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L’assassino (1961)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 12 giu 2021
  • Tempo di lettura: 2 min

L’assassino

Italia/Francia 1961 dramma/noir 1h37’


Regia: Elio Petri

Sceneggiatura: Elio Petri, Tonino Guerra, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa

Fotografia: Carlo Di Palma

Montaggio: Ruggero Mastroianni

Musiche: Piero Piccioni

Scenografia: Carlo Egidi, Giovanni Checchi , Lorenzo Vespignani

Costumi: Graziella Urbinati


Marcello Mastroianni: Alfredo Martelli

Salvo Randone: commissario Palumbo

Cristina Gaioni: Nicoletta Nogara

Marco Mariani: dott. Margiotta

Micheline Presle: Adalgisa De Matteis

Andrea Checchi: Morello

Paolo Panelli: Paolo

Toni Ucci: Toni


TRAMA: Il giovane antiquario Alfredo Martelli viene prelevato dalla sua abitazione e accompagnato dalla Polizia in questura senza alcuna spiegazione. L'uomo attende a lungo di conoscere la ragione del fermo, finché il Commissario gli rivela che è indiziato per omicidio; è stata infatti assassinata la sua ex amante, che lui ha incontrato proprio la sera prima per chiederle la dilazione di un pagamento. Martelli trascorre un'intera giornata a ripercorrere tutta la sua vita fra domande del commissario, interrogatori e un'angosciosa notte in cella, fino al colpo di scena conclusivo.


Voto 7

Il grande Elio Petri va all’esordio con un film che credo si sia dimenticato, eppure ancora oggi è una acida fotografia dell’Italia del boom e dei suoi peggiori personaggi. Gente che cavalcava l’ondata positiva senza il minimo riguardo verso gli altri, badando solo ai propri tornaconti. In un certo qual modo è una “commedia” all’italiana, nel senso peggiore, commedia aspra e senza buonismo, in cui il protagonista Alfredo Martelli rappresenta il peggio che girava in quegli anni.

Questi è un antiquario che viene fermato dalla polizia con l'accusa di aver ucciso una sua ex amante per motivi di denaro (in realtà era un suo mantenuto) e la permanenza negli uffici della polizia, chiuso in cella con altri sventurati, lo induce a riflettere sulla sua condotta e su alcuni episodi poco puliti della sua vita, facendo affiorare il senso di colpa. Poi il vero omicida viene scoperto: Alfredo, rilasciato, finisce per dimenticare l'angoscia di quelle ore e ritorna alla vita di sempre. Anzi, la risata liberatoria finale è ne rappresenta la baldanza dello scampato pericolo.

Petri si concentra sulla figura di Martelli, un vile Marcello Mastroianni, disegnandolo come un cittadino assediato dallo Stato, non ben rappresentato dalla sua Polizia, tanto che al tempo ci furono polemiche censorie. Il cinismo di Martelli è perfettamente descritto dallo stesso regista: “Il personaggio interpretato da Mastroianni è colpevole di disumanità. Totalmente disumanizzato, egli accetta questo processo di disumanizzazione e concepisce le relazioni umane come rapporti tra i suoi bisogni personali e coloro che fanno parte della sua vita. Gli altri sono solo oggetti da usarsi semplicemente per i propri scopi.”


Come un giallo d’indagine atrocemente amaro, è già un film che fa capire cosa sarà il cinema di quell’autore, impietoso lettore dell’Italia che cresceva tra politica e malaffare. Le confessioni sulla sua vita personale del protagonista verso il commissario Palumbo (il grande Salvo Randone) sembrano il rito cattolico tra un credente momentaneamente pentito e l’officiante prete-poliziotto.

La sceneggiatura è scritta a più mani, tra i migliori dell’epoca, come del resto tutto il cast tecnico. Produceva Franco Cristaldi. Tra gli interpreti, da notare i ruoli drammatici di Paolo Panelli e Toni Ucci.


 
 
 

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