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Shelter (2014)

9 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Shelter

USA 2014 dramma 1h45’

 

Regia: Paul Bettany

Sceneggiatura: Paul Bettany

Fotografia: Paula Huidobro

Montaggio: John F. Lyons

Musiche: James Lavelle

Scenografia: Tania Bijlani

Costumi: Emma Potter

 

Jennifer Connelly: Hannah

Anthony Mackie: Tahir

Bruce Altman: Peter

Kevin Geer: Walter

 

TRAMA: Due senzatetto, un immigrato nigeriano e una tossicodipendente, si innamorano a New York. A poco a poco, si scopre come sono arrivati in questa situazione e si rendono conto che hanno bisogno l'uno dell'altra per andare avanti.

 

VOTO 6

 

 

Il film segna l’esordio alla regia di Paul Bettany, un debutto che nasce in modo quasi naturale dal suo percorso di attore sensibile ai temi sociali e alle fragilità umane. Il film è anche un progetto profondamente personale, perché Bettany dirige Jennifer Connelly, sua moglie, costruendo con lei un ménage artistico che punta tutto sulla fiducia reciproca e sulla capacità di scavare nei sentimenti più crudi. L’idea è quella di raccontare la vita ai margini senza retorica, affidandosi alla verità dei volti e alla forza delle interpretazioni. Bettany, anche sceneggiatore, prova a unire realismo e poesia, cercando un tono che sia allo stesso tempo duro e compassionevole.

 

 

Hannah vive per strada a New York, trascinando con sé un passato che non riesce più a sostenere. Le sue giornate sono un alternarsi di sopravvivenza, silenzi e piccoli gesti che cercano di tenere insieme ciò che resta della sua identità. L’incontro con Tahir, un immigrato clandestino che porta addosso altre ferite e altre colpe, apre uno spiraglio inatteso: due solitudini che si riconoscono, due vite spezzate che provano a condividere almeno un po’ di calore umano.

 

 

Il loro legame cresce lentamente, tra notti gelide, rifugi improvvisati e confessioni che arrivano solo quando la fiducia diventa possibile. New York resta sullo sfondo come una città indifferente, che inghiotte e dimentica, mentre Hannah e Tahir cercano un equilibrio fragile, fatto di piccoli gesti di cura e di una speranza che non osa chiamarsi futuro. Il film segue il loro percorso senza fretta, mostrando come l’amore possa nascere anche dove sembra impossibile.

 

 

Sconcerta, senza dubbio, per come è concepito e girato ma è un film sincero, costruito con un’attenzione quasi artigianale dal regista, che dirige con empatia e un occhio sempre rivolto ai dettagli emotivi. La regia è pulita, rispettosa, a tratti forse troppo carica di temi e intenzioni, ma capace di trovare momenti di grande verità. Jennifer Connelly offre una prova intensa, vulnerabile, che regge il film dall’inizio alla fine; Anthony Mackie le risponde con una recitazione misurata e profonda, costruendo una coppia credibile e commovente.

 

 

Il film non è perfetto: a volte inciampa nella sua stessa ambizione e accumula più questioni di quante riesca davvero a sviluppare. Ma resta un esordio coraggioso, emotivamente onesto, che mostra un regista interessato alle persone prima che alle trame, e due interpreti che sanno trasformare un dramma urbano in una storia di umanità condivisa.

 

 

È anche evidente che Paul Bettany, che personalmente apprezzo prima di tutto per aver affrontato questo tema ed in questo modo, penso conscio che avrebbe subito delle critiche, ma anche perché non ha badato alla spettacolarità, scrivendo un film rarefatto, costruito sui minimi gesti e le espressioni intime, cercando di comunicarci le vaste incertezze e le tante debolezze dei due protagonisti: la sfiducia iniziale di Hannah, la gentilezza e la premura di Tahir, il loro lento innamoramento – anche dovuto alla solitudine, per cui dovevano fidarsi e accettarsi come compagni di vita – il sostegno morale che devono infondersi l’un l’altra. Non è un film facile e si rischia anche di stancarsi, ma neanche il tema è semplice. Da apprezzare per le intenzioni. Il finale? Non c’è Paradiso terreno per gli ultimi della società.

 


 
 
 

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Il Cinema secondo me, michemar

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