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La moglie del soldato (1992)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 6 giu
  • Tempo di lettura: 4 min

La moglie del soldato

The Crying Game

UK Giappone 1992 dramma 1h52’

 

Regia: Neil Jordan

Sceneggiatura: Neil Jordan

Fotografia: Ian Wilson

Montaggio: Kant Pan

Musiche: Anne Dudley

Scenografia: Jim Clay

Costumi: Sandy Powell

 

Stephen Rea: Fergus

Jaye Davidson: Dil

Miranda Richardson: Jude

Forest Whitaker: Jody

Jim Broadbent: Col

Ralph Brown: Dave

Tony Slattery: Deveroux

Birdy Sweeney: Tommy

Andrée Bernard: Jane

Joe Savino: Eddie

Breffni McKenna: Tinker

Jack Carr: Franknum

Adrian Dunbar: Peter Maguire

 

TRAMA: Un soldato inglese di colore, Jody, viene rapito da un commando dell’IRA nell'intento di fare uno scambio con un prigioniero irlandese. Nonostante il suo carceriere Fergus sia un tipo umano, la fine dell’ostaggio è tragica. Fergus, che ora vive a Londra facendo il muratore, si mette a seguire la donna di Jody, la contatta e inizia una relazione con lei, scoprendo che non è quel che sembra essere.

 

VOTO 8

 

 

Tutt’oggi, è uno dei film più affascinanti e coraggiosi di Neil Jordan, autore che ha sempre amato muoversi sul confine tra identità, desiderio e ambiguità morale. Dopo aver esplorato il mito, il fantastico e il gotico (In compagnia dei lupi, Intervista col vampiro), qui costruisce un racconto più intimo e politico, ma con la stessa attenzione alle zone d’ombra dell’animo umano. Il film, premiato con l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, è un’opera che parte come un thriller legato ai ribelli irlandesi e si trasforma lentamente in una storia d’amore impossibile, fatta di segreti, fragilità e rivelazioni che cambiano tutto. Jordan usa il genere solo come punto di partenza: ciò che gli interessa davvero è la natura del cuore umano, imprevedibile e contraddittoria.

 

 

In Irlanda del Nord, durante una giornata di festa in un luna park, un gruppo dell’IRA rapisce Jody (Forest Whitaker), un soldato britannico, attirato in trappola da una giovane donna del gruppo. Il prigioniero viene affidato alla sorveglianza di Fergus (Stephen Rea), un volontario irlandese dal carattere mite, che prende molto sul serio il proprio ruolo ma non riesce a restare indifferente all’umanità dell’uomo che dovrebbe custodire. Nei giorni di prigionia, i due parlano, si studiano, si raccontano frammenti di vita, fino a instaurare un legame inatteso, fatto di rispetto e di una strana forma di fiducia reciproca.

 

 

Quando la situazione precipita, Fergus è costretto a fuggire e a rifarsi una vita a Londra sotto falso nome. Qui, spinto da una promessa fatta a Jody, cerca Dil (Jaye Davidson), la persona che il soldato amava. La trova in un locale di parrucchiera e poi in un locale notturno, dove Dil canta e si muove con un’eleganza magnetica. Fergus la osserva, la avvicina, e tra i due nasce un rapporto complesso, tenero e pieno di non detti. Ma il passato non è disposto a lasciarlo andare: l’IRA lo ritrova e lo richiama ai suoi doveri, mentre la relazione con Dil si fa sempre più profonda e rischiosa. In questo equilibrio fragile, Fergus deve scegliere chi essere davvero e quale prezzo è disposto a pagare per proteggere chi ama.

 

 

Un film che sorprende per la sua capacità di cambiare pelle senza mai perdere coerenza. Neil Jordan ci porta fin dall’inizio in un territorio emotivo unico e delicato, dove il thriller politico diventa un laboratorio di sentimenti difficili da definire. La prima parte, più tesa e trattenuta, è costruita tutta sul rapporto tra Fergus e Jody: due uomini che dovrebbero essere nemici e che invece si riconoscono, si ascoltano, si avvicinano. Jordan filma questi momenti con una grazia quasi pudica, lasciando che siano i silenzi e i piccoli gesti a parlare.

 

 

La seconda parte, ambientata a Londra, apre il film a un’altra dimensione: quella dell’identità, del desiderio e della vulnerabilità. Jordan non cerca il colpo di scena facile, ma usa la sorpresa come strumento per parlare di amore e di accettazione. Il ritmo è calmo, mai compiacente, e permette ai personaggi di respirare, di sbagliare, di rivelarsi. La regia è elegante, attenta ai dettagli, e la sceneggiatura è costruita con una precisione che non pesa mai. Il film affronta temi complessi – razza, genere, appartenenza – con una naturalezza rara per l’epoca, e ancora oggi conserva una forza emotiva intatta.

 

 

Il regista irlandese dirige con mano sicura, evitando ogni sensazionalismo. La fotografia di Ian Wilson alterna la durezza dei paesaggi irlandesi alla morbidezza notturna dei locali londinesi, creando due mondi che sembrano lontanissimi ma che convivono dentro Fergus. Il montaggio di Kant Pan è misurato, mai frenetico, e accompagna la trasformazione del film da thriller a melodramma. La musica di Anne Dudley, malinconica e avvolgente, aggiunge un tono emotivo che resta addosso, mentre la scelta delle canzoni – da When a Man Loves a Woman a The Crying Game – diventa parte integrante del racconto.

 

 

Stephen Rea offre una delle sue interpretazioni più belle: trattenuta, dolente, piena di sfumature. Il suo Fergus è un uomo che non sa più dove stare, e lui lo rende con una naturalezza disarmante. Forest Whitaker dà a Jody una vitalità contagiosa, che rende ancora più forte il legame con Fergus. Ma la rivelazione assoluta è Jaye Davidson, magnetico, fragile e potente allo stesso tempo: una presenza che rimane impressa e che dà al film la sua anima più misteriosa. Anche Miranda Richardson è incisiva, dura e imprevedibile nel ruolo di Jude. Anche Jim Broadbent è un eccellente presenza, forse uno dei più bei ruoli che gli siano mai capitati.

 

 

È un film che parla di identità, amore e colpa con una delicatezza rara. Jordan costruisce una storia che parte dalla politica ma arriva al cuore, mostrando come le persone possano riconoscersi anche oltre i ruoli, le appartenenze e i generi. È un’opera che invita a guardare l’altro senza paura, a lasciarsi sorprendere, a capire che il cuore umano è un territorio che nessuno può davvero controllare. Un film che merita pienamente un ottimo giudizio per la sua capacità di emozionare senza manipolare e per la sua modernità ancora sorprendente.

 

 

Riconoscimenti

Oscar 1993

Migliore sceneggiatura originale

Candidatura al miglior film

Candidatura alla migliore regia

Candidatura al miglior attore protagonista a Stephen Rea

Candidatura al miglior attore non protagonista a Jaye Davidson

Candidatura al miglior montaggio

Golden Globe 1993

Candidatura al miglior film drammatico

BAFTA 1993

Miglior film britannico

Candidatura al miglior film

Candidatura alla migliore regia

Candidatura al miglior attore protagonista a Stephen Rea

Candidatura al miglior attore non protagonista a Jaye Davidson

Candidatura alla miglior attrice non protagonista a Miranda Richardson

Candidatura alla migliore sceneggiatura originale

 


 
 
 

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