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La vita da grandi (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 8 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

La vita da grandi

Italia 2025 commedia 1h36’

 

Regia: Greta Scarano

Soggetto: Margherita e Damiano Tercon (Mia sorella mi rompe le balle)

Sceneggiatura: Sofia Assirelli, Tieta Madia, Chiara Barzini, Greta Scarano

Fotografia: Valerio Azzali

Montaggio: Valeria Sapienza

Musiche: Giuseppe Tranquillino Minerva

Scenografia: Andrea Castorina

Costumi: Grazia Materia

 

Matilda De Angelis: Irene Nanni

Yuri Tuci: Omar Nanni

Maria Amelia Monti: Piera

Paolo Hendel: Walter

Adriano Pantaleo: Ugo

Christian Ginepro: Ludovico

Ariella Reggio: zia Marilù

Gloria Coco: nonna Cleta

Alessandro Cantalini: Marco

Ludovico Zucconi: Tancredi

Tom Karumathy: Artrit

Sara Setti: Sara Ravaglioli

Lorenzo Gioielli: agente immobiliare

Mara Maionchi: se stessa

Ferzan Özpetek: se stesso

Malika Ayane: se stessa

Valerio Lundini: se stesso

 

TRAMA: La determinata Irene lascia momentaneamente Roma per prendersi cura del fratello autistico Omar ormai quarantenne, ma lui vuole solo che lei lo aiuti a diventare indipendente.

 

VOTO 6

 

 

Il cinema ha avuto da sempre un certo rapporto particolare con le malattie e altri fenomeni simili, anche non definibili tali, come nel caso specifico dei disturbi del neurosviluppo. Andando più al centro dell’argomento dell’interessante esordio alla regia di Greta Scarano e quindi l’autismo, il pericolo a cui si fa sempre cenno nel parlare di questo sottogenere di film è di farne un esempio sbagliato, oppure trattarlo in maniera inappropriata. All’attrice, che sognava da tempo di passare dietro la macchina da presa, riesce l’operazione di dedicare una simpatica trama, tra l’altro tratta da una storia vera scritta dai fratelli autistici Tercon che hanno trasformato la loro esperienza di vita in un progetto artistico, divulgativo e sociale di grande impatto.

 

 

Vi si narra di Irene (Matilda De Angelis) che vive a Roma, intrappolata in un lavoro stabile ma soffocante in un’azienda di pannelli solari creati da una sostanza innovativa, mentre la sua creatività resta in stand-by. Quando la madre deve partire per accertamenti medici, Irene è richiamata a Rimini per occuparsi del fratello Omar (Yuri Tuci), uomo autistico appassionato di rap e di Fabri Fibra, cresciuto in un ambiente familiare iperprotettivo che ne ha frenato l’autonomia. Per evitare che il futuro ricada tutto sulle sue spalle, Irene decide di impostare per lui un ironico ma rigoroso “corso intensivo per diventare adulti”, convinta che l’indipendenza sia un obiettivo urgente e necessario. Ma la convivenza forzata incrina le sue certezze e la costringe a guardare anche alle proprie fragilità.

 

 

Col passare dei giorni, Irene scopre che lei e Omar condividono più di quanto immaginasse: sogni rimasti in sospeso, desideri messi da parte, paure che li tengono fermi. Lui, però, ha il coraggio di inseguire ciò che ama, mentre lei continua a rimandare. Una rivelazione inattesa da parte di Omar ribalta le dinamiche tra i due e spinge la sorella a cambiare prospettiva, accettando l’idea di crescere insieme, senza etichette e senza ruoli rigidi. In questo percorso, entrambi imparano che diventare grandi non significa “sistemarsi”, ma trovare un modo autentico di stare al mondo, anche a costo di correre qualche rischio.

 

 

Il lato positivo di questo racconto è che non solo chi è sicuro di sé come Irene ha tanti dubbi, ma che chi pare – ovvio falsamente - incerto ed incapace invece ha tante certezze e non aspetta altro che avere la possibilità di affermarsi. Purché gli sia concesso! Omar, per esempio, è costantemente oppresso dalla eccessiva ansia protettiva della famiglia e non ha mai l’occasione di lasciarsi andare e confermare le sue doti. Per esempio, quelle di cantante gangsta rap e hip hop in cui riesce a esprimersi brillantemente, almeno nei locali di Rimini dove si reca di nascosto nottetempo con la sua bici a tre ruote.

