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Il verdetto (1982)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Il verdetto

The Verdict

USA 1982 dramma legale 2h9’

 

Regia: Sidney Lumet

Soggetto: Barry Reed (romanzo)

Sceneggiatura: David Mamet

Fotografia: Andrzej Bartkowiak

Montaggio: Peter C. Frank

Musiche: Johnny Mandel

Scenografia: Edward Pisoni

Costumi: Anna Hill Johnstone

 

Paul Newman: Frank Galvin

Charlotte Rampling: Laura Fischer

Jack Warden: Mickey Morrissey

James Mason: Ed Concannon

Milo O’Shea: giudice Hoyle

Edward Binns: vescovo Brophy

Julie Bovasso: Maureen Rooney

Roxanne Hart: Sally Doneghy

James Handy: Kevin Doneghy

Wesley Addy: dottor Towler

Joe Seneca: dottor Thompson

Lewis J. Stadlen: dottor Gruber

Lindsay Crouse: Kaitlin Costello Price

Kent Broadhurst: Joseph Alito

Colin Stinton: Billy

 

TRAMA: L’avvocato Frank Galvin vede la possibilità di salvare la sua carriera e il rispetto nei suoi confronti portando un caso di malasanità in tribunale piuttosto che risolverlo con un risarcimento.

 

VOTO 8

 

 

Con questo film, Sidney Lumet torna al cuore del suo cinema morale, scegliendo la scrittura tagliente e rigorosa di David Mamet per scolpire un legal drama che è, prima di tutto, un ritratto umano. L’incontro tra la regia asciutta e il dialogo essenziale della sceneggiatura produce un film che respira verità, fatto di silenzi, sguardi e un protagonista che lotta più contro sé stesso che dentro l’aula di tribunale. Paul Newman incarna un avvocato alla deriva, un uomo che ha perso quasi tutto e che non crede più nella propria dignità, finché un caso apparentemente semplice non lo costringe a guardarsi allo specchio.

 

 

La vicenda ruota attorno a una causa di malasanità che dovrebbe risolversi con un accordo rapido e conveniente. Ma l’incontro con la vittima e la scoperta delle dinamiche di potere che circondano l’ospedale e la diocesi spingono l’avvocato a un gesto inatteso: contro il parere della coppia di parenti della vittima che immaginava anche di risolvere la propria situazione finanziaria facilmente, lui decide di rifiutare il compromesso e tentare la strada più difficile, quella della verità in tribunale. Anche per finalmente vincere, dopo le costanti sconfitte che hanno costellato la sua vita fallita. Da qui si apre un percorso di riscatto personale e professionale, in cui ogni passo è una sfida contro un sistema più grande di lui e contro le sue stesse fragilità. Lumet filma tutto con la sua consueta sobrietà morale, mentre Mamet costruisce un crescendo di tensione che non ha bisogno di colpi di scena, ma solo della forza dei personaggi e delle loro scelte.

 

 

Come si può notare, la mia stima per il regista e per lo sceneggiatore è immensa, per cui per me questo è uno di quei film in cui la collaborazione tra i due e un interprete enorme come Paul Newman produce un risultato che va oltre il genere. Sidney Lumet costruisce un racconto morale asciutto, spietato, in cui ogni gesto e ogni inquadratura definiscono il peso delle scelte individuali dentro un sistema che sembra fatto per schiacciare chiunque tenti di opporsi. L’attore, al centro del film, offre una delle sue interpretazioni più complesse: un uomo consumato dal fallimento, che si muove tra cinismo e disperazione con una misura attoriale che non ha bisogno di enfasi. La sua presenza scenica, affinata in vent’anni di ruoli iconici, permette allo spettatore di intuire un nucleo di integrità anche quando il personaggio sembra averlo smarrito del tutto. Ci sono diverse scene in cui il personaggio si sente afflitto e depresso, soprattutto una, in cui intuisce di aver perso la causa prima che inizi, viste le defezioni dei testimoni su cui confidava di più e si chiude nel bagno come un adolescente senza voler parlare con Laura (Charlotte Rampling), la donna che, crede, ingannato, lo stia supportando.

