La camera di consiglio (2025)
- michemar

- 19 apr
- Tempo di lettura: 5 min

La camera di consiglio
Italia 2025 dramma 1h47’
Regia: Fiorella Infascelli
Sceneggiatura: Fiorella Infascelli, Domenico Rafele, con la collaborazione di Francesco La Licata e quella storica di Pietro Grasso
Fotografia: Fabio Zamarion
Montaggio: Cristiano Trovaglioli
Musiche: Alessio Vlad
Scenografia: Tonino Zera
Costumi: Carlo Poggioli
Sergio Rubini: Presidente della corte
Massimo Popolizio: giudice a latere
Rosario Lisma: Renato
Claudio Bigagli: Luigi
Betty Pedrazzi: Maria Nunzia
Anna Della Rosa: Franca
Stefania Blandeburgo: Francesca
Roberta Rigano: Lidia
TRAMA: Otto giurati devono decidere a proposito delle condanne e delle assoluzioni per quanto riguarda 460 imputati. Rinchiusi per 36 giorni in una camera di consiglio, sono i protagonisti silenziosi del più grande processo penale di sempre, il maxiprocesso di Palermo.
VOTO 5

“Alla fine degli anni 70, la lotta per il potere all'interno della criminalità organizzata (la cosiddetta guerra di mafia) provoca un vero sterminio, oltre 600 morti. Tra questi anche magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti, avvocati, Imprenditori e uomini politici. Nel 1984 i giudici Falcone e Borsellino del pool antimafia arrestano centinaia di mafiosi. Viene scritta un’ordinanza di 8000 pagine e nasce così il Maxiprocesso. Per renderlo possibile viene costruito una speciale aula bunker capace di resistere perfino ad attacchi missilistici. Gli imputati sono 460, 200 gli avvocati, 600 giornalisti. Sarà il più grande processo penale mai celebrato al mondo. Dopo un anno e 10 mesi di dibattimento, 349 udienze, 1314 interrogatori, 635 arringhe difensive. L’11 novembre 1987 la corte si ritira in Camera di Consiglio.”

Il film di Fiorella Infascelli – già a suo tempo aiuto regista di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini (1975), di Berlinguer ti voglio bene di Giuseppe Bertolucci (1977) e di La tragedia di un uomo ridicolo di Bernardo Bertolucci (1981), e non nuova ad argomenti sulla lotta alla Mafia (suo è Era d’estate, su Falcone e Borsellino, del 2016) – inizia precisamente da quel giorno autunnale che vedeva rinchiudersi la porta degli alloggi dei sei giurati popolari e dei due magistrati. La prima sequenza, infatti, mostra come il Presidente della corte ed il giudice a latere (che era proprio Pietro Grasso, il quale ha prestato la sua collaborazione storica alla regista) girano la chiave nella serratura di una porta blindata che assomiglia più a quella di un carcere che a quella di un appartamento. D’altronde non va dimenticato che quelle stanze furono appositamente costruite nello stabile dell’Ucciardone dove erano detenuti in attesa di giudizio i più importanti mafiosi menzionati dal processo, che ora attende solo le decisioni della Camera di Consiglio.

Ben presto saltano all’occhio i rapporti che nascono tra questi. Quello tra i due magistrati non è semplice e appare facilmente in contrasto: da una parte il severo e poco malleabile Presidente (Sergio Rubini) che non intende minimamente derogare alle rigide norme previste in questi casi ed entra per questo motivo in leggera collisione di rotta con il Giudice a latere (Massimo Popolizio) che a volte spinge per qualche strappo alle regole per alleggerire la tensione, soprattutto degli altri ospiti. Da ciò ne deriverà qualche discussione, anche animata occasionalmente, almeno per i punti di vista diversi su questioni prettamente tecnico-giuridiche. Diversa è la situazione dei sei laici, che prima, ovviamente, non si conoscevano, ed ora, a distanza di quasi due anni di dibattito in aula, sono diventati amici e si confidano amichevolmente le difficoltà che hanno riscontrato con le famiglie, praticamente trascurate per essere stati presenti in tutte le sedute.

