L’albero del vicino (2017)
- michemar

- 26 mar 2020
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 12 giu 2020

L’albero del vicino
(Undir trénu) Islanda/Polonia/Danimarca/Germania/Francia 2017 dramma 1h29’
Regia: Hafsteinn Gunnar Sigurðsson
Sceneggiatura: Hafsteinn Gunnar Sigurðsson, Huldar Breiðfjörð
Fotografia: Monika Lenczewska
Montaggio: Kristján Loðmfjörð
Musiche: Daníel Bjarnason
Scenografia: Anna Maria Tomasdottir
Costumi: Margrét Einarsdóttir
Steinþór Hróar Steinþórsson: Atli
Edda Björgvinsdóttir: Inga
Sigurður Sigurjónsson: Baldvin
Þorsteinn Bachmann: Konrad
Lára Jóhanna Jónsdóttir: Agnes
Selma Björnsdóttir: Eybjorg
TRAMA: Un uomo è costretto a tornare a casa dei genitori dopo che la moglie lo manda via. Mentre è in lotta per la custodia della figlia di quattro anni, si ritrova a poco a poco risucchiato da una controversia tra i genitori e i loro vicini di casa a causa di un vecchio e bellissimo albero che fa ombra dalla parte sbagliata.
Voto 7

È un’opera drammatica. Anzi no, è una commedia! Però anche surreale, a tratti grottesca, fino a tal punto che il finale ha il sapore dell’orrore. Sto facendo confusione? No, direi che Hafsteinn Gunnar Sigurðsson, alla sua terza regia, ha voluto proprio far questo, ma senza contaminare generi differenti, no, semplicemente girando una storia che è tutto questo, che tocca nelle varie fasi aspetti diversi che sorprendono continuamente, che colpiscono l’attenzione senza un attimo di pausa. Anzi, direi che quando c’è un momento di apparente tregua non ci si può fidare e si avverte che qualcosa succederà ancora, di sicuro ancora più sconvolgente. Un crescendo che non può portare da nessuna parte se non al più tragico degli epiloghi.

A questa strana atmosfera contribuisce, e non poco, la fotografia di Monika Lenczewska, la quale scegliendo un colore diffuso/soffuso non ci fa capire mai in quale momento del giorno ci si trova. Quel cielo così, quei prati così, che non si decidono mai verso quale saturazione vogliano andare ci proiettano nella tranquilla (?) Islanda, in un periodo dell’anno in cui non sappiamo quanto duri il giorno. Quella tonalità di fotografia sembra spegnere ogni velleità dei personaggi, alcuni dei quali sono solo apparentemente calmi: tranquilli abitanti di una cittadina che pare dormiente, sequenza di villette familiari intervallate da piccoli prati, abitate da gente che non disturba. Si disturba. Sì, perché l’albero in questione nel titolo è quello che hanno nel loro prato antistante i coniugi anziani Baldvin e Inga, albero che fa cascare la sua ombra nel posto sbagliato, cioè nel prato della casa accanto, quella di Konrad e Eybjorg, lui appena divorziato per vivere con la più giovane nuova compagna. Ecco perché il titolo italiano (non è una novità) è leggermente fuorviante: il titolo originale dice meglio ‘sotto l’albero’, è sotto che nasce il problema che fa innervosire quest’ultima coppia. Fa ombra nel loro spazio e Eybjorg non riesce a prendere bene il sole (che si affaccia chiaro e splendente solo nella sequenza iniziale). Le continue rimostranze e i frequenti inviti a potare la pianta non hanno mai portato alcun risultato e le due coppie non si guardano con molta simpatia e i piccoli e sporadici dispettucci non fanno che peggiorare i rapporti.