 

 

Lumet dirige con una sobrietà che diventa linguaggio morale. Non cerca la spettacolarità, ma la verità dei luoghi e dei corpi: l’avvocato protagonista a volte perfino relegato ai margini dell’inquadratura, minuscolo in ambienti che lo sovrastano. Galvin è un nano dentro i palazzoni della giustizia o rispetto al salone dove il potente avvocato Ed Concannon (James Mason, che classe!) riunisce il suo numeroso staff per organizzare la strategia difensiva. Questo sicuro e presuntuoso legale, l’altro avversario da battere oltre al clero proprietario dell’ospedale, rappresenta l’incarnazione di un potere elegante e implacabile, immerso in uffici di legno scuro e circondato da collaboratori zelanti. Nell’attesa vana di un cliente, la fototessera di Frank è quella al flipper del bar: la pallina che si perde giù, un sorso al boccale di birra, una tirata ad una delle tante decine di sigarette quotidiane e via con un’altra pallina. Quando invece vede tutto precipitare, una pallina, l’ennesimo whiskey in un unico sorso, la sigaretta e l’altra pallina, per poi rientrare ubriaco in quel buco d’ufficio e spaccare tutto, addormentandosi sul divano. Dove lo trova sempre il suo fidato maestro esperto Mickey (Jack Warden) che gli darà sempre una mano e supporto psicologico.

 

 

Ogni dettaglio visivo racconta un mondo in cui la giustizia è un’idea fragile, continuamente minacciata da interessi, compromessi e rituali di potere. Accanto a Newman, oltre alla formidabile performance di James Mason, Jack Warden offre un’interpretazione di straordinaria precisione, come sempre eccellente caratterista, contribuendo a un film che riflette sul rapporto tra legge e giustizia con la lucidità che ha sempre caratterizzato il cinema di Lumet. Il risultato è un’opera che, pur muovendosi nei codici del courtroom drama, diventa un’indagine sulla dignità umana e sulla possibilità di resistere quando tutto sembra perduto.

 

 

L’aspetto di questo magnifico però che mi salta maggiormente alla mente film è che ancora una volta Sidney Lumet ci parla di un argomento che gli è sempre stato a cuore. Il grande regista torna continuamente - quasi ossessivamente - a un’idea centrale: l’uomo singolo e fragile che si misura con un sistema più grande, più potente, più opaco di lui. È un asse tematico che attraversa tutta la sua filmografia e andrebbe sempre messo in evidenza con lucidità. Qui mette in scena un uomo già sconfitto, un avvocato che ha perso dignità e fiducia, schiacciato da un sistema giudiziario che non ha alcun interesse per la verità. È un linguaggio visivo che Lumet usa da sempre con la messa in scena come misura morale, la composizione dell’immagine come dichiarazione politica. Questa dialettica tra individuo e istituzione non è mai retorica: è un conflitto quotidiano, fatto di gesti minimi, di spazi che parlano, di corpi che resistono. Lumet non cerca eroi, ma persone che tentano, spesso invano, di non essere travolte. Se andiamo a quel magnifico esordio, come a pochi è successo, La parola ai giurati (1957), vediamo dodici uomini chiusi in una stanza, uno solo che resiste alla pressione del gruppo: il sistema è la dinamica sociale, la pigrizia morale, il pregiudizio e il “piccolo” è un uomo armato solo di ragionevolezza. In Serpico (1973), cioè un poliziotto onesto in un dipartimento marcio, mostra come la corruzione sia un organismo vivente, capace di isolare e divorare chi non si adegua, confinando il protagonista come un outsider che paga il prezzo della sua integrità. In Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) un rapinatore improvvisato, goffo e vulnerabile, che si scontra con media, polizia, folla: un uomo piccolo che diventa spettacolo, inghiottito da un sistema che trasforma tutto in intrattenimento. In Quinto potere (1976) il protagonista non è un individuo, ma la massa manipolata dalla televisione: eppure il meccanismo è lo stesso, l’essere umano ridotto a ingranaggio, sacrificabile per l’audience.

