilità di trattenere chi non vuole essere trattenuto.
Sean Penn dirige con una sensibilità rara: evita la retorica, lascia spazio ai silenzi, costruisce un ritmo che alterna contemplazione e inquietudine. La sua regia è rispettosa, quasi devota alla storia reale, ma anche profondamente cinematografica. La sua sceneggiatura intreccia presente e passato con fluidità, usando le voci fuori campo come strumento emotivo e narrativo. La fotografia, più che mai importante ed essenziale data la natura dell’opera, cattura la vastità degli spazi americani con un lirismo che non è mai cartolina: ogni paesaggio riflette lo stato d’animo del protagonista. Il montaggio fa bene il suo lavoro, perché doveva e lo fa, accompagna il viaggio con un ritmo che rispecchia la crescita interiore di Chris, alternando momenti di euforia, smarrimento e quiete. La colonna sonora, appositamente richiesta da Penn al cofondatore dei Pearl Jam, Eddie Vedder, che ha scritto per lui ben 11 brani, è un elemento essenziale: le sue canzoni diventano la voce interiore del protagonista, un diario musicale che amplifica emozioni e solitudini. Penn gli chiese personalmente di comporre brani originali, e il risultato è uno dei migliori esempi di fusione tra musica e racconto degli ultimi decenni.
È un film che rimane addosso. Non offre risposte semplici, non giudica, non consola. È un’opera che invita a interrogarsi sul significato della libertà, sul prezzo dei sogni e sulla necessità degli altri. La storia di Christopher McCandless è tragica, ma il film la trasforma in un’esperienza luminosa, capace di toccare corde profonde. Un viaggio che continua anche dopo i titoli di coda.

Riconoscimenti
Oscar 2008
Candidatura miglior attore non protagonista a Hal Holbrook
Candidatura miglior montaggio
Golden Globe 2008
Miglior canzone (Guaranteed) a Eddie Vedder
Candidatura miglior colonna sonora




























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