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Judas and the Black Messiah (2021)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 8 giu 2021
  • Tempo di lettura: 7 min

Aggiornamento: 31 ott 2023


Judas and the Black Messiah

USA 2021 biografico 2h6’


Regia: Shaka King

Sceneggiatura: Will Berson, Shaka King

Fotografia: Sean Bobbitt

Montaggio: Kristan Sprague

Musiche: Craig Harris, Mark Isham

Scenografia: Sam Lisenco

Costumi: Charlese Antoinette Jones


Daniel Kaluuya: Fred Hampton

Lakeith Stanfield: William O'Neal

Jesse Plemons: Roy Mitchell

Dominique Fishback: Deborah Johnson

Ashton Sanders: Larry Robertson

Martin Sheen: J. Edgar Hoover

Algee Smith: Jake Winters

Darrell Britt-Gibson: Bobby Rush

Dominique Thorne: Judy Harmon

Amari Cheatom: Collins

Caleb Eberhardt: Bob Lee

Lil Rel Howery: Brian


TRAMA: Nel 1968, un giovane e carismatico attivista di nome Fred Hampton diviene presidente della sezione dell'Illinois del movimento Black Panther, combattendo per la libertà, il riconoscimento dei diritti fondamentali alle persone nere e la fine dei soprusi da parte delle forze di polizia. Ispirando un'intera generazione ad alzare la testa e a non arrendersi all'oppressione, Fred si attira in breve tempo l'inimicizia di governo, Fbi e polizia di Chicago. Per annientare le sue idee l'Fbi fa ricorso a una talpa: William O'Neal, a cui viene offerta la libertà dal carcere per trasformarsi in uno degli uomini più vicini ad Hampton e tradirlo al momento giusto.


Voto 7,5

William O’Neal, per gli amici Bill, è un delinquentello di mezza tacca, che di sera entra nei locali frequentati dai giovani neri tirando fuori non un’arma ma un distintivo dell’FBI (più che falso, direi una patacchina) per spaventare i presenti, che magari stanno giocando a biliardo o bevendo una birra, perquisirli e accusare con molta fantasia quello che lui ritiene il tipo giusto e sequestrargli le chiavi dell’auto accusandolo di averla rubata. È quella che è parcheggiata fuori ed è bella, sportiva, un buon bottino da rivendere. Esce, apre l’auto e scappa. Non sa fare altro nella vita, si barcamena così, trastullandosi anche ascoltando i discorsi impetuosi e rivoluzionari dei membri del Black Panthers Party, senza mai farsi convincere più di tanto: la politica e l’azione conseguente non lo interessano. Però il fascino di oratore, di grande affabulatore di Fred Hampton, il capo locale del partito in questione, lo subisce. Lo ascolta con interesse, forse gli dà anche ragione, ma è troppo impegnativo per il suo carattere impiegare il suo tempo per le iniziative che il nutrito gruppo di gente di colore propone per protestare e spaventare i bianchi affinché venga loro concessa l’equità sociale, la parità dei diritti civili, un salario decente che reclamano dalla notte dei tempi.

Il loro capo, divenuto nel frattempo anche vicepresidente nazionale, è un giovane molto preparato, dotato di una intelligenza non comune, che ha imparato a memoria i celebri discorsi di due maestri: Martin LutherKing e Malcolm X. C’è una bellissima scena in cui Fred Hampton ripete frase per frase i loro comizi registrati sul vinile, una specie di training autogeno che lo fortifica e lo ispira, insegnamenti basilari per la lotta per la sopravvivenza del suo popolo, maltrattato e sacrificato sull’altare del suprematismo bianco da tempi atavici. La sua dote naturale di oratore e unificatore di associazioni diverse fanno sì che possa vedere la luce la Rainbow Coalition, un’organizzazione politica multiculturale che comprende le Pantere Nere, gli Young Patriots, gli Young Lords e un'alleanza tra le principali bande di strada di Chicago, ponendo fine alle lotte intestine e lavorando per un definitivo e radicale cambiamento sociale e politico della società americana. Egli lotta per la libertà, per il diritto all'autodeterminazione, contro la violenza della polizia e il massacro dei neri. Ovvio che questo movimento sia parecchio malvisto dai razzisti, dai procuratori di Stato e soprattutto dall’FBI, il cui fondatore J. Edgar Hoover sta pianificando operazioni per isolarlo e reprimerlo. In America, sappiamo bene, il sistema per mortificare politicamente un avversario pericoloso punta sempre e solo alla soppressione fisica, alla condanna a morte per mano di interventi presentati come indispensabili per la sicurezza nazionale. Ogni pretesto è buono e se serve lo si prefabbrica, l’importante è che quell’avversario venga rappresentato all’opinione pubblica come personaggio sovversivo.