Sono di diverse età ed estrazione, anche se la regista non va oltre le facili apparenze, ma va un po’ a scavare nei loro rapporti quotidiani, specialmente ora che sono chiusi come dentro ad un carcere: ognuno ha la sua camera e si riuniscono, come stabilito dal giudice, dalle 8 del mattino fino alle 20, fatta eccezione per l’intervallo del pranzo, che peraltro fanno assieme. Significa stare riuniti tutto il giorno tranne che ritirarsi in camera per il riposo notturno. Ovvio che siano turni massacranti ma se si tiene conto delle centinaia di imputati da recensire e su cui per ognuno va stabilita l’innocenza o la colpevolezza ed in quest’ultimo caso la pena di periodo di carcere ed eventuale condanna pecuniaria, si intuisce che il lavoro che li attende è molto laborioso e lungo.

L’impianto della sceneggiatura e della recitazione è nettamente teatrale e si svolge interamente nelle stanze previste: quindi non ci sono riprese esterne né variazioni di sorta. Solo corridoi, il tavolo su cui si riuniscono, le chiacchiere che si scambiano nei momenti di sosta e di pranzo e cena, i limitati quattro passi all’interno di un piccolo spazio all’aperto di cui godono, che si rassomiglia (anche questo) a quei piccoli cortili per l’ora d’aria dei carcerati. E loro si considerano per davvero in galera, isolati totalmente dall’esterno. Non telefono, né posta, né qualsiasi forma di contatti con parenti. L’eccezione è solo un cuoco, che per sicurezza prepara appositamente i pasti, ha modo di servirli, ma senza possibilità di contatto.
Siamo così davanti ad un dramma da camera, con recitazione e movimenti teatrali, in uno spazio chiuso dove l’isolamento diventa un elemento drammaturgico in cui si discute passando dallo stato di diritto alla portata storica della sentenza, dalla paura delle conseguenze una volta tornati alla vita di sempre alle responsabilità civiche ed etiche. Paiono tutte brave persone, coscienziose e la sceneggiatura a più mani ne fa dei piccoli eroi civili. Insomma, si discuterà per tutta la durata del processo che però non verrà mai mostrato, eccetto qualche filmato di repertorio del tempo.
Non fila tutto liscio dal punto di vista artistico: il film è forzatamente didattico ma scivola di conseguenza nell’eccessivo didascalismo, appesantito da quella recitazione teatrale già accennata. Non mi sono entusiasmato né appassionato più di tanto e, penso, non poteva essere altrimenti data la situazione fisica e l’atmosfera creata volutamente dalla Infascelli. In altre parole, non lo rivedrei volentieri, anche se buona parte della critica è stata molto favorevole e con giudizi ottimi. Encomiabili sono però le intenzioni dell’autrice e degli attori, anche quelli sconosciuti, che si sono impegnati a dovere, cercando almeno di essere naturali e spontanei, ma questo sforzo, a volte, è sembrato inutile. Ben conscio della natura e del contenuto, l’ho trovato quasi monotono: il voto non bassissimo (avrei scritto volentieri 4) è dovuto solo all’impegno diffuso e alle buone intenzioni, anche storiche, ma il risultato non mi è parso eccezionale. A poco serve anche la citazione kantiana: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” se non per indicare la moralità che certamente abitava in queste otto persone. Ed il simbolismo del gatto che se la spassa sul muro di cinta del piccolo cortile è per giunta debole: se vuole indicare la libertà che è fuori non è, secondo me, un segnale metaforico di forte impatto ai fini della narrazione.

La dedica finale è rivolta a questi otto individui nome per nome, qui indicati come due magistrati onesti e sei persone perbene che hanno inchiodato la Mafia. Ed è un bel ringraziamento.
Spero sia chiaro che siamo su un altro pianeta rispetto all’ineguagliabile La parola ai giurati, di Lumet.
Film comunque utile, anche dal punto di vista educativo e civico.














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