Può quindi l’ombra di un albero portare ad una tragedia? No, fosse solo per questo no. C’è altro che contribuisce a creare un clima anomalo e sempre più agitato, fino a farlo diventare insopportabile. E man mano che il clima cambia anche l’atmosfera e i rapporti tra i personaggi peggiora. Elementi più che sufficienti per destabilizzare la vita quotidiana, come per esempio un matrimonio che va in frantumi, quello di Atli – il figlio di Baldvin e Inga, che già hanno perso tragicamente l’altro figlio – e Agnes, la quale ha pizzicato il marito che guardava eccitato un suo stesso video girato mentre faceva sesso con una loro amica. La donna, scopertasi tradita, lo caccia immediatamente di casa e quando costui si rifugia dai genitori scopre che il forte diverbio tra loro e i vicini sta montando vieppiù. Inoltre il gatto degli uni è sparito e il cane degli altri anche. Adesso, più che parlare di dispetti, la guerra è dichiarata: tra pneumatici tagliati e insulti gratuiti le due coppie non si risparmiano più nulla e la situazione precipita, scendendo le scale delle offese e dei comportamenti incivili. Mentre Atli compie scorribande per riavere almeno la patria potestà della piccola figlia, litigando in ogni luogo con la moglie e compiendo gesti inconsulti aspramente rimproverato dalla polizia locale, la battaglia tra le due villette si evolve verso il peggio e sprofonda nel surreale. Sega elettrica, pistola ad aria compressa, chiavi inglesi, coltellini, taglierini: è una battaglia ad armi bianche che può portare solo alla tragedia.

La verità è che questo non è semplicemente un film drammatico, surreale o commedia grottesca, no. Hafsteinn Gunnar Sigurðsson ci spalanca la vista su un film cattivo, che non è il giudizio sull’opera ma l’aggettivo che meglio si adatta ai suoi personaggi che stentiamo a concepire reali. Il più inquietante di tutti questi è senza ombra di dubbio l’anziana Inga, rimasta evidentemente scossa dalla morte violenta del figlio che non c’è più. Ha perennemente un’espressione tesa e respingente, usa un linguaggio sempre sarcastico e pesantemente offensivo: lasciarla sola è un atto rischioso, che le permette di attuare piani dannosi verso i vicini, piani che prepara mentalmente durante i solitari silenzi trascorsi con un calice di vino in mano. Non sono due abitazioni, sono due trincee, in cui i nemici si odiano e preparano gli assalti. Più che un racconto di litigi è una discesa nel buio di un sottoscala, una caduta rovinosa nel ripostiglio sotterraneo della mente dove si trovano solo odio e violenza. Non esistono corrimano, non li aiuta la ragione, l’intelletto è assopito. Si precipita a basta. Si avverte l’aspro sapore della cattiveria: chi lo è naturalmente ne aumenta la dose, chi era pacifico diventa cattivo, convinto delle proprie ragioni. Racconta il regista: “Ciò che mi ha sempre eccitato è il fatto che i conflitti alla base sono assurdamente divertenti, dal momento che nascono il più delle volte da futili motivi prima di ingigantirsi all'inverosimile. A volte, possono diventare qualcosa di molto feroce e generare scontri violenti, in cui persone normalmente rispettabili perdono ogni dignità e autocontrollo. Le storie di vicini che litigano per gli alberi rappresentano una realtà molto diffusa in Islanda e non nego di essermi ispirato a un fatto realmente accaduto prima di lasciare spazio alla fantasia per il resto della storia. C'è anche da dire che gli alberi sono tutto ciò che gli islandesi hanno: di conseguenza, ci si affeziona alle piante e, possedendone una da molto tempo, diventa difficile sbarazzarsene, al contrario di un vicino a cui rami e foglie possono nascondere la luce e il calore del sole sul proprio terrazzo o balcone. Metaforicamente parla di un conflitto che può essere tra due differenti nazioni, etnie o gruppi religiosi, che molto spesso iniziano le loro dispute in maniera banale prima di far scoppiare una guerra vera e propria.”

Sembrava di assistere ad un film dai toni pacati e ci si è trovati invece in mezzo ad un ciclone, noi come una tessera al centro di un domino che crolla. Un film cattivo, dicevo, con personaggi cattivi dentro, sotto l’ombra di un albero colorata di sangue.
La gelida Islanda non è mai stata così calda.






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