La cronologia dell’acqua (2025)
- michemar

- 10 ore fa
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La cronologia dell’acqua
The Chronology of Water
USA Francia Lettonia 2025 dramma 2h8’
Regia: Kristen Stewart
Soggetto: Lidia Yuknavitch (memorie)
Sceneggiatura: Kristen Stewart, Andy Mingo
Fotografia: Corey C. Waters
Montaggio: Olivia Neergaard-Holm
Musiche: Paris Hurley
Scenografia: Jen Dunlap
Costumi: Liene Dobraja
Imogen Poots: Lidia Yuknavitch
Thora Birch: Claudia Yuknavitch
Michael Epp: Mike Yuknavitch
Susannah Flood: Dorothy
Earl Cave: Phillip
Kim Gordon: fotografo
Jim Belushi: Ken Kesey
Tom Sturridge: Devin
Esmé Creed-Miles: Claire
Charlie Carrick: Andy Mingo
TRAMA: Da giovane, Lidia Yuknavitch si dedica al nuoto e alla scrittura per fuggire a una situazione familiare difficile, ed eccelle in entrambe le cose. Lidia coltiva queste due passioni anche da adulta, quando deve affrontare il riemergere dei ricordi e l’estrema porosità del passato.
VOTO 7

Piccola digressione autocitativa. Quando ho visto con attenzione per la prima volta un film con Kristen Stewart (lasciando da parte le sue apparizioni nei teen movie- drama - paranormal romance – mild horror della serie Twilight che hanno reso celebre tra i giovani non solo lei ma anche Robert Pattinson), e cioè Sils Maria (Olivier Assayas, 2014) e Still Alice (Richard Glatzer e Wash Westmoreland, 2014), Certain Women (Kelly Reichardt, 2016), Café Society (Woody Allen 2016), ma soprattutto Personal Shopper (Olivier Assayas, 2016), ne sono rimasto rapito senza capire subito il perché. C’è qualcosa nella spigolosità fisica e caratteriale, nel suo sguardo irrequieto, quella minutaggine corporea che la contraddistinguono o chissà che, che mi hanno incuriosito e attratto artisticamente. Ero ammirato. Ricordo che nel presentarla in un mio articolo social la definii fascinosa, beccandomi insulse prese in giro di qualche follower. Non risposi perché, in cuor mio, sapevo di aver visto giusto. Quando poi l’attrice ha cominciato davvero ad affermarsi e la gente a guardarla diversamente, capii che avevo ben intuito. Ora, vedendola dirigere un film così difficoltoso da inquadrare e portare a termine, mi rendo conto che la ragazza è andata oltre ogni più positiva immaginazione. Questo non è un film, ma un’opera sofferta e faticosa, non facile neanche da realizzare tecnicamente e da interpretare.

Qui viene il meglio: il cast tecnico quasi tutto al femminile è sia un’affermazione di genere, sia una scommessa-sfida con il mondo che ci circonda, sicuramente scettico. In più, e va sottolineato, immagino come sia stato non semplice per la neo-regista sceglie l’attrice protagonista e, per fortuna o lungimiranza, Imogen Poots ha risposto “presente” con grande professionalità, regalando una sontuosa performance.