I discorsi di Hampton infiammano gli animi, come quelli delle sue guide spirituali, sono discorsi pregni di concetti, esortazioni, incoraggiamenti, indirizzi alla ribellione, poco alla resistenza passiva ma molto alla presenza fisica e alla reazione, persino ai limiti della violenza. Sono armati ma il capo frena sempre sull’uso delle armi, utili solo in casi estremi e per la difesa in caso di attacco da parte della polizia, che non va mai per il sottile. Ne è la dimostrazione lampante la notte del 4 dicembre 1969, a distanza di circa un anno e mezzo dall’assassinio di Martin Luther King, notte in cui in casa sua fecero irruzione 14 poliziotti in borghese (9 bianchi, 5 neri) e freddarono il suo corpo che era stato narcotizzato con l’aiuto della talpa Bill. Le traiettorie dei due personaggi principali del film e della reale vicenda che si vuol raccontare, Bill e Fred, vengono a contato quando l’agente federale Roy Mitchell (l’ottimo Jesse Plemons), ricattando il primo per via delle sue piccole irregolarità, lo convince ad aderire al BPP e conquistare la fiducia del capo per riferirgli costantemente delle intenzioni. Insomma, tenere a bada la situazione e fargli da infiltrato. Bill, anche se è un uomo pavido e debole, accetta dietro le promesse di protezione e di impunità, oltre a buone ricompense finanziarie ed un’auto tutta sua. E così succede: Hampton gli ripone fiducia, lo nomina addirittura responsabile della sicurezza, lo considera un fratello e non ha mai dubbi sulla sua fedeltà. Ed invece Bill è la classica serpe in seno, anzi è il Giuda che alterna il consenso al suo capo ai tanti momenti di tradimento. Più volte, osservandolo in viso, si riesce a ricavare dai suoi occhi come sia continuamente dibattuto tra la fedeltà alla causa dei neri e la comodità di essere lautamente pagato dal Bureau. Ogni volta ci viene in mente il Giuda che amava Gesù ma non era più totalmente convinto delle idee che propagava con i suoi discorsi alla folla: i dollari che riceve Bill sono i 30 denari che furono pagati per il tradimento nel giardino del Getsemani, con un pentimento atroce pari a quello del giovane O’Neal, tanto che nel 1990, dopo la trasmissione in TV di una sua intervista al proposito, egli decise di suicidarsi.