 

 

La dimostrazione della teoria di deboli e dei potenti arriva puntuale al minuto 38 di questo film, in uno dei primi approcci nel bar tra Frank e Laura, quando lui, atteggiandosi a saggio ed esperto uomo di mondo e di legge, comincia a dirle: “I deboli devono avere qualcuno che si batta per loro. Non è vero? Il tribunale non è lì per fare giustizia, il tribunale esiste per dargli una possibilità di ottenere giustizia. L'avranno? Forse. La giuria vuole credere. Lo vuole davvero? Dovresti vederli. Devo andare lì domani a scegliere 12 giurati. Pensano tutti che sia un imbroglio, una frode, che non si possa lottare contro il potere. Ma poi siedono al banco dei giurati. E glielo leggi appena negli occhi. Forse. Forse.” “Forse cosa?” “Forse posso fare qualcosa di giusto.” “Ed è quello che farai tu”. “È quello che cercherò di fare.” Poi la storia diventerà complicata. Molto complicata, con testimoni e periti che spariscono perché intimoriti dai poteri forti, o con il tradimento che è davvero un clamoroso colpo di scena. Maledetto Mamet!

 

 

Ora, perché Il verdetto è un punto di arrivo? Perché riprende il tema dell’esordio, ma lo fa con una maturità diversa, più amara, più disillusa. Il protagonista non è un idealista, ma un uomo spezzato, non combatte solo contro il sistema, ma contro sé stesso.  E Lumet, come sempre, non gli concede scorciatoie: nessuna rivelazione salvifica, nessun colpo di scena che ribalti il potere. Solo la possibilità, fragile, quasi utopica, che qualcuno, da qualche parte, scelga di ascoltare la verità. Non fa eccezione quest’opera che amo moltissimo, dove il cineasta continua il discorso seppure con un altro tono. Nel meraviglioso Onora il padre e la madre (2007, il suo addio) non mette più in scena un individuo che tenta di resistere al potere esterno come accadeva prima:qui il potere è interno, è la famiglia, è il sangue, è il desiderio di riscatto che diventa autodistruzione. I protagonisti non sono “eroi morali” in lotta contro un sistema corrotto: sono uomini fragili che costruiscono da soli la propria rovina, schiacciati da un mondo che non offre più alcuna via d’uscita. È come se Lumet, arrivato alla fine del percorso, dicesse: Non c’è più un sistema da combattere. Il sistema siamo noi. C’è coerenza nell’uomo e nell’artista. Attenzione, non è un film a parte, ma il capitolo conclusivo e più nero del grande tema lumetiano: l’essere umano fragile che tenta di sopravvivere in un mondo che lo supera. Solo che, nel 2007, Lumet non crede più nella possibilità di vincere. E proprio per questo il film fu così potente.

 

 

Che regista, che maestro! Dove lo trovi più uno come questo? È necessario anche esaltare la scrittura di David Mamet, assoluto maestro del thriller psicologico qui al meglio nel costruire la tensione crescente che porta alle sedute decisive nell’aula del tribunale, quando più di una sorpresa fanno cambiare più d’una volta le speranze di vittoria sia dei parenti querelanti che del rassegnato protagonista, uno dei migliori Paul Newman godibili: ma come si fa a scegliere quando è stato migliore o meno? Qui mi ha ricordato la perdizione autodistruttiva di un altro personaggio scolpito nella sua carriera: Hud, il selvaggio, memorabile come sempre. Non ci si può però esimere da fare un doveroso omaggio anche alla eccellente e, come sempre, misteriosa Charlotte Rampling. Che sparisce come un fantasma nel finale nei corridoi del tribunale, così come era comparsa nel bar, giorni prima.

Film di regia e di recitazione indimenticabile. Ma i premi andarono ad altri, era l’anno di Gandhi.

 

 

Riconoscimenti

Oscar 1983

Candidatura al miglior film

Candidatura al miglior regista

Candidatura al miglior attore a Paul Newman

Candidatura al miglior attore non protagonista a James Mason

Candidatura alla migliore sceneggiatura non originale

Golden Globe 1983

Candidatura al miglior film drammatico

Candidatura al miglior regista

Candidatura al miglior attore in un film drammatico a Paul Newman

Candidatura al miglior attore non protagonista a James Mason

Candidatura alla migliore sceneggiatura

 


 
 
 

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