È un folgorante esordio, quello di Kristen Stewart, ed è un campo minato o, se vogliamo stare nel tema, un mare periglioso in cui si poteva affogare, dato il tema e la difficoltà di rendere in immagini le memorie autobiografiche dall’autrice del soggetto. Ed invece la giovane artista ha avute idee eccellenti e occhio da autrice, mescolando il suo stile punk con flussi d’arte sommersi nell’estasi caotica della creatività femminile. Merito anche, e mi ripeto, di Imogen Poots che dona un’interpretazione pungente in cui ondate di emozioni si infrangono sugli scogli di bellissime immagini grezze. Fa già svegliare l’attenzione, inoltre il formato dello schermo. È un sorprendente1.66:1, un rapporto d’aspetto tipico del cinema europeo e spesso associato a un’estetica più intima e “verticale”. D’autore, insomma, senza velleità. La scelta è confermata dalla direttrice della fotografia Corey C. Waters che ha girato in 16mm per ottenere un’immagine materica, imperfetta e frammentata, coerente con la struttura emotiva del memoir di Lidia Yuknavitch, per giunta con gli angoli arrotondati e i bordi fintamente rovinati come una pellicola dei primi decenni del secolo scorso. Una scelta ben precisa, che rispecchia tutte le altre che caratterizzano il film.
Lidia Yuknavitch (Imogen Poots) cresce in un ambiente familiare segnato dalla violenza: il padre Mike (Michael Epp) la picchia e la molesta, mentre la madre Dorothy (Susannah Flood), alcolizzata, finge di non vedere. Il nuoto e la scrittura diventano per lei rifugi vitali, strumenti per respirare fuori dal caos domestico. Quando la sorella Claudia (Thora Birch) fugge, Lidia tenta a sua volta di liberarsi e riesce a partire per il Texas, dove studia, nuota e sperimenta la propria sessualità. Ma i traumi la inseguono: il binge drinking (il consumo alcolico episodico ma eccessivo), le droghe e le feste mettono a rischio la carriera accademica e sportiva. Sposa Phillip (Earl Cave), un ragazzo gentile che lei finisce per maltrattare, confondendo la sua sensibilità con debolezza. Rimasta incinta, torna dalla madre e dalla sorella, ma la bambina nasce morta, evento che la devasta. Lidia e Philip si separano con affetto, spargono le ceneri della figlia in mare, e lei rimane sospesa, senza direzione.
Per ritrovare un senso, Lidia si trasferisce all’Università dell’Oregon, dove studia con Ken Kesey (Jim Belushi) e partecipa alla scrittura collettiva di un romanzo, trovando finalmente un mentore capace di riconoscere il suo dolore. Cerca di guarire anche attraverso una terapeuta, affrontando il trauma in modo diretto. Sposa Devin (Tom Sturridge), un rapporto passionale ma instabile che si sgretola rapidamente. Un incidente d’auto causato dall’alcol la porta all’arresto e alla comunità, segnando un punto di svolta. Inizia a insegnare scrittura creativa e incontra Andy (Charlie Carrick), che segue da tempo il suo lavoro: con lui costruisce una famiglia e accetta l’idea di diventare madre di Miles. Anche il padre, ormai anziano, riconosce finalmente gli abusi commessi. Il film si chiude con Lidia che nuota con la sua famiglia, riflettendo sul potere dell’acqua come forza di guarigione e rinascita.
È la trama del film, ma è anche la vita reale della vera Lidia Yuknavitch, in tutto e per tutto. Quando si dice che la scrittura è salvifica per la propria salute mentale, questa ne è la dimostrazione pratica e la vita della scrittrice ne è la prova vivente. La mia ammirazione per Kristen Stewart aumenta quando osservo il modo con cui ha scelto di fotografare scena per scena le vicende della protagonista: paiono virtuosismi ma io li vedo come scelte di sguardi importanti per valore e contenuti. È un film che “piomba addosso” e se lo spettatore è pronto, come lo sono stato io, riceve ogni tipo di messaggio.
Per questo motivo lo si può definire un esordio che non chiede permesso: Kristen Stewart affronta il soggetto come un corpo vivo, pulsante, ferito, e lo traduce in un cinema che non concede tregua. L’immagine stretta, granulare, in 16mm, diventa una pelle da attraversare, una superficie che respira e sanguina insieme alla protagonista. Imogen Poots offre una performance totale, vulnerabile e rabbiosa, che incarna la materia instabile del racconto: traumi familiari, autodistruzione, desiderio di rinascita. La regista costruisce un’opera nervosa, elettrica, volutamente irritante, che rifiuta la linearità e abbraccia la frammentazione come unica forma possibile di verità. La musica punk e classica di Paris Hurley, insieme alle altre presenze di donne, amplifica la furia femminile che attraversa ogni scena. È un film che non cerca di piacere, ma di esistere: un gesto artistico che pretende spazio, tempo, densità.
La regista lavora su un’idea precisa di sguardo: un cinema che non osserva la protagonista, ma la abita, rifiutando la distanza e la comodità dello spettatore. La struttura è liquida, impressionista, fatta di ricordi che si sovrappongono, si confondono, si rimescolano come correnti. Stewart rivendica una grammatica femminile, non addomesticata, che sfida l’aspettativa narrativa del “percorso di successo” e preferisce restare nel caos, nell’incompiuto, nell’irrisolto. Il film è consapevolmente frustrante, come un climax che non arriva mai, e proprio per questo autentico: un’esperienza che chiede di restare, di non scappare, di condividere il peso del dolore. Accanto a Poots, la presenza di Thora Birch aggiunge una stratificazione generazionale che dialoga con la stessa storia di Stewart, artista cresciuta sotto i riflettori e ora determinata a reinventarsi. È un’opera prima imperfetta, lo so, lo si nota, ma vibrante, che lascia addosso una scia: un cinema che non si limita a raccontare la sopravvivenza, ma la pratica.
Altra sconvolgente novità è l’interpretazione carnale di Imogen Poots: l’avevo lasciata sorridente con i suoi denti irregolari in commedia facili che piacciono agli americani facili e me la ritrovo tra lacrime, bisesso, tossicodipendenza, sangue e tanta acqua, per un personaggio che ha attraversato i mali della vita attraverso quel liquido come fosse un diario della propria esistenza. Ogni bracciata, ogni tuffo, ogni immersione è una data, è un brutto avvenimento (la vita di Lidia è una sequela di brutti avvenimenti), è una svolta, è una scelta, è un allontanamento, una separazione. In quell’acqua ci sono le pagine della sua vita.
In questo senso, questo film d’esordio si inserisce in una genealogia precisa: quella delle attrici che scelgono la regia non come deviazione di carriera, ma come gesto di autodeterminazione, come spazio dove ridefinire il proprio sguardo e quello delle donne che raccontano. La mia ammirata Kristen Stewart non si limita a proseguire questa linea: la incarna con una radicalità che la avvicina alle cineaste che hanno trasformato la propria esperienza in materia politica e sensoriale. Il suo film non è solo un esordio, ma un segnale di una fame crescente di prospettive femminili capaci di scardinare la grammatica dominante. In un panorama che ancora fatica a riconoscere la complessità dei corpi e delle storie delle donne, la regista afferma una voce che non chiede legittimazione, ma la esercita. È questo, forse, il lascito più potente del film: la certezza che uno sguardo può essere un atto di resistenza, e che il cinema, quando osa, può ancora aprire varchi.

Bravissima lei, bravissima l’attrice, si rivede Thora Birch, notevole Jim Belushi in un bel personaggio letterario, eccellente è il cast tecnico. Ci vuole coraggio (oltre che produttori che vedono lungo) per girare un film del genere e in questa maniera.
Brava Kristen, ti aspetto al prossimo.
7 vittorie e 20 candidature sono un buon viatico.


































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