 

 

Ciò che sorprende non poco è che questo bel personaggio è recitato da Yuri Tuci, un giovanotto veramente autistico, il quale non ha avuto remore ad affermare che le diversità rendono la vita più bella, degna anche di essere vissuta e vanno accettate per come sono. La società purtroppo mette delle restrizioni, mette dei paletti, però non si può far finta di niente, anche l’autismo esiste. “Io sono autistico, per esempio, e nonostante tutto sono riuscito a fare un film. La vita ci insegna a diventare grandi a forza di esperienze, quello che proviamo, sentiamo nel corso della vita, quello che ci succede ci fa crescere e maturare. Credo che diventare adulti sia sostanzialmente questo”.  Che lezione!

 

 

Da parte sua, la regista, nel raccontare Irene, le fa scoprire che la distanza tra neurodivergenza e neurotipicità non è una frattura, ma un diverso modo di processare il mondo e lo sintetizza con un’immagine efficace: due computer con processori differenti, entrambi funzionanti, entrambi completi, ma programmati per leggere la realtà in modi non sovrapponibili. È da questa divergenza che nasce il cuore emotivo del film. Irene, a differenza del fratello Omar, porta addosso il peso del “filtro sociale”: un insieme di aspettative, autocensure, posture che la società impone e che lei ha interiorizzato fino a farle diventare struttura. Lui, invece, immerso nel proprio universo percettivo, ha disimparato quel codice. È più libero, non perché ingenuo, ma perché non risponde a quel sistema di controllo invisibile che regola i comportamenti degli altri. Il film intercetta questo scarto in una scena chiave, quando Irene osserva il fratello ballare e cantare senza preoccuparsi dello sguardo altrui. “Hai visto com’era bello Omar questa sera?”, dice al compagno. È un momento rivelatore: riconosce in lui una qualità che lei non possiede più, o che forse non ha mai avuto. Non è solo ammirazione, è una forma di invidia sottile, quasi dolorosa, verso chi riesce a sottrarsi alle costrizioni mentali che gli altri – e noi stessi – ci imponiamo.

 

 

La traiettoria emotiva del film si costruisce proprio su questo movimento: i due fratelli iniziano ad avvicinarsi quando Irene comprende che la strada per capirlo non passa dal tentativo di “normalizzarlo”, ma dal desiderio di avvicinarsi alla sua libertà. È un percorso di imitazione affettiva, di apertura, di disarmo. E il film lo restituisce con una delicatezza che evita ogni retorica: l’avvicinamento non è un arco pedagogico, ma un gesto di riconoscimento reciproco. Il risultato è un racconto che trova la sua forza nei dettagli emotivi, nella dolcezza dei piccoli scarti, nella commozione che nasce quando Irene smette di guardare Omar come un enigma e inizia a guardarlo come un possibile modello di autenticità.

 

 

Ammetto: avevo iniziato a vederlo per abbandonarlo, senza pazienza, dopo un bel po’ di minuti, ma spinto dai pareri positivi letti, sono tornato sui miei passi ed ho capito che avevo commesso un errore. Non è che mi son ritrovato d’incanto davanti ad un film imperdibile, ovvio, ma ho capito di averlo giudicato erroneamente al primo tentativo: perché merita attenzione, perché è degno di considerazione perlomeno l’argomento, almeno per il modo con cui è stato proposto. E sotto questo profilo vanno dati i giusti meriti a Greta Scarano che ha avuto il coraggio di iniziare il mestiere di regista con un film che ha il suo peso e il suo contenuto, non con un filmetto facile. Non solo ha diretto bene, nonostante qualche ingenuità perdonabilissima, il buon cast a disposizione ma ha anche, scelto bene gli attori protagonisti. Detto che il suddetto Yuri Tuci è una bella sorpresa e tutto pare meno che un esordiente, perché recita benissimo ed è simpaticissimo, la bravura di Matilda De Angelis è una semplice e quasi scontata conferma: tempi e recitazione che indicano con chiarezza quanto stia migliorando di anno in anno e che oggi la possiamo annoverare tra le nostre migliori e più affermate a livello internazionale.

 

 

La regia, positivo esordio, indica un viaggio, tenero e disincantato al tempo stesso, alla scoperta di mondi distanti, apparentemente inconciliabili, destinati invece a incontrarsi, in un percorso di conoscenza reciproca che diventerà base di partenza per una reale crescita. Difatti, il buon finale è altrettanto felice ed appagante, con due i germani che non solo hanno imparato a conoscersi ma anche a comprendersi, l’una imparando dall’altro sconfiggendo persino lo scetticismo reciproco.

Un film lieve, senza grandi pretese ma con grandi speranze, anche per la carriera futura della neoregista, mostrando, tra l’altro, una buonissima idea di casting.

 

 

Riconoscimenti

David di Donatello 2026

Candidatura miglior regista esordiente

Nastro d’argento 2025

Miglior regista esordiente

Migliore attore in un film commedia a Yuri Tuci

EFA 2026

Premio del pubblico giovane

 


 
 
 

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