L’aspetto più interessante del film sono i bellissimi comizi di Fred Hampton, sono la sua prima apparizione sullo schermo quando ascolta l’intervento di una attivista (capo reclinato con un cappello alla Ellery Queen e cenni di assenso), sono la proprietà di linguaggio quando incanta gli astanti, sono la veemenza convincente con cui si esprime, sono l’espressione di chi assiste, sono l’entusiasmo che lui trasmette. Un giovane di soli 21 anni che mostra l’esperienza e le capacità da condottiero di un anziano. In uno dei più celebri discorsi, ripete e fa ripetere innumerevoli volte a tutti “I am revolutionary, I am revolutionary, I am revolutionary” smuovendo le coscienze anche dei più morbidi, dei meno coinvolti. Per compiere questo miracolo recitativo e per rendere quanto meglio la figura dello straordinario predicatore, il “messia nero” Daniel Kaluuya (straordinaria la sua performance) ha lavorato con la coach Audrey LeCrone per riprodurre l’accento di Fred Hampton, mentre il bravisimo LaKeith Stanfield ha dichiarato di aver avuto bisogno di fare psicoterapia una volta uscito dai panni dell’infiltrato Bill O’Neal. Va precisato che, però, non è (soltanto) questione di esibizione acchiappa-premi e di perfezionismo attoriale: il lavoro compiuto da Kaluuya e LeCrone sulla voce di Hampton è stato minuzioso, non si voleva imitarlo, anzi, si è optato per un rallentamento della parlata del leader, i cui discorsi mitraglianti rischiavano di far perdere al pubblico qualche parola: lo scopo inequivocabile è stato l’intento di riprodurre il ritmo, l’incisività, l’efficacia delle sue memorabili arringhe. Un’oratoria esplosiva. E il superbo Daniel Kaluuya è stato decisamente all’altezza. Dal suo canto, LaKeith Stanfield è stato solo un gradino sotto, ma solo uno, rappresentandoci i dubbi, i timori, i ripensamenti. Ogni volta che riceve le banconote, da una parte la faccia inespressiva ma soddisfatta di Mitchell, dall’altra quella spaventata di O’Neal, che vedeva la situazione sfuggirgli di mano diventando solo uno strumento in mano al Potere che voleva distruggere il suo amico e la sua opera divulgatrice.

Forse i due eccellenti attori non si rendevano conto, girando le scene, che il film stava facendo la storia del cinema sul fronte dei premi Oscar: è stata la prima nomination a miglior film per una squadra di produttori all black ed è stata la prima volta che due attori neri vengono candidati per lo stesso film, per giunta (e questa è stata una stranezza) entrambi candidati come attori non (!) protagonisti. Ed in più un Oscar per la miglior canzone (Fight for You) su un totale di ben 6 candidature. Con loro altri ottimi comprimari, ad iniziare del già accennato e sempre più richiesto Jesse Plemons, il più volte visto nei black movies Ashton Sanders e un irriconoscibile - per via del pesante stravolgimento del viso – Martin Sheen nel ruolo dell’insopportabile e mitico J. Edgar Hoover, che qui risulta come mandante della sanguinosa spedizione in casa di Hampton quando in realtà fu opera del Procuratore di Stato, il democratico Edward V. Hanrahan, denunciato in seguito ma poi assolto. Processo civile che stabilì un risarcimento di 1,85 milioni di dollari a favore delle vittime. La moglie di Hampton, Deborah Johnson, che era incinta prossima al parto la terribile notte, continuò l’opera del marito, che fu sostituito dal figlio nella carica una volta cresciuto. Film importante, non memorabile dal punto di vista registico – Shaka King è più un giovane votato alla serie TV –, ma da inserire nella lista da vedere per conoscere una delle tante storie di cui non si sente mai parlare. Sicuramente la recitazione è stata superiore alla qualità globale del film (non siamo al livello di Detroit [recensione]) ma proprio per questo motivo merita attenzione.

Il razzismo esiste, esisteva e sarà difficile estirparlo, almeno negli Stati Uniti, dove la politica attuata dal presidente Trump ha rinverdito la mentalità e i simboli del suprematismo bianco e le vicende di questi mesi, con le uccisioni di diverse persone di colore ad opera della polizia, lo dimostrano, come anche la maggior importanza che ha assunto la battaglia civile del Black Lives Matter.


Riconoscimenti

2021 - Premio Oscar

Miglior attore non protagonista a Daniel Kaluuya

Miglior canzone per ‘Fight for You’

Candidatura per il miglior film

Candidatura per il miglior attore non protagonista a Lakeith Stanfield

Candidatura per la migliore sceneggiatura originale

Candidatura per la migliore fotografia

2021 - Golden Globe

Miglior attore non protagonista a Daniel Kaluuya

Candidatura per la migliore canzone originale ‘Fight for You’


 
 